La Cina si estende per quasi 9.600 chilometri quadrati e può contare su una popolazione formata da 1,4 miliardi di abitanti. Nel corso di appena trent’anni il pil del Paese è cresciuto a dismisura, tanto che oggi, Pechino, deve essere inserita sul podio delle superpotenze globali. Il recente braccio di ferro con gli Stati Uniti, ufficialmente avviato dalla guerra dei dazi di Donald Trump, ha quasi oscurato ogni altra questione cinese, compresi i vari nodi – ancora da sciogliere – inerenti alla politica interna.

Riguardo quest’ultimo punto, sono da annoverare le tante dispute territoriali ancora attive, che hanno come protagoniste da una parte la Repubblica popolare cinese e dall’altra i suoi “vicini di casa”. L’attuale nazione cinese è stata fondata il primo ottobre 1949 da Mao Zedong. Senza ricostruire le tappe storiche che hanno portato la Cina ad assumere la forma odierna, e saltando quindi interi secoli in cui abbiamo assistito ad alternanze di imperatori e dinastie, arriviamo ai giorni nostri. Quali sono i possibili punti di rottura dai quali potrebbero verificarsi conflitti potenzialmente esplosivi? Dal Mar cinese meridionale ai confini con l’India e il Pakistan, passando per il Buthan e Taiwan. Cerchiamo di fare il punto della situazione

Il Mar cinese meridionale

Le acque del Mar cinese meridionale sono contese dal 1947, quando gli allora nazionalisti cinesi guidati dal Kuomintang disegnarono 11 linee tratteggiate, cioè le rivendicazioni marittime della Cina in quella regione. C’era tuttavia un problema: le suddette linee comprendevano anche acque situate tra Filippine, Vietnam e Malesia. Quando i comunisti di Mao salirono al potere, il Dragone cancellò due tratti, passando così a nove linee.

Il punto è che quei tratti restavano troppo vaghi e non trovavano d’accordo i Paesi limitrofi. La questione è riesplosa da pochi anni, in concomitanza con la crescita della Cina come potenza planetaria. Il gigante asiatico ha infatti rivendicato a gran voce la propria area territoriale delimitata dalle nove linee. Le isole nel mirino di Pechino sono molteplici: l’arcipelago delle isole Paracelso (con il Vietnam), le Spratly (contese da Vietnam, Taiwan, Malesia, Filippine e Brunei) e il banco di Scarborough (con le Filippine), oltre alle Senkaku con il Giappone (per i cinesi isole Diaoyu).

Le altre dispute territoriali

Tornando sulla terra ferma, la disputa più importante è quella in corso da decenni tra Cina e India. Le tensioni derivano dalla cosiddetta Line of Actual Control (Lac), cioè la linea tracciata come confine dopo il conflitto sino-indiano del 1962. Al termine del testa a testa, rianimato da un recente episodio di violenza, i cinesi hanno ottenuto il territorio dell’Aksai Chin, attualmente suddiviso tra Xinjiang e Tibet. L’India lo considera invece Kashmir indiano e non riconosce l’influenza cinese.

La Lac è stata successivamente oggetto di un accordo nel 1993, nel 1996 e nel 2013. Gli accordi sono rimasti validi soltanto sulla carta, visto che i due Paesi, ancora oggi, non hanno risolto alcunché. Sempre con Nuova Dehli, è attiva una disputa per lo Stato indiano Arunchal, a due passi dal Bhutan. Pechino dichiara che quella regione appartiene al Tibet meridionale. Proseguendo l’elenco delle dispute, vale la pena elencare le “diverse vedute” in corso con il Buthan e la Corea del Nord: si tratta tuttavia di episodi di lieve entità, quasi mai menzionati. Il grosso è concentrato all’interno del calderone delimitato dal Mar cinese meridionale.

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