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Che elezioni sarebbero senza lo spauracchio delle interferenze russe? Dopo l’indagine del team Mueller sul Russiagate – conclusasi con un nulla di fatto – negli Stati Uniti sui media liberal e progressisti torna a pesare l’ombra delle ingerenze straniere e del Cremlino. Questa volta, secondo l’intelligence Usa, i russi punterebbero su due candidati: il presidente uscente Donald Trump e il senatore del Vermont Bernie Sanders, ora grande favorito nella competizione democratica. Entrambi, guarda caso, per motivi diversi indigesti al cosiddetto “Stato profondo” che guida gli Stati Uniti e a un certo establishment.

Secondo la Cnn, “sta succedendo di nuovo”. L’emittente scrive che le “rivelazioni di giovedì scorsi sulle valutazioni dell’intelligence secondo la quali la Russia avrebbe lanciato un nuovo piano per interferire nelle elezioni Usa e rieleggere Trump e la furiosa reazione del presidente segnano il ritorno di un incubo ricorrente per il nostro Paese appena nove mesi prima dalle elezioni presidenziali”. Sempre secondo la Cnn, dunque, molte delle azioni in politica estera di Trump “hanno giocato a favore della Russia, incluso il suo ritiro dalla Siria, la su affermazione che l’Ucraina, non Mosca, ha interferito nelle elezioni del 2016 e i suoi frequenti attacchi alla Nato e all’unità dell’Occidente”. Quindi non è difficile capire perché la Russia, prosegue l’emittente, “che persegue una politica estera in gran parte progettata per frammentare l’influenza degli Stati Uniti e minare l’Occidente” potrebbe “favorire altri quattro anni di Trump”. In merito alle possibili interferenze straniere, Donald Trump ha dichiarato durante una conferenza stampa in India, che non vuole “l’aiuto di nessun Paese straniero” e non ne ha mai ricevuto uno.

Ecco il Russiagate, parte seconda. Ma mancano le prove

Eppure, nella narrazione della Cnn e di altre testate sull’incubo russo c’è qualcosa che non torna. Come ricostruisce the American Conservative, il 13 febbraio scorso il direttore della Comunità d’intelligence degli Stati Uniti, Joseph Maguire – poi sostituito da Richard Grenell su volontà del presidente, infuriato dal comportamento di Maguire – aveva informato la commissione d’intelligence della Camera che i russi stavano per interferire nelle elezioni americane al fine di favorire l’elezione di The Donald. Alcune settimane prima, la stessa comunità d’intelligence aveva informato Bernie Sanders che la Federazione russa si stava muovendo per favorire la sua elezione.

Peccato che la più grande comunità d’intelligence del mondo non è riuscita a portare uno straccio di prova dell’ingerenza di Mosca, come spiega lo stesso the American Conservative. L’intelligence, osserva la testata americana, “non sembra riuscire a trovare qualcosa di più specifico di un generico interferire”. La Cbs riferisce che i deputati della Camera hanno chiesto alla Comunità d’intelligence di presentare delle prove a sostegno della loro tesi, come intercettazioni telefoniche o altro, ma al momento non hanno presentato nulla. Persino Jake Tapper, editorialista del Washington Post a lungo sostenitore del Russiagate ha espresso dei dubbi, questa volta. Non è assolutamente, chiaro, dunque, come la Federazione russa, si sarebbe mossa per aiutare Donald Trump (e Bernie Sanders). “La comunità d’intelligence ha superato ogni limite nel 2016 – sottolinea Peter Van Buren – cercando di svolgere un ruolo evidente nel processo elettorale. Quando questo non ha funzionato e Trump è stato eletto, la comunità d’intelligence ci ha portato sull’orlo dell’inferno scatenando il Russiagate”, supportato da media e dai democratici.

La politica estera di Trump è stata così indulgente nei confronti della Russia?

Inoltre, alla narrativa promossa dai grandi media americani si potrebbe obiettare che Donald Trump non ha assolutamente “favorito” la Russia con le sue azioni in politica estera. Anzi. Come rileva Ted Galen Carpenter su The National Interest, i fatti dimostrano che Donald Trump ha portato avanti una politica estera spesso aggressiva nei confronti della Federazione Russa – che certamente non ha fatto piacere a Putin, come la decisione di ritirare gli Usa dal trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), siglato a Washington l’8 dicembre 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbacev, a seguito del vertice di Reykjavík.

Nel settembre 2018, inoltre, l’allora Segretario alla Difesa James Mattis ammise che Stati Uniti stavano addestrando unità militari ucraine in una base nell’Ucraina occidentale. Washington ha approvato due vendite di armi alle forze di terra di Kiev nel corso degli ultimi tre anni. La prima transazione risale al dicembre 2017 ed era limitata alle armi leggere: tale accordo includeva l’esportazione di fucili M107A1 e munizioni, per una vendita del valore totale di 41,5 milioni di dollari. La transazione dell’aprile 2018 è ben più seria. Non solo è più onerosa (47 milioni di dollari), ma include anche armi letali, in particolare 210 missili anti-carro Javelin – il tipo di armi che l’amministrazione di Barack Obama si era rifiutata di fornire a Kiev.

L’isteria russa contagia anche Bernie Sanders

Dopo l’articolo del Washington Post sul possibile sostegno della Federazione russa a Sanders nelle primarie in Nevada, il senatore del Vermont ha voluto chiarire la sua posizione: “A differenza di Donald Trump, non considero Vladimir Putin un buon amico. È un delinquente autocratico che sta cercando di distruggere la democrazia e schiacciare il dissenso in Russia. Cerchiamo di essere chiari, i russi vogliono minare la democrazia americana dividendoci e, a differenza dell’attuale presidente, sono fermamente contrario ai loro sforzi e a qualsiasi altro potere straniero che voglia interferire nelle nostre elezioni”. Lo stesso Sanders ha ventilato l’ipotesi che ci fosse proprio la Russia dietro gli attacchi social al Culinary Workers Union del Nevada, che aveva criticato la riforma sanitaria promossa dall’anziano senatore. Sanders, dunque, è stato costretto a sposare la narrativa dei grandi giornali progressisti: è indubbio che vi sia molta tattica dietro queste sue dichiarazioni su Putin e la Russia.

Ciò che mancano, tuttavia, sono le prove di un reale coinvolgimento di Mosca. Come sottolinea il Daily Beast, infatti, non c’è alcuna prova dei tentativi del Cremlino di favorire Sanders nelle primarie democratiche e anche gli esperti sono molto scettici, come ha spiegato anche Jessica Brandt, direttrice della ricerca presso Alliance for Securing Democracy. Ai grandi media progressisti questo però sembra non importare: il Russiagate 2 domina già il dibattito politico.

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