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Se undici vi sembrano troppi, allora sappiate che in partenza erano quattordici. Parliamo dei candidati alle elezioni portoghesi per la presidenza della repubblica, le più affollate nella storia della giovane democrazia lusitana, fissate per il prossimo 18 gennaio, con ballottaggio l’8 febbraio. Un chiassoso happening che ha mandato in crisi il sistema mediatico nazionale, i cui operatori sono stati costretti a inventarsi schemi varabili e malaggiustati per garantire un minimo di par condicio e proporre confronti fra candidati che non scadessero in babele.

Ai media portoghesi è venuta incontro, sia pure in parte minima, una decisione della Corte Costituzionale che ha eliminato dalla corsa tre candidati a causa di irregolarità formali. Gli esclusi sono: Joana Amaral Dias, una psicologa clinica passata dalle file della sinistra all’estrema destra negazionista (anti-covid, anti-mutamento climatico) dell’Alternativa Democratica Nazionale; José Cardoso, imprenditore col vezzo dell’impegno intellettuale che si presentava sotto le insegne del Partito Liberal Sociale; e Ricardo Sousa, ex consigliere comunale di Paredes sotto le insegne del Partido Sociàl Democrata (PSD, centro-destra). La loro candidatura è stata definitivamente bocciata a ridosso delle feste natalizie, il 23 dicembre. Nonostante ciò, anche i nomi dei tre eliminati figureranno nella scheda che gli elettori portoghesi si vedranno proporre il 18 gennaio. Motivo: la tipografia di Stato aveva già provveduto a stampare le schede, non si faceva in tempo a ristampare.

Dunque, ecco l’effetto grottesco: quei tre finiranno per drenare preferenze. Che susciteranno qualche dubbio su come etichettarle: sarà proprio ortodosso considerarli voti nulli, dato che c’è tanto di nomi sulla scheda? È anche così che i sistemi democratici sabotano se stessi. Tanto più che – paradosso dei paradossi – il sorteggio ha messo in cima alla lista proprio uno degli esclusi: Ricardo Sousa. Sembra una pièce da teatro dell’assurdo: Elezione presidenziale con capolista assente.

Il simbolico è politico – In realtà, la scheda elettorale che forgia la categoria del voto inutile non è l’unica eccentricità di questa elezione presidenziale, così come non lo è la folla di aspiranti al Palácio Nacional di Belém.

A destare altre riflessioni è la trasformazione che il ruolo del presidente della repubblica ha affrontato nel sistema politico portoghese. Un ruolo che per tutto il corso del Novecento ha avuto una valenza poco più che simbolica, specie durante il mezzo secolo di dittatura salazarista, quando al vertice dello stato venivano eletti militari a fine carriera. Ma che dopo il ritorno alla democrazia, propiziato dalla Rivoluzione dei Garofani (1974), ha conosciuto una progressiva crescita di peso. Ciò è stato determinato soltanto in parte dal carisma e dalla capacità di leadership dei soggetti che si sono succeduti nel ruolo. Molto più ha inciso la debolezza di un sistema dei partiti andato in progressivo disfacimento, dopo essersi dimostrato incapace di governare la devastante crisi economica che ha portato il Paese, nel periodo 2010-2014, sotto tutela della troika formata da Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale e Commissione Ue. Per la cronaca, in quella fase la Commissione Ue era guidata da José Manuel Durão Barroso, ex primo ministro socialdemócrata che aveva dato il suo apporto all’edificazione di quello sfascio. E che dopo avere terminato il mandato da presidente della Commissione ha trovato sistemazione come presidente non esecutivo e consulente di Goldman Sachs.

Da quella crisi il Portogallo è uscito costruendo una nuova fase espansiva dell’economia, fortemente dipendente dall’attrazione di risorse: turismo in primis, ma anche capitali. L’immagine di un Paese che si propone come buen retiro, temporaneo o permanente, ha fatto breccia all’estero e ha attirato nomadi spendenti di diverso target: turisti attratti da un’offerta economica molto competitiva rispetto a altri mete europee, pensionati sedotti da una tassazione molto generosa, e soprattutto oligarchi di paesi extra-Ue a caccia di Golden Visa per garantirsi la piena mobilità nello spazio Schengen (una leva che dall’economia portoghese è stata sfruttata con un cinismo degno di menzione). Il risultato di tutto ciò è stato un rilancio dell’economia che in misura molto relativa ha avuto ricadute sul benessere dei portoghesi. Cui anzi è toccato scontare una devastante crisi dell’alloggio, oltre a un innalzamento del costo della vita.

Il diffondersi di una sfiducia verso il sistema politico e dei partiti ha avuto due conseguenze: la crisi di rappresentanza dei partiti tradizionale, con perdita di consenso delle due formazioni principali (il PSD e il Partido Socialista, PS); e il potente emergere di una domanda politica populista di destra che ha trovato espressione nella rapidissima ascesa di Chega! (Basta!), il partito guidato da André Ventura.

In un quadro di così evidente decomposizione, la figura del presidente della repubblica ha visto crescere la propria funzione di garanzia. Il profilo laico acquisito dal ruolo dopo il ritorno alla democrazia ha permesso di dissolvere l’aura esclusivamente simbolica associata alla carica. Inoltre, gli ultimi dieci anni di presidenza ricoperta da Marcelo Rebelo de Sousa hanno reso alla figura del capo dello stato una popolarità e un’idea di vicinanza ai cittadini che non ha eguali nello spazio europeo. L’effetto di tutto ciò è che una figura simbolica si è progressivamente trasformata in figura politica.

Il leader ultranazionalista e l’ammiraglio poco mediatico – In termini di forma di governo, il Portogallo è una repubblica semipresidenziale. Il presidente è eletto dal popolo, ma non ha poteri esecutivi. Le prerogative del capo di stato lusitano coincidono con quelle del capo di stato italiano, che però è eletto dalle assemblee rappresentative in seduta comune. Ciò significa che l’espandersi della competizione per l’acquisizione della carica non è motivata dal reale potere messo a disposizione del ruolo. A fare la differenza, oltre al crescente potere mediatico associato alla carica, è proprio lo status distinto rispetto a un sistema politico che arranca. Per questo l’iscrizione alla corsa elettorale presidenziale è affollata. E riflette la frammentazione del campo politico portoghese.

Questa frammentazione è testimoniata dai sondaggi. I cui dati, praticamente da subito, si concentrano su otto candidati lasciando da parte i tre che viaggiano su intenzioni di voto irrilevanti. Guardando a quei dati si scopre poi che le intenzioni di voto davvero significative si concentrano su cinque figure. Nessuna delle quali oltrepassa il venti per cento delle intenzioni di voto. Ciò significa che, oltre a avere la garanzia che ci sarà ballottaggio, l’incertezza sull’allineamento delle forze politiche al secondo turno è estrema.

In questo contesto, le intenzioni di voto disegnano un panorama da lotteria e ci si concentra soprattutto sui candidati che andranno al ballottaggio. La lettura delle rilevazioni effettuate dai diversi istituti è un rompicapo: ogni aggiornamento presenta un panorama completamente diverso. Una valutazione inferenziale porta a dare per certa la presenza al secondo turno di Ventura, che però a quel punto avrà un compito più difficile perché dovrà rivolgersi a un’opinione pubblica moderata. L’altro candidato abbastanza accreditato di arrivare al ballottaggio è il giurista Luís Marques Mendes, che appartiene alla vecchia scuola dei baroni socialdemocratici e prova a rappresentare il Portogallo del conservatorismo moderato.

Dietro questo binomio c’è l’incertezza totale. António José Seguro prova a dare la scossa a un Partido Socialista avvitato in una crisi sconcertante; alcuni fra gli ultimi sondaggi, per quello che vale, lo danno in risalita. Quanto a João Cotrim Figueiredo, candidato di Iniciativa Liberal, è accreditato di una quota che non è mai andata oltre il 15%, buona da mettere a disposizione per il ballottaggio. E poi c’è il curioso caso dell’ammiraglio Henrique Gouveia e Melo.

Ex capo di stato maggiore della Marina portoghese, Gouveia e Melo è stato il commissario straordinario per l’emergenza Covid. In quel ruolo si è guadagnato un vasto capitale di stima e rispetto presso i portoghesi, che ha deciso di spendere nella corsa alla presidenza della repubblica. Una corsa per la quale era ampiamente accreditato nei sondaggi iniziali, ma che poi lo ha visto penalizzato quando si è trattato di scendere nell’arena della comunicazione. Lì sono emersi i limiti del suo profilo pubblico: l’ammiraglio non è particolarmente attrezzato nella comunicazione politica. E la vistosa discesa delle intenzioni di voto lo dimostra.

L’ammiraglio può ancora farcela a acciuffare il ballottaggio, ma dovrà essere un’impresa. E se davvero si giungerà a un secondo turno che veda il confronto tra Ventura e Gouveia e Melo – il leader della destra populista radicale e il candidato indipendente che riporterebbe la figura di un militare a capo dello stato – sarebbe il momento di aprire il dibattito sulla necessità di una Seconda Repubblica portoghese.

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