(Damasco) Entrando in Siria, superato il confine con il Libano, la situazione sembra migliore rispetto a qualche mese fa. Meno tensione nell’aria, meno uomini in divisa, meno pattuglie di sicurezza. Eppure i controlli di frontiera effettuati dai soldati non fanno sconti ai passanti: le automobili vengono fermate, le valigie aperte, i passeggeri interrogati uno ad uno. Cinque anni di guerriglia e di infiltrazioni terroristiche ti fanno diffidare di chiunque, persino di una madre con in braccio un neonato. Ma una volta che sei dentro i militari ti lanciano un sorriso e ti augurano una buona permanenza. Arrivati a Damasco, tra i checkpoint, le fotografie dei martiri e le gigantografie di Assad, spuntano i manifesti elettorali affissi ad ogni angolo della città e raffiguranti i volti dei candidati in corsa per un posto nel nuovo Parlamento. Perché mentre a Ginevra si svolgono i negoziati di pace tra governo e opposizione, nelle circoscrizioni siriane controllate dai lealisti ci si prepara alle votazioni legislative.

In corsa ci sono circa 12mila candidati (dai 25 anni in su, tutti approvati dal governo) per 250 seggi. E a dominare la campagna elettorale è ovviamente il tema della guerra. “Noi siamo per la sicurezza”, “Per il bene dei bambini che sono stati uccisi, continueremo a combattere”, “Siamo la voce dei caduti e dei feriti”, “Rappresentiamo i martiri del nostro eroico esercito” sono solo alcuni degli slogan che si leggono sugli striscioni che tappezzano l’intera città. E se le ultime elezioni parlamentari svoltesi il 27 maggio del 2012, le prime in tempi guerra civile, si erano caratterizzate per la vittoria storica del partito Baath (partito di maggioranza nella coalizione Unità Nazionale di cui fanno parte anche altre formazioni), queste sembrano dominate dai candidati indipendenti, molti dei quali sono donne.

“È incoraggiante il fatto che dopo cinque anni di guerra e i tentativi di distruggere lo Stato siriano siamo stati in grado di tenere procedure costituzionali. Tutto ciò conferma l’esistenza dello Stato e del Paese in generale, nonostante la presenza del terrorismo”, aveva detto di recente ai media russi il leader bathista Assad. “D’altra parte” aveva aggiunto “è il tasso senza precedenti di partecipazione alle elezioni parlamentari in Siria, un gran numero di candidati che supera di molte volte le passate elezioni. Il motivo, a mio parere, è la fedeltà dei siriani alla Costituzione e la loro volontà di rafforzare la legittimità dello Stato e la Costituzione. Si tratta di un forte livello di sostegno pubblico. Ecco perché, rispetto al primo e al secondo fattore, posso dire che sì, sono soddisfatto”. In un momento in cui il Paese non è mai stato così diviso geograficamente (il 30 per cento del territorio è controllato dall’esercito regolare, il restante invece è spartito tra deserto, Daesh, Al Nusra e le altre sigle anti-governative) la strategia del governo di Damasco nel portare a termine le votazioni mira a discreditare l’intera comunità internazionale che invece di trovare una soluzione di pace ha gettato benzina sul fuoco. Ma sopratutto lancia un messaggio di normalizzazione e di speranza ad un popolo che convive da cinque anni con la guerra dentro casa.

È vero, in un Paese dove vige lo Stato di emergenza, un Parlamento non ha tutti i poteri che gli spettano, soprattutto in Siria dove a prendere le decisioni è tutta una rete di potere radicata nello Stato profondo. Eppure il concetto che passa, o meglio che da queste parti si vuole far passare sembra piuttosto chiaro: la “Repubblica ereditaria degli Assad” non è un Paese che si fa dare lezioni di democrazia.

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