Una nuova misteriosa esplosione colpisce l’Iran. La terza nel giro di una settimana. La prima è avvenuta il 25 giugno, uno scoppio che ha illuminato di arancione il cielo di Teheran e proveniente da un’area vicina al vecchio sito nucleare di Kohjir. I funzionari iraniani hanno negato che si trattasse dell’ex sito nucleare o del centro di fabbricazione di armi legato al programma missilistico del Paese parlando di un’esplosione casuale di alcuni contenitori di gas. La seconda esplosione è avvenuta in circostanze ancora poco chiare in una clinica della capitale, il centro di Sina At’har: 19 morti, una densa nube che si eleva dal palazzo e nessuna certezza sull’accaduto. Hassan Rouhani ha ordinato un’inchiesta, mentre il vice governatore di Teheran, Hamidreza Goudarzi, ha spiegato che l’incendio sarebbe stato provocato da una fuga di gas. La terza esplosione è avvenuta dopo poche ore e questa volta l’incendio, di cui ancora non si conoscono le origini, è avvenuto in un cantiere vicino il sito nucleare di Natanz. Behrouz Kamalvandi, portavoce dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, ha spiegato ai media che non ci sono state vittime e che il sito, in quanto inattivo, non presenta alcun rischio di radiazioni o fuoriuscita di materiale tossico.

Se Agatha Christie diceva che un indizio è un indizio, due sono una coincidenza e tre formano una prova, è chiaro che quello che sta succedendo in Iran non può essere etichettato superficialmente come una tragica serie di eventi senza alcuna correlazione tra loro. Perché tre esplosioni nel giro di pochi giorni di cui due coinvolgono fra i più importanti centri relativi al programma nucleare e balistico iraniano non possono essere pura casualità. O quantomeno è difficile credervi, dato che l’importanza che rivestono questi programmi per il governo iraniano rende estremamente sicure e a prova di incidente le strutture che ne fanno parte e che ne custodiscano gelosamente i segreti.

I funzionari iraniani si sono espressi subito con delle verità di facciata che per adesso trovano poco terreno fertile sia nell’opinione pubblica che nella comunità internazionale e gettano dei dubbi sia sulle conseguenze di questi incidenti sia soprattutto sui veri autori di quanto sta accadendo nei centri iraniani colpiti da queste esplosioni. E la reazione dei media legati al governo iraniano e ai Pasdaran così come quella dei funzionari inviati a dare risposte ai cittadini sono apparse sempre strane, fin troppo certe – e immediatamente – delle cause scatenanti gli incendi e a negare qualsiasi tipo di danno collaterale. Non lo è stato con l’incidente di Parchin (poi di Kojhir) in cui le autorità iraniane hanno da subito diramato la nota che attribuiva l’incendio a un deposito di gas. Stesso tipo di reazione dopo il rogo della clinica di Sina Arthar, in cui però fa riflettere l’inchiesta voluta direttamente da Rouhani così come la scelta del vice ministro della Salute, Iraj Harirchi, di smontare sin dai primi minuti dopo la notizia dell’incendio la tesi per cui all’interno vi fossero materiali radioattivi. Un’affermazione non troppo diversa da quella fatta da Kamalvandi dopo l’esplosione avvenuta a Natanz, in cui il capo di una delle più importanti organizzazione interne all’Iran ha subito specificato che non vi fossero possibilità di fuoriuscite di materiali nucleari. La foto, come dimostra il New York Times, dimostra che l’esplosione sia stata comunque particolarmente potente e secondo alcuni avrebbe distrutto diverse centrifguhe.

Il problema però è che Natanz non è un sito qualunque ed è già stato oggetto di un attacco estremamente importante in passato. Nel 2010 il sito nucleare, a quel tempo gioiello del programma atomico di Teheran, venne colpito da un attacco cyber organizzato da Israele e Stati Uniti che portò alla distruzione di circa mille centrifughe. Fu l’operazione passata poi alla storia per l’uso di Stuxnet, il malware che a Teheran ancora considerano un trauma e che ha spinto i Pasdaran e non solo a dotarsi di una delle maggiori forze cibernetiche del mondo. Forza che però non sembra essere riuscita nell’intento di proteggere più recentemente il terminal di Shahid Rajaee, uno dei più nuovi di Bandar Abbas. Le immagini satellitari mostravano colonne di camion ferme intorno al porto e navi che non riuscivano a entrare. E secondo le fonti dell’intelligence israeliana, l’attacco compiuto dalla Unit 8200 delle Idf avrebbe messo fuori gioco i computer che controllano il traffico navale e terrestre del porto.

Le tempistiche, in ogni caso, sono sospette. Un attacco informatico di quella portata unito alle tre esplosioni avvenute nell’arco di una settimana di cui due in centri legarti ai programmi più bollenti dell’Iran sono segnali che qualcosa sta accadendo. Il sistema degli Ayatollah, fiaccato dalle sanzioni, dalle proteste e dal coronavirus, si sente circondato. Benjamin Netanyahu, in questi giorni, ha ribadito la necessità di aumentare la pressione sull’Iran considerandolo un problema non ancora risolto in Medio Oriente. Rouhani ha aperto, misteriosamente, al dialogo con la Casa Bianca, mentre gli alleati Usa nel Golfo rilanciano le accuse al potente Stato sciita. Gli Stati Uniti perseverano nella politica di sanzioni contro l’Iran e i suoi maggiori alleati o proxy (in particolare Hezbollah e i suoi legami con il Venezuela). E in tutto questo, a ogni esplosione le autorità iraniane ripetono il copione della fuga di gas cercando subito di dare la notizia, confermare un’ipotesi e poi spostare l’attenzione. Qualcuno sta colpendo l’Iran, oppure da dentro inviano segnali al governo o al mondo? Difficile da capire. Quello che è certo è che il sospetto resta e non sembra essere destinato a essere dissipato.

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