Le elezioni in Emilia Romagna e in Calabria consegnano due risultati apparentemente contrapposti. Da una parte la coalizione di centrodestra vince in Calabria, dall’altra l’Emilia Romagna si conferma terra di centrosinistra e Stefano Bonaccini mantiene il trono di Bologna.
Fin qui tutto torna. Ma poi esiste una seconda faccia della medaglia che fa comprendere come ai toni trionfalisti del Partito democratico e del governo guidato da Giuseppe Conte corrisponda una verità molto diversa, sicuramente più profonda e che minaccia (davvero) la tenuta dell’esecutivo giallorosso. Ed è proprio il confronto con l’Europa che deve far riflettere coloro che (giustamente dal loro punto di vista) esultano per la tenuta del “fortino rosso” emiliano così come quelli che sottovalutano erroneamente il voto calabrese. Il Vecchio continente ha impartito lezioni di fondamentale importanza per il premier. E proprio per questo deve riflettere prima di pronunciare de profundis nei confronti di quello che è il suo principale avversario: la Lega di Matteo Salvini. Guardare a quell’Europa di cui il governo Pd-M5s è espressione italiana sarebbe doveroso. O la trappola in cui rischia di cadere il premier potrebbe trascinare il governo in un abisso.
La prima lezione è quella di non confondere mai il voto amministrativo con quello nazionale. Lo insegna il Regno Unito: a maggio 2019 i Conservatori di Theresa May persero migliaia di seggi in tutte le amministrative mentre i laburisti di Jeremy Corbyn hanno “tenuto botta” evitando il crollo. In molti, dopo quelle amministrative, predissero un crollo dei Tories, un possibile pareggio tra conservatori e laburisti. Poi la doccia gelida: Boris Johnson prima si prese il trono conservative poi quello britannico, stravincendo le elezioni grazie alla conquista dell’Inghilterra profonda. A nulla sono valse la resistenza del fortino nazionalista scozzese o di alcune storiche roccaforti labour: un segnale arrivato già ai tempi della Brexit ne che è stato confermato su scala nazionale in quest’ultima tornata. Un avvertimento che vale anche per Conte e per il Partito democratico: mai sopravvalutare una “vittoria” in uno storico feudo del proprio partito trasformandola in un segnale di riscossa. In questi voti contano nomi, programmi, amministrazione e soprattutto storia. E la storia semmai ha dimostrato l’erosione del consenso progressista a favore dei sovranisti e del centrodestra anche nella stessa Emilia Romagna.
Altra lezione che arriva dall’Europa è quella di non dimenticare che vincere non significa per forza blindare la sopravvivenza di una coalizione. Le elezioni regionali hanno confermato la caduta verticale del Movimento 5 Stelle ribadendo un trend che va avanti da molti mesi. Ma questo è un segnale che rischia di incrinare eccome i rapporti di forza all’interno del governo. La Germania, dopo le ferite inferte dal voto in Sassonia, Brandeburgo e Turingia, ha registrato un sensibile cambio di passo all’interno della coalizione che per anni ha retto Berlino. La Cdu ha cambiato leadership mostrando la fine dell’era di Angela Merkel, l’Spd ha dovuto cambiare continuamente leadership e ideali per provare a riconnettersi con quella sinistra che ha perso. Nel frattempo, ai toni di vittoria della Grosse Koalition si è contrapposta un’avanzata dell’Afd che solo apparentemente si è fermata: in realtà la destra più radicale ha guadagnato ovunque voti e si è assestata come forza imprescindibile nel panorama politico tedesco. E questo ha comunque spostato il baricentro politico verso destra, a tal punto che è comunque l’Afd e in generale il mondo sovranista a dettare l’agenda del governo.
Terza lezione: quella spagnola. E in questo caso rientra sempre il concetto di fortino e di feudo rosso. In Spagna le ultime elezioni (generali) hanno visto una vittoria del Partito socialista e una cosiddetta frenata delle destre. Una lettura sbagliata perché non tiene conto di quanti elettori sono stati persi dal fronte progressista e quanti invece sono stati conquistati da destra, da partiti nazionalisti e di quanto abbia perso invece un partito centrista come Ciudadanos. Un partito che paga lo scotto del Movimento 5 Stelle: non sapere esattamente dove posizionarsi nell’agone politico tentando il cambio di coalizione in base a presunti interessi generali. Anche in territorio iberico, come in Italia, si è parlato di fronte popolare che contrasta le destre: ma l’erosione di consensi a sinistra è evidente così come è stato cristallina l’ascesa della destra di Vox e lo spostamento verso il sovranismo del Partito popolare. Pensare alla vittoria in alcuni feudi storici come eventuali “Stalingrado” da cui ripartire è un errore che può costare caro.