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L’Unione Cristiano-Democratica di Angela Merkel è primo partito nel voto europeo della Germania ma la Cancelliera non potrà certamente vedere il bicchiere mezzo pieno nelle analisi delle prossime settimane. L’ultima campagna europea di Angela Merkel come capo del governo, infatti, si conclude con un calo di 8 punti percentuali dell’Unione, che passa dal 35 al 27-28% e rischia di perdere a favore della Lega il primato di partito col maggior gruppo all’Europarlamento.

Il partito della Merkel è ancora in testa ma alle sue spalle non si posizionano più gli alleati di minoranza socialdemocratici (Spd), ma bensì i Verdi, i Grunen che hanno impressionato nei voti regionali dei mesi scorsi e ora completano il loro cammino sfondando il muro del 20%. Annalena Baerbock, Presidente del partito, ha già interpretato il risultato: “è la Kilmaschutzwahl, l’elezione della tutela dell’ambiente”. I Gruenen raddoppiano il risultato del 2014, quando avevano incassato il 10,7%, ma anche quello delle politiche di tre anni fa, quando avevano raggiunto appena l’8,9%, e spostano dal tradizionale bipolarismo Pse-Ppe l’asse tedesco nell’europarlamento.

La Cdu non ha saputo sfruttare nemmeno la presenza di Manfred Weber, esponente del suo partito gemello bavarese, come candidato dei popolari europei alla presidenza della Commissione. Weber, sottolinea AgenSir, “non ha taciuto la “sorpresa” per l’esito, ma ha invitato a una “prospettiva ottimista”, reclamando per sé la guida della Commissione indipendentemente dalla sorte del suo partito alle urne. Per la nuova donna leader della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer, la frenata alle urne complica invece la vita nella corsa all’acquisizione dell’eredità della Merkel.

Chi invece sarà costretto a una lunga traversata del deserto dopo l’ennesimo tracollo elettorale è il Partito Socialdemocratico. La Spd affonda, vede il suo elettorato di centrosinistra cannibalizzato dai Verdi, perde 12 punti dalle Europee 2014, 5 dalle politiche 2017 e si attesta poco sopra il 15%: il peggior risultato della sua storia. Nemmeno aver occupato ministeri strategici come le Finanze, gestite dal socialdemocratico Olof Scholz, ha saputo risollevare la Spd dal torpore in cui è da tempo immersa. Troppo schiacciata su Angela Merkel, troppo priva di un’identità politica e incapace di recepire gli stimoli dell’ala giovanile del partito, che chiede la rottura dell’accordo di governo e il ritorno a una stagione di contrapposizione tra Spd e Cdu, incapace di proporre facce nuove che sappiano offrire speranze di discontinuità, la Spd è stata colpita duramente e non sembra capace di reagire con forza.

Chi invece resta a metà del guado è Alternative fur Deustchland. In crescita di tre punti percentuali, dal 7,1 al 10,7%, rispetto al 2014, ma sostanzialmente in calo rispetto alle elezioni politiche. La linea di duro contrasto all’Ue coniugata a un pervicace attaccamento ai dogmi dell’austerità finanziaria ha pagato poco in assenza di altri fenomeni, come ad esempio le crisi migratorie, capaci di elevare Afd oltre una proposta politica assai contraddittoria.

In sintesi, il voto per le Europee ha svelato come la Germania sia oggi a metà del guado. Caratterizzata da un sistema politico in evoluzione e continuo mutamento in cui le forze sono intente a riposizionarsi. Tra astri nascenti, big in declino e partiti senza una direzione di marcia definita, il panorama politico è destinato a mutare in continuazione. Tutelato dalla certezza che, comunque vada, difficilmente nei prossimi anni potrà uscire dall’Europarlamento o da un’Unione assai balcanizzata una proposta politica alternativa a quella che basa l’egemonia tedesca nel continente.

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