Riporre una scheda dentro un’urna non è garanzia di democrazia. L’andare al voto, contrariamente a quanto in passato sostenuto soprattutto in occidente, non è sintomo di stabilità e di una raggiunta maturità democratica. A volte è vero il contrario. In alcuni casi le consultazioni o si trasformano in un palcoscenico da cui far partire nuove tensioni, oppure in una vera e propria farsa a favore di telecamera. E quanto accaduto nei giorni scorsi nella Repubblica Democratica del Congo ne è una chiara dimostrazione. 

A Kinshasa vince l’opposizione, ma il clima sembra fin troppo “sereno”

È la nazione più grande dell’Africa centro meridionale, ricca di risorse nel sottosuolo ma dalla storia che parla di continui scontri e di guerre perennemente latenti. La Repubblica Democratica del Congo, spesso identificata con il nome di Congo Kinshasa con riferimento alla sua capitale, è uno degli Stati più instabili e poveri del mondo. Eppure i suoi ottanta milioni di abitanti potrebbero vivere quanto meno tutti discretamente viste le tante risorse di cui dispone il paese. Da qui si estrae di tutto: petrolio, cobalto, diamanti, oro, tungsteno, coltan, c’è persino una grande foresta pluviale da cui si ricava un legno molto pregiato. Ma proprio per questo, nessun paese africano od occidentale vuole rimanere fuori dalla spartizione di questa enorme torta fatta di ogni genere di risorse. Ed ecco spiegati i motivi di tante guerre, tante tensioni e, soprattutto, così tanta povertà. Nel 2001 il Congo assiste all’uccisione dell’allora presidente Laurent Kabila. A succedergli è il figlio Joseph Kabila. Quest’ultimo, prima della scadenza del primo mandato, vara una nuova Costituzione e, partire da allora, possono essere completati solo due mandati presidenziali consecutivi. 

Kabila vince nel 2006 e bissa il successo nel 2011. Secondo la legge, nel 2016 avrebbe dunque dovuto lasciare. Succede però che, tra problemi organizzativi e tra più dichiarazioni di stato d’emergenza per via della guerriglia in corso nel North Kivu, Kabila riesce a prolungare il suo mandato. Fino però alla fine del 2018: stringi stringi, anche i suoi collaboratori ed i suoi sponsor internazionali riescono a convincerlo che è meglio evitare di tirare troppo la corda. Vengono dunque fissate le presidenziali, ma anche in questo caso non tutto fila liscio. La commissione elettorale esclude alcuni candidati, tra cui due importanti papabili: Jean Pierre Bemba e Moise Katumbi. Una volta trovata la data, ossia quella del 23 dicembre scorso, scattano però altri impedimenti. Nel North Kivu oltre alla guerriglia islamista e di altri gruppi armati, è in corso un’epidemia di ebola. Secondo il governo non ci sono le condizioni per votare, dunque si decide che soltanto lì le elezioni devono tenersi nel mese di marzo. Quando nel resto del paese tutto sembra pronto per aprire le urne, un altro episodio controverso: un incendio distrugge gran parte dei dispositivi per il voto elettronico. Di nuovo tutto rinviato. Il termine alla fine viene fissato per il 30 di dicembre. Stavolta, eccezion fatta per il North Kivu, si vota veramente.

E nei giorni scorsi arriva il risultato finale che, a prima vista, sembra destare sorpresa. Kabila infatti candida alla presidenza il suo delfino: Emmanuel Ramazani Shadary. È lui l’uomo del presidente, colui che dovrebbe garantire la continuità con i 17 anni di Joseph Kabila. Ed invece vince uno dei candidati dell’opposizioneFelix Tshisekedi. A prima vista sembrerebbe una svolta storica, ci si immagina già reazioni da parte del governo che prova possibilmente a rendere nulla il risultato. Tshisekedi infatti è figlio di uno dei più importanti oppositori di Kabila, sia del padre che del figlio. Ma improvvisamente sembra scoppiare la pace: il presidente uscente saluta il nuovo arrivato, il delfino sconfitto scuote le spalle, si dichiara dispiaciuto ma dichiara che “occorre rispettare la scelta dei congolesi e questo è il gioco della democrazia”. Sembra tutto fin troppo calmo per essere vero. Ed infatti c’è chi agita lo spettro di un accordo tra Kabila e Tshisekedi, come rivela il Financial Times. Un’operazione per dare parvenza di normale alternanza tra maggioranza ed opposizione e sconfiggere il rivale comune dei due, ossia il terzo incomodo: Martin Fayulu.

La Chiesa Cattolica e la Francia contestano la vittoria di Tshisekedi

Secondo la legge elettorale congolese, non esiste possibilità di ballottaggio. Diventa presidente chi, già al primo turno, ha un voto in più dell’avversario. Secondo i risultati ufficiali proclamati dalla commissione, Tshisekedi vince con il 38% dei consensi. Alle sue spalle non c’è il delfino di Kabila, giunto terzo, bensì Martin Fayulu. Quest’ultimo si sarebbe fermato al 35% dei voti. Ed è lui adesso a parlare di brogli. Gli ultimi sondaggi lo danno in testa, nessuno del suo entourage si aspetta una sconfitta per di più contro Tshisekedi. Secondo il principale sconfitto, come da lui stesso dichiarato su Radio France International, non solo esistono degli evidenti brogli elettorali ma per giunta si è dinnanzi ad una “farsa” combinata tra Kabila ed il vincitore. E se in parte Fayulu può aver ragione, è pur vero che chi lo difende sembra farlo non certo per rendere questa farsa pseudo democratica più trasparente. Ad alzare la voce è infatti la Francia. Il ministro degli esteri francese, Jean-Yves Le Drian, dichiara senza mezzi termini: “Fayulu era in linea di massima il leader che doveva uscire da queste elezioni”. A Parigi indubbiamente avrebbe fatto comodo: Fayulu infatti è un uomo d’affari nel campo del petrolio, vanta molti anni all’interno dell’americana ExxonMobil. Ma viene anche descritto come un tycoon molto vicino alla Francia ed alle aziende del settore francesi. In un momento in cui l’uscente Kabila alza le royalties dal 2 al 10%, Fayulu forse è una garanzia maggiore per l’Eliseo. Da qui le rimostranze di Le Drian.

Scende in campo anche la Chiesa Cattolica congolese. La locale conferenza episcopale denuncia brogli ed il risultato finale secondo i vescovi non rispecchia affatto l’andamento del voto. Una presa di posizione, quella del clero, che pesa parecchio anche perché appare l’unica della società civile. Ad aggiungere caos, ovviamente anche la questione del North Kivu: come detto, qui si vota a marzo e dunque i risultati fino ad allora non possono essere considerati definitivi. Adesso monta la tensione: AfricaRivista riporta primi scontri nella regione di Kwilu, roccaforte di Fayulu, in cui ci sarebbero già alcune vittime, forse 11. 

Gli scenari futuri

Il quadro che sembra emergere non appare favorevole al paese: ogni tribù e regione ha il suo candidato di riferimento e lo stesso principio vale a livello internazionale, dove diverse nazioni guardano al Congo supportando un determinato aspirante alla presidenza. A prescindere ed al di là dei brogli dunque, la verità è che tensioni e polemiche si sarebbero registrate ugualmente anche in caso di vittoria di altri candidati. In Congo, più che un’elezione, si è tenuto uno spettacolo surreale che potrebbe però creare adesso ulteriori problemi reali ad una nazione in cui tutti vorrebbero concorrere per sfruttare al meglio le sue risorse.