Il fumo denso delle fiamme a Lesbo non ha interessato soltanto l’isola ribattezzata, oramai da molti anni, come la “Lampedusa dell’Egeo”. L’incendio divampato tra le baracche e le tende del campo profughi di Moria, ha iniziato da subito a far tremare mezza Europa. Quella struttura è stata da sempre uno spauracchio per gli abitanti dell’isola, costretti a convivere con più di diecimila migranti ospitati in condizioni terribili a due passi dai centri abitati, mentre per il vecchio continente un modo per isolare in questa località dell’Egeo le prove evidenti delle tante errate politiche migratorie messe in campo negli ultimi anni.

Quel “parcheggio” di cui l’Europa si è sempre scordata

Tra il 2015 e il 2016 più di un milione di migranti hanno attraversato l’Egeo. La meta finale era il nord Europa, soprattutto la Germania. In tanti ci sono arrivati: una volta sbarcati a Lesbo, diversi gruppi soprattutto di siriani e iracheni sono riusciti comunque a risalire dalla Grecia attraversando i Balcani per approdare quindi nei Paesi settentrionali del vecchio continente. Era la cosiddetta “rotta balcanica“, percorsa da un flusso di persone arrestatosi soltanto quando l’Ue, su spinta tedesca, ha aperto il portafoglio e pagato Erdogan per trattenere i profughi in Turchia. Non tutti però riuscivano a risalire i Balcani e anzi in tanti sono dovuti rimanere in Grecia e nelle isole dove erano approdati. Molti Paesi, non fidandosi delle politiche europee e non condividendo l’iniziale linea vocata all’apertura delle frontiere, hanno iniziato a far da soli e a sigillare i confini. Lesbo quindi, scelta spesso come sede di sbarco dai trafficanti stanziati in Turchia, ha assistito a un repentino aumento di migranti rimasti all’interno del proprio territorio. Nella località di Moria, è stato costruito un primo centro di accoglienza, che ben presto ha iniziato a contenere un numero capace di andare ben oltre la capienza.

Il trattato di Dublino del 1990, che regola le modalità di asilo nella comunità europea, stabilisce che soltanto il Paese di primo approdo deve sobbarcarsi gli oneri dell’accoglienza e degli iter burocratici per le richieste di protezione. Dunque, una volta chiusa (o quasi) la rotta balcanica, sempre più migranti sono rimasti a Lesbo in attesa che la Grecia smaltisse l’enorme mole di domande di asilo pervenute. Questo ha creato uno stallo impossibile da gestire per le autorità, con la situazione nel campo di Moira che di anno in anno si è fatta sempre più critica. L’Europa, dopo la crisi terminata nel 2016, si è voltata dall’altro lato: ha parcheggiato migliaia di migranti in Grecia, nella speranza che nulla successivamente potesse far emergere l’incapacità avuta nella gestione del dossier. Questo fino allo scoppio dell’incendio di mercoledì.

La Grecia lasciata da sola

Non si deve poi dimenticare che a gestire questa situazione negli ultimi cinque anni è stato un Paese, quale quello ellenico, che dal 2009 in poi per via della crisi finanziaria a stento ha avuto le risorse per pagare stipendi e servizi essenziali. Impossibile per Atene farsi carico di migliaia di migranti stanziati all’interno del suo territorio. Anche perché i più di diecimila assiepati a Lesbo non sono gli unici presenti in Grecia. Nelle isole dell’Egeo se ne contano altri diecimila, poi ci sono i vari centri di accoglienza sparsi nella parte continentale del Paese. Dopo l’accordo tra Ue e Turchia gli sbarchi sono proseguiti, seppur a un ritmo minore, con Atene sempre più in difficoltà nella gestione della situazione. A questo occorre aggiungere una linea piuttosto morbida sul fronte migratorio da parte del governo di Alexis Tsipras, radicalmente cambiata invece dopo l’avvento dell’esecutivo guidato da Kyriakos Mitsotakis nello scorso mese di luglio. Quest’ultimo ha cercato di snellire le pratiche per le domande di asilo e per i rimpatri, al contempo ha aumentato i controlli lungo le frontiere sia marittime che terrestri. Da sola però la Grecia difficilmente può essere in grado di disinnescare la bomba ad orologeria di Lesbo e dei vari centri di accoglienza al suo interno.

Effetto boomerang per Berlino

Adesso che il parcheggio per migranti dove l’Europa ha nascosto le sue responsabilità è andato in fiamme e non c’è più, tutti i nodi stanno venendo al pettine. In primis in Germania, dove le notizie giunte dalla Grecia rischiano di spaccare ancora una volta il governo composto da Cdu e Spd. Da un lato ci sono i cristiano democratici che non vorrebbero invertire la rotta mantenuta negli ultimi due anni sulle politiche migratorie, contraddistinti da un maggiore giro di vite sull’accoglienza, dall’altro invece i socialdemocratici premono per far entrare in Germania una parte di quei 12.000 che erano ospitati a Moria prima dell’incendio. Poche ore dopo il rogo su Twitter il ministro degli Esteri, il socialdemocratico Heiko Maas, ha chiamato alla responsabilità i vari Stati europei per il ricollocamento dei migranti presenti a Lesbo. Un appello che suona come una beffa per l’Italia, che da mesi vede sbattersi le porte in faccia sulla sua proposta di ricollocamento automatico in Europa delle persone sbarcate nei Paesi del Mediterraneo.

Ma anche in Germania l’appello di Maas non è stato molto digerito e potrebbe avere conseguenze politiche. Come riferisce il quotidiano Der Tagesspiegel, il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer non ha appoggiato la posizione del collega socialdemocratico. E questo potrebbe essere il preludio a una nuova lite in seno alla maggioranza che sostiene l’esecutivo di Angela Merkel. La cancelliera sta provando a mediare tra le parti, ammettendo in primo luogo il fallimento della politica sull’immigrazione da parte dell’Ue: “Non c’è mai stata una vera linea – ha dichiarato la Merkel a proposito dell’incendio di Moria – La Germania intende utilizzare il suo semestre di presidenza del Consiglio dell’Ue per fare progressi in tale settore”. Dalla sede della cancelleria è stato annunciato un piano, concordato con il presidente francese Emmanuel Macron, che prevede da parte di Berlino l’accoglienza di 400 minori non accompagnati attualmente presenti a Lesbo.