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Durante le celebrazioni per il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma si è esaltata l’idea di un’Europa sempre meno Unione, si sono tessute le lodi e si sono cantate le virtù di un progetto sempre più distorto, alla deriva e senza un vero percorso, un progetto a cui da tempo manca energia propulsiva. Un’Europa che ora molti invocano “a più velocità” ma che vede il suo motore da tempo inceppato, e che sul piano economico paga fortemente le conseguenze delle scelte prese, negli ultimi anni, dal suo paese guida, la Germania sedicente “locomotiva d’Europa” intenta in realtà in una corsa a sé col resto del mondo. In altre parole, per richiamare un pamphlet scritto da John Maynard Keynes nel 1925 molto critico nei confronti di Winston Churchill, “le conseguenze economiche di Angela Merkel”.In carica dal 22 novembre 2005, Frau Merkel ha saldamente guidato la Germania nel corso dei suoi tre mandati governativi e, de facto, condizionato più di ogni altro leader le politiche implementate dall’Unione Europea a partire dal decisivo frangente della Grande Crisi del 2007-2008. L’iperattivismo della Cancelliera ha portato, nel corso degli anni, a una crescente erosione della distanza separante Bruxelles e Berlino: la Germania, prima economia d’Europa, si è nel corso degli anni identificata come l’Europa stessa, mano a mano che la combinazione tra le riforme economiche condotte sul piano interno e le politiche caldeggiate per la “grande strategia” dell’Unione agivano in sincronia per espandere la leva tedesca nei confronti del resto del continente. Dalla delegittimazione internazionale di Silvio Berlusconi nel corso degli ultimi, infuocati mesi del 2011 all’oltranzismo dell’Unione Europea nei confronti della Grecia nel periodo compreso tra l’elezione di Alexis Tsipras e il suo clamoroso voltafaccia concretizzatosi nell’accettazione dei piani di austerity, l’influenza e il potere decisionale di Angela Merkel si possono notare dietro ogni importante scelta compiuta dall’Europa nel corso dell’ultimo decennio.Il forte livellamento della produzione interna dei Paesi della periferia dell’area euro dovuta agli effetti distorsivi di una moneta unica eccessivamente sopravvalutata ha avuto come contraltare il completo sdoganamento del mercantilismo tedesco, materialmente verificabile constando i crescenti ammontare dei surplus commerciali conseguiti dalla Germania nei confronti del resto del mondo. Nel 2016, infatti, Berlino ha fatto segnare risultati record tanto sotto il profilo della bilancia commerciale, caratterizzata da un attivo monstre di 253 miliardi di euro a fronte di 1.200 miliardi complessivi di esportazioni, quanto sul piano delle partite correnti, chiuse in positivo di 270 miliardi, talmente rilevanti da portare numerosi dei commentatori che a novembre avevano incensato Angela Merkel come “Leader of the Free World” dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca ad esprimere la loro preoccupazione per le politiche di Berlino. Le forti accuse dell’Advisor economico di Trump Peter Navarro, riguardanti la presunta scorrettezza delle politiche economiche tedesche, hanno aperto il contenzioso tra la nuova amministrazione di Washington e la cancelleria federale di Berlino, certamente non placatosi dopo la visita di Angela Merkel alla Casa Bianca, caratterizzata da un’atmosfera di freddezza e tensione. Le intrinseche debolezze dell’Unione Europea hanno finito per erodere i margini e i vantaggi competitivi conseguiti dalla Germania non tanto sul piano materiale dei risultati di breve periodo, come visto attualmente in fase di espansione, quanto soprattutto su quello della sostenibilità di lungo periodo: essa è stata innanzitutto messa in discussione dall’insorgenza, in diversi Paesi del continente, di movimenti politici e sociali che hanno messo in discussione le politiche socio-economiche condotte dall’Europa su indirizzo di Berlino negli ultimi anni, ma al tempo stesso è stata messa in difficoltà da importanti cambiamenti occorsi internamente nella stessa Germania. Una distribuzione della ricchezza sempre più polarizzata vede il 60% delle risorse controllato da circa il 10% della popolazione, e a ciò si sommano una volatilità salariale e un’incertezza occupazionale sempre più diffuse nella popolazione lavorativa. Questi sono i frutti di lungo periodo delle riforme del mercato del lavoro “Hartz IV”, capostipiti di tutti i Jobs Act e le Loi Travail future introdotte prima dell’ascesa della Merkel per favorire la flessibilizzazione del mercato del lavoro e divenute utile strumento in combinato disposto con le politiche commerciali mercantilistiche.Crescenti preoccupazioni internazionali per le strategie della Germania e strisciante senso di scoramento sul piano interno stanno concorrendo ad erodere la tradizionale piattaforma di consenso cristiano-democratica su cui Angela Merkel punta per conquistare il suo quarto mandato alle prossime elezioni politiche; attualmente, il suo ruolo è insidiato dalla rediviva SPD di Martin Schulz, che potrebbe essere elevato ad alternativa “di sistema” credibile dalla crescente disaffezione dei tedeschi per le scelte di governo della Cancelliera. Disaffezione che ha portato, tra le altre cose, a un costante ridimensionamento dei positivi risultati conseguiti dal suo governo su determinate questioni: basti pensare a quanto è passata in sordina la positiva gestione della transizione energetica verso le fonti rinnovabili condotta dalla Germania dopo la scelta di distaccarsi dal nucleare nel 2011, apertamente elogiata anche dalla famosa analista ed ecologista Naomi Klein nel suo Una rivoluzione ci salverà.Le conseguenze economiche di Angela Merkel, per la Germania e per l’Unione europea, si fanno sentire in maniera sempre più pressante proprio nella fase storica in cui ci si interroga sulle future prospettive delle nazioni continentali e delle istituzioni comunitarie. A sessant’anni dai Trattati di Roma, parate, manifestazioni e panegirici lasciano il tempo che trovano di fronte alla constatazione di uno smarrimento di prospettive di ampissima proporzione. L’Europa potrà avere una, due, tre, ventisette velocità: ciò non avrà importanza sino a che il Vecchio Continente non prenderà una direzione e un indirizzo precisi. Allo stato attuale delle cose, infatti, ciò che si può ritrovare è un ibrido tra la “Germania europea” preconizzata da François Mitterrand e la temuta “Europa tedesca” di Margaret Thatcher, disfunzionale agli interessi dei Paesi membri e incapace di agire sugli scenari mondiali con una linea politica chiara e una visione prospettica di lungo periodo.

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