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Fidel Castronel suo lungo mandato alla guida del governo cubano, ha dovuto in una sola occasione affrontare proteste paragonabili a quelle sprigionatesi nell’ultimo mese nel Paese. Correva l’anno 1994, e il Paese era allo stremo colpito dal combinato disposto tra gli effetti della crisi economica interna, l’impatto dell’asfissiante embargo statunitense e le conseguenze della caduta dell’Unione Sovietica, partner privilegiato di L’Avana. L’imposizioni di restrizioni e contingentamenti nella distribuzione dei beni, la carenza di generi di prima necessità e una durissima recessione (-35% del Pil) causarono allora l’ondata di proteste del Maleconazoculminata nella fuga di decine di migliaia di cubani verso la Florida e il resto degli Usa.

L’ora più dura per Cuba

Oggigiorno, quello che si trova a vivere Cuba è un periodo simile a quello patito a metà Anni Novanta e poi superato, principalmente, per la stipulazione di accordi privilegiati con il Venezuela di Hugo Chavez. Ma la pandemia di Covid-19 e le sue conseguenze hanno impattato sull’isola caraibica con una forza, potenzialmente, ancora più dirompente. Mettendo a nudo le fragilità interne a un sistema come quello sanitario, ove è indubbio che Cuba abbia raggiunto picchi d’eccellenza, per quanto non uniformi; impattando su un Paese molto mutato rispetto a quello governato dal Jefe, abitato da una popolazione giovane e molto istruita, ben conscia di quanto accade in altri contesti e modelli grazie all’accesso a Internet, desiderosa di avanzamenti materiali e personali; colpendo su un sistema in continua transizione e in cui, soprattutto, da pochi anni i Castro hanno passato la mano.

Dopo aver preso il potere nel 2018 l’attuale presidente Miguel Diaz-Canel si è trovato di fronte a una triplice sfida: in primo luogo, consolidare un consenso politico paragonabile a quello conquistato negli anni da Fidel Castro e dal fratello Raul per consolidare l’esperienza del governo rivoluzionario inaugurato nel 1959; in secondo luogo, guidare una transizione economica, politica e sociale in grado di sistematizzare l’ideologia che il carisma personale dei suoi predecessori aveva, con diversi riferimenti, costituito. Il castrismo si era consolidato, nel corso degli anni, imperniandosi su tradizionale trittico costituito dal nazionalismo rivoluzionario cubano caro al Libertador José Marti, dal richiamo populista e millenarista al dualismo tra popolo ed élite corrotte (definito da Loris Zanatta in un omonimo saggio il “populismo gesuita”) e da uno strumentale riferimento al socialismo legato alle logiche della Guerra Fredda, cui nel corso degli anni si era aggiunta una sempre più spiccata retorica panamericana e anti-statunitense. Diaz-Canel, asceso nel periodo del declino del socialismo del XXI secolo latinoamericano, ha puntato in questo contesto a cercare un’ibridazione tra modello tradizionale e società di mercato con una svolta “cinese” culminata nella promulgazione di una nuova Costituzione.

Terzo punto degli obiettivi del nuovo governo è stato il tentativo di sottrarre Cuba al suo status di eccezionalità negli scenari internazionali che è rimasto in larga parte legato al suo ruolo di ultimo baluardo del Novecento e del bipolarismo, principalmente per l’onda lunga dell’impegno castrista a esportare la rivoluzione in Africa e America Latina condotto negli Anni Ottanta, per il suo conseguente complemento di internazionalismo medico e per il richiamo ideale rappresentato da Cuba per tutti gli oppositori di Washington nel mondo. Un posizionamento che ha reso un faro mondiale una nazione di soli 11 milioni di abitanti, ma al contempo ha reso sempre difficile proporre svolte o transizioni politiche interne volte a risolvere problemi pragmatici, complice il surplus di attenzione che ciò che accade a Cuba ottiene nel resto del mondo.

Le questioni più urgenti per Cuba

Ebbene, tutti e tre questi obiettivi sono stati largamente mancati, sino ad ora, e questo si è riflesso in una perdita di credibilità e carisma che ha reso il governo vulnerabile di fronte alle eterogenee rivendicazioni degli oppositori anticomunisti (Unione Patriottica Cubana), dei movimenti per i diritti dei dissidenti (come San Isidro) e della folla disorganizzata che si è riversata nelle strade nelle ultime settimane. Come nota Americas Quarterlycon il suo ambivalente andirivieni tra aperture e irrigidimenti, con la sua ostilità a molte voci della piazza, con la sua sostanziale mancanza di polso Diaz-Canel si è messo nelle condizioni di non poter dare risposte ottimali a una folla in larga parte non politicizzata ma che, in sostanza, chiede una correzione di rotta sul futuro di Cuba e delle strutture che ne condizionano la politica e l’economia.

Castro, figura unica nella storia del Novecento per carisma e esposizione mondiale tra i leader del “Terzo Mondo”, ha saputo a lungo giocare con astuzia e abilità politica con le contingenze, riuscendo o a costruire compromessi politici e tattici che garantivano fiato a Cuba (dagli accordi “zucchero contro petrolio” con Mosca all’alleanza energetico-sanitaria con Caracas) e a mobilitare contro il bloqueo Usa, indubbio fattore di difficoltà per l’isola, le energie espresse nelle proteste per la carenza di generi essenziali. Su Diaz-Canel si è invece abbattuto il cigno nero della pandemia e delle sue conseguenze devastanti per L’Avana: -10,9% di Pil nel 2020, un ulteriore -2% a inizio 2021, contrazione del turismo e dell’ingresso di valuta pregiata, insicurezza sociale crescente. A cui si sommano gli effetti della continua riduzione della spesa pubblica in servizi e beni essenziali (a favore, a detta degli oppositori, dell’investimento in hotel e resort di lusso) che si manifesta sotto forma di carenze di approvvigionamento e continui blackout elettrici. Trasversalmente a ciò, il dannoso e politicamente inutile embargo Usa rilanciato da Donald Trump ha fatto il resto.

Il castrismo senza Castro è un problema?

Sotto i colpi della pandemia, in particolare “sta franando però quel sentimento identitario in qualche modo legato alla Revolución, che ha tenuto insieme la massa del popolo cubano attraverso sessant’anni di sfide”, ha scritto il giornalista Livio Zanotti, tra i massimi esperti italiani di America Latina, su StartMag. Un sentimento associato inequivocabilmente al nome Castro: perché difficilmente a Cuba si può parlare di “governo socialista”, “regime” o “rivoluzione” senza associarli all’aggettivo “castrista”. Il castrismo, alla luce di un perenne slancio secondo cui “volere è potere”, è stato il collante di Cuba dalla Guerra Fredda ad oggi. Zanotti sottolinea che “le proteste dell’11 luglio scorso, una domenica d’incontenibili passioni, ha mutato il rapporto tra governo e governati. Era un sentimento via-via sempre più contraddittorio, a cui orgoglio nazionale e furbizie quotidiane, solidarietà e mercato nero, magniloquenza e piccoli tradimenti andavano togliendo il respiro”, prima che l’arrivo del Covid finisse per travolgerlo.

Diaz-Canel non è né Fidel né Raul Castro, gli manca il carisma per poter chiedere al popolo, anche solo furbescamente, di tirare a campare per non tirare le cuoia nel periodo più duro; gli mancano la capacità retorica, l’inventiva e la tenacia per sobbarcarsi una vasta richiesta di cambiamento. Soprattutto, al governo gerontocratico di Cuba manca l’abitudine a mediare con i problemi quotidiani della popolazione: e conquistare questa capacità, Covid o non Covid, bloqueo o non bloqueo, sarà la sfida più grande per il governo dell’Avana. La fortuna di Diaz-Canel sta nel fatto che né gli Usa né tantomeno i protestanti hanno un progetto o la forza reale, attualmente, di spingere per un cambio di regime nel Paese: ma il modello cubano dovrà farsi più strategico, pragmatico e attento ai bisogni di una popolazione che, tra istruzione, cultura e alfabetizzazione, vanta uno dei migliori capitali umani del continente. Una forza che sarebbe un grave errore disperdere.