Un mese “elettorale” questo novembre già trascorso per metà, che mette in fermento il panorama politico latino-americano con esiti tutti da discutere e metabolizzare. Cinque i Paesi del subcontinente coinvolti – Argentina, Cile, Honduras, Nicaragua e Venezuela.

Argentina

La coalizione Together for Change, la principale forza di opposizione argentina, esce vincitrice dalla tornata elettorale di domenica 14 novembre, diventando la formazione più votata in gran parte dei distretti del Paese. Oltre 34 milioni di persone sono state chiamate alle urne per rinnovare la metà dei seggi al Congresso e un terzo dei seggi al Senato. L’appuntamento democratico passa anche dal successo di Maria Eugenia Vidal: con il 99,4% dei voti scrutinati, la lista capitanata da Vidal ha sbaragliato gli avversari nella Capitale ottenendo il 47% per cento dei voti, un punto in meno rispetto alle primarie di settembre, quando le tre liste presentate dalla coalizione di opposizione superavano appena il 48%. Buenos Aires resta, ovviamente, epicentro delle analisi per il futuro, nonché fulcro dei cambiamenti in moto: principale roccaforte dell’opposizione al movimento peronista, è governata dal 2015 da Horacio Rodriguez Larreta, uno dei massimi leader di Insieme per il cambiamento, papabile alle elezioni presidenziali del 2023.

Il clima in cui la tornata si è svolta non è di certo dei migliori: gli elettori sono stremati dalle restrizioni della pandemia e dai problemi economici. L’inflazione annuale è salita oltre il 50% cento da quando il presidente è entrato in carica e il 42% della popolazione vive ben al di sotto della soglia di povertà (anche per questo, con le elezioni in arrivo, il governo ha congelato i prezzi dei beni per la casa). Le elezioni di medio termine in Argentina vengono comunemente considerate un referendum informale sul governo in carica, quello di Alberto Fernández, con risultati che potenzialmente danno un’idea di ciò che è in serbo per 2023.

Cile

Le elezioni generali, quelle del prossimo 21 novembre, arrivano dopo due anni di disordini sociali e nel pieno della riscrittura della Costituzione dell’era Pinochet da parte di un’Assemblea costituente composta prevalentemente da candidati indipendenti e progressisti. Appena una mese fa, la “riscossa” dei conservatori che hanno trovato un nuovo aggregante in José Antonio Kast del Partito Repubblicano, che ha galvanizzato quella fetta di opinione pubblica animata dalla crescente preoccupazione su pensioni, immigrazione e criminalità.

Il candidato ultraconservatore, spesso considerato un epigono del leader brasiliano Jair Bolsonaro, si attesta nei sondaggi al 26,5%, staccando leggermente l’ex leader studentesco di centrosinistra Gabriel Boric, al 25%. Al terzo posto l’ex ministro di centrosinistra e candidata democristiana Yasna Provoste, con il 12,1%. Se nessun candidato otterrà la maggioranza assoluta, ci sarà un ballottaggio a dicembre. In un ipotetico secondo turno tra Kast e Boric, i sondaggi suggeriscono che la sinistra guadagnerebbe il 42,9% dei voti contro il 36,8% di Kast.

Honduras

In Honduras l’appuntamento elettorale è previsto per il prossimo 28 novembre: più di cinque milioni di honduregni andranno alle urne per eleggere un nuovo presidente, 128 membri del Congresso e 20 deputati al Parlamento. Le ultime elezioni presidenziali si sono svolte all’insegna della farsa, dei brogli e delle violenze. Il presidente Juan Orlando Hernández è stato al centro di uno scandalo a base di tangenti e narcotraffico in concorso con il fratello, Tony, condannato da una corte degli Stati Uniti. A questo, giro Hernández è fuori dai giochi, nonostante la sua rielezione rocambolesca nel 2017. Nasry Asfura, sindaco di Tegucigalpa, del partito di governo, è stato a lungo il favorito, ma il candidato ricorrente Nasralla ha cambiato le carte in tavola quando, il gioco il 13 ottobre, si è ritirato per sostenere Xiomara Castro de Zelaya, la moglie del presidente deposto in un colpo di Stato nel 2009 che ha polarizzato la società honduregna. Il sondaggio condotto dal Center for Democratic Studies e pubblicato alla fine di ottobre pone Castro in testa alle preferenze degli elettori. Il sondaggio colloca la quota prevista dei voti di Castro al 38%, rispetto al 21% di Asfura.

Circa un mese fa il Paese è stato scosso dall’arresto del candidato presidenziale Santos Rodriguez per riciclaggio di denaro relativo al traffico di droga e omicidio. Rodriguez, un capitano dell’esercito in pensione, non era di certo tra i favoriti, tantomeno l’unico candidato a fronteggiare simili accuse nel panorama politico locale. Secondo i testimoni sarebbe stato coinvolto nella morte di molte persone, tra cui un informatore della Drug Enforcement Agency degli Stati Uniti.

Nicaragua

Poco più di 4 milioni di elettori erano attesi alle urne lo scorso 7 novembre. Nonostante siano trascorsi giorni dalla vittoria di Daniel Ortega, il risultato ha scatenato l’ira dell’organizzazione degli Stati Americani, costretta ad adottare una risoluzione, bollando la vittoria elettorale di Ortega come “ingiusta”. La risoluzione, che afferma che le elezioni del 7 novembre “non sono state libere, eque o trasparenti e mancano di legittimità democratica”, è stata votata da 25 nazioni mentre 7 si sono astenute, tra cui Messico, Honduras e Bolivia. Ortega ha impedito a giornalisti e osservatori internazionali dell’Organizzazione degli Stati americani di entrare nel Paese per verificare il processo elettorale, come avviene nel resto dei Paesi del continente. Naturalmente, il governo ha accolto almeno una dozzina di gruppi politici e giornalisti che sostengono il partito di governo, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, tra cui il costaricano Roberto Zelaya, candidato legislativo per il Pueblo Unido.

Nei mesi precedenti le elezioni, Ortega ha incarcerato sette principali contendenti alla presidenza dell’opposizione, insieme a politici, attivisti e giornalisti, al fine di garantirsi un quinto mandato. Senza grandi candidati o partiti di opposizione in corsa, la vittoria di Ortega, di sua moglie e vicepresidente Rosario Murillo e del suo partito sandinista National Liberation Front sembrava ben più che predeterminata. E nonostante il Nicaragua non abbia mai avuto blocchi legati al Covid, come per magia in campagna elettorale sono comparse rigide restrizioni elettorali legate alla pandemia, supervisionate dal Consiglio Elettorale Supremo-allineato a Ortega- e dalla Polizia Nazionale. Secondo le informazioni del Consiglio, il Paese ha registrato una partecipazione del 65% della popolazione residente nel territorio nazionale (il Nicaragua non accetta voti da cittadini residenti all’estero) dichiarando vincitori Ortega e Murillo con il 76% dei voti.  Tuttavia, i delegati indipendenti dell’Osservatorio cittadino Urnas Abiertas hanno registrato che meno del 20% della popolazione votante ha partecipato a queste elezioni. Sui social media, membri della società civile hanno denunciato che i leader dei partiti comunitari li avrebbero costretti a votare sotto intimidazioni e minacce di perdere pensioni, lavoro o benefici statali come i buoni pasto per le famiglie a basso reddito.

 Venezuela

In Venezuela gli osservatori internazionali già parlano di farsa: le elezioni regionali e locali del 21 novembre, che richiameranno alle urne circa 21 milioni di elettori, presumibilmente confermeranno la vittoria schiacciante della dittatura venezuelana. Il dubbio residuo alberga a proposito delle missioni elettorali internazionali che qui giungeranno nelle prossime ore: Unione Europea, Nazioni Unite e il Carter Center, ratificheranno lo status quo o daranno battaglia?

Nicolàs Maduro, nel frattempo, sta costruendo una narrazione angelicata del momento elettorale che rischia di abbagliare le missioni di cui sopra, troppo concentrate sulla conta dei voti e poco sul lungo processo che ha portato alle elezioni. Il sostegno interno a Juan Guaidó, il leader dell’opposizione riconosciuto dagli Stati Uniti e da diverse nazioni come legittimo leader ad interim all’inizio del 2019, si sta sgretolando mentre tre dei quattro maggiori partiti di opposizione, ora si oppongono agli sforzi degli Stati Uniti per sostenere Guaidó per un altro anno. La Russia, che dal canto suo ha prestato miliardi di dollari al Venezuela, fornito armi e ha investito nel suo settore petrolifero sta a guardare. Adesso, però, c’è un terzo giocatore, l’Europa, che vede-non si sa quanto chiaramente- una terza via: Josep Borrell ha, infatti, descritto la missione in Venezuela come “un percorso verso elezioni credibili, inclusive e trasparenti”, i cui osservatori aiuterebbero a dare una possibilità ai candidati dell’opposizione che si candidano alle loro prime elezioni in tre anni. Tuttavia, sarà facile per Maduro e i suoi accoliti ripulirsi di fronte agli occhi europei nelle ore sacre del voto, ma la schiena dell’Europa sarà talmente dritta da non farsi gettare fumo negli occhi?

 

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