Israele si avvicina alle elezioni e scopre che saranno decisivi i partiti arabi

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I sondaggi giorno dopo giorno sembrano dare vita a un autentico incubo: non più di 55 parlamentari a testa in media per i blocchi pro e contro Netanyahu, a fronte dei 61 indispensabili per dare vita a una maggioranza. Uno stallo quindi difficilmente risolvibile e da cui appare quasi impossibile tirar fuori una coalizione di governo. C’è poi un altro dato che in queste settimane sta facendo sempre più scalpore: sempre secondo i sondaggi, tra il blocco di destra vicino al premier uscente e quello invece formato dalle opposizioni, si sta insinuando un terzo polo che potrebbe avere un peso rilevante nella prossima legislatura. Il riferimento è ai partiti arabo israeliani, accreditati complessivamente di almeno 12 seggi. Circostanza che, nelle prime elezioni post 7 ottobre, darà una profonda centralità alle liste arabe per la determinazione dei risultati elettorali e la formazione del prossimo esecutivo.

Quali sono i partiti arabi da tenere in considerazione

Occorre partire da una considerazione di natura sociale e storica: Israele ha al proprio interno, ossia nei confini internazionalmente riconosciuti del 1948 ed escludendo quindi Gaza e Cisgiordania, un 20% di popolazione di origine araba. Si tratta degli eredi di coloro che, dopo la prima guerra arabo-isareliana combattuta all’indomani della formazione dello Stato ebraico, hanno scelto di vivere all’interno di Israele prendendo anche la cittadinanza. E in quanto cittadini, gli arabi di Israele possono andare a votare e dare vita a formazioni politiche. La partecipazione politica araba fino agli anni Settanta è stata grossomodo limitata alla presenza di associazioni o anche singoli deputati all’interno di Mapai, il partito di Ben Gurion che ha governato Israele nei primi tre decenni di esistenza del Paese, antesignano del Partito Laburista. Nel corso degli anni poi, in Parlamento sono approdati veri e propri partiti arabi.

Nel 2015 si è avuta la più importante affermazione delle formazioni arabe: confluiti in un unico listone, in quell’occasione i partiti arabofoni sono riusciti a piazzare 13 deputati alla Knesset, il Parlamento israeliano, ponendosi come terza forza politica in assoluto. Oggi la lista unica non esiste più o, almeno, al suo interno non convolano tutti i partiti di riferimento della popolazione arabo-israeliana. Esiste Ra’am, acronimo ebraico per l’appunto di Lista Araba Unita, ma oggi rappresentante soltanto dell‘elettorato arabo vicino all’Islam politico. Guidato da Mansour Abbas, il partito è noto per essere stato il primo gruppo parlamentare arabofono ad appoggiare apertamente un governo israeliano. Nel 2021 infatti, Ra’am ha aderito, pur senza nominare ministri, alla maggioranza parlamentare a sostegno del governo di Naftali Bennett.

Gli altri pezzi della lista unica del 2015 oggi fanno parte di una nuova “joint list”, con all’interno i partiti arabofoni di tradizione più laica. È il caso di Hadash, fondato nel 1977 dall’unione tra il Partito Comunista di Israele con altri movimenti di sinistra e che oggi al proprio interno raccoglie sia arabofoni che ebrei laici. Ci sono poi gli eredi del nazionalismo arabo di Balad e della sinistra secolare araba di Ta’al.

Cosa dicono i sondaggi

Se da un lato sembra esserci discordia sulla distanza tra Netanyahu e i suoi oppositori, con alcune rilevazioni che danno in vantaggio l’attuale premier e altre invece che vedono in avanzata gli avversari, dall’altro non sembrano esserci dubbi sul peso che avranno i partiti arabi dentro la prossima Knesset. Buona parte degli istituti a cui i media israeliani hanno affidato i sondaggi, prevedono infatti l’ingresso di almeno 12 deputati arabi. Di questi, tra 7 e 8 apparterranno alla nuova joint list. Ra’am invece, dal canto suo, è accreditato di 4 o 5 parlamentari. Entrambe le liste quindi supereranno la soglia di sbarramento fissata al 3.25% e porteranno propri rappresentanti all’interno della Camera.

Considerando come attualmente né l’uscente maggioranza e né l’opposizione avrebbero i numeri per governare,i partiti arabi avranno la funzione di vero e proprio ago della bilancia. I loro voti, comunque vada, saranno vitali per chiunque ha ambizione di varare e guidare il nuovo esecutivo. Niente è però scontato: le formazioni arabofone, pur essendo ovviamente molto lontane dai partiti messianici vicini al Likud di Netanyahu, non possono essere considerate organiche all’opposizione. Proprio perché l’unico precedente di sostegno a un governo risale soltanto al 2021. L’impressione è che sia da destra che da sinistra, nel dietro le quinte della Knesset un po’ tutti saranno “costretti” a corteggiare i partiti arabi e a provare a scendere a patti con loro. Un elemento che, di per sé, non può che assumere un significato politico molto particolare. Specialmente considerando l’attuale situazione in Medio Oriente.

Fonti:

https://www.jpost.com/israel-election-2026/article-907154

https://www.timesofisrael.com/abbas-says-raam-party-will-be-open-to-jewish-candidates-in-major-shift/amp/?

https://www.jpost.com/israel-election-2026/article-908282