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Sono tempi problematici per le borse globali. Il 2017 era stato caratterizzato da un eccesso di fiducia sulle capacità di ripresa dell’economia globale che, soprattutto negli Stati Uniti, aveva portato gli indici di capitalizzazione a livelli mai visti. Le borse globali avevano drenato buona parte degli incentivi monetari garantiti dalle banche centrali, che dilatando la base monetaria aggregata da 10mila a oltre 25mila miliardi di dollari avevano messo a disposizione della finanza un’enorme quantità di denaro a buon mercato disponibile per azzardate operazioni di borsa.

Lo sfondamento della soglia del trilione di dollari di capitalizzazione da parte dei colossi della tecnologia aveva segnato questa fase di euforia che, evidentemente, non poteva durare anche per tutto il 2018. E così, a partire dall’estate, i mercati finanziari globali hanno iniziato bruscamente a sgonfiarsi. Un po’ per questioni fisiologiche, volte a garantire un alleggerimento capace di fugare i rischi di una nuova batosta finanziaria, un po’ per ragioni strutturali: le banche centrali, restringendo i loro quantitative easing, hanno sottratto notevoli quantità di denaro. In prima fila si è posta la Fed statunitense che, pur in maniera non ottimale, apparsa autoreferenziale agli occhi dell’amministrazione Trump, ha proceduto a un graduale aumento dei tassi di sconto sul denaro.

La battaglia tra Trump e la Fed

Trump non ha avuto torto, nel mese di ottobre scorso, a criticare la Fed per la sua sterzata improvvisa in risposta alle prime avvisaglie della crisi delle borse, ma non bisogna dimenticare il fatto che la sua riforma fiscale è tra le principali cause del rally borsistico che ha portato i colossi dell’economia statunitense a dilatare la loro quotazione borsistica oltre i valori di sostenibilità e a restringere lo spazio di manovra della sua banca centrale. Ora, mentre l’indice Msci World che monitora l’andamento di tutti i maggiori listini al mondo ha perso il 10,5% negli ultimi tre mesi e per Wall Street si preannuncia addirittura il peggior mese di dicembre dagli Anni Trenta, questo sovraccarico di capitalizzazione va via via disperdendosi.

Le borse tornano più “realistiche”?

Come sostiene il Sole 24 Ore“oggi il rapporto tra prezzo e utili attesi delle Borse mondiali si è drasticamente ridotto rispetto ai livelli di inizio anno. Allora si viaggiava su un multiplo di 16 volte oggi stiamo a 13.3. Siamo ai minimi da 5 anni a questa parte. Questo calo delle valutazioni non è stato uniforme per tutte le principali piazze globali e, nonostante il tema della sopravvalutazione riguardasse in primo luogo Wall Street e il settore tecnologico, è soprattutto su altri listini che i multipli di Borsa si sono ridimensionati. Ad esempio nel Vecchio Continente: oggi il rapporto prezzo utili attesi dell’indice S&P Europe 350 viaggia in media a quota 12 come non accadeva da giugno 2013. Le Borse europee trattano storicamente a sconto rispetto a Wall Street ma questo sconto è oggi piuttosto significativo dato che si attesta al 20% contro una media storica del 15%”.

Ciò significa che buona parte delle quotazioni sono ora tornate in un alveo più tradizionale, ritornando ad essere, potenzialmente, opportunità di investimento non indifferenti. Il principale quotidiano di finanza italiano segnala che in questo contesto, tra le borse europee, Piazza Affari, che da inizio anno ha perso il 14% della capitalizzazione, presenta un rapporto prezzo/utili attesi di 8,7. Nettamente al di sotto sia della media europea (12.3  sia della media storica degli ultimi 10 anni del listino (12). Il dividendo medio di Piazza Affari è pari a circa il 4% e, inoltre, la rilevanza della borsa di Milano si preannuncia destinata ad aumentare se, come possibile, dopo la Brexit essa annetterà al suo interno delle importanti clearing houses della City.

Perché Piazza Affari è diversa dalle altre borse europee

Tuttavia, ci sono numerosi paletti da porre nell’analisi del listino milanese. In primo luogo, il potenziale di crescita di Piazza Affari è legato soprattutto all’annunciato recupero dei titoli bancari, che potrebbero finalmente uscire dal regime speciale a cui li ha costretti la rigidità della sorveglianza europea sui crediti deteriorati, senza eguali per quanto concerne i ben più pericolosi derivati che a trilioni riempiono le banche franco-tedesche.

Inoltre, in Italia esiste la peculiarità dei “campioni nazionali” a partecipazione pubblica che coniugano un ruolo chiave nell’interesse economico del Paese con una presenza costante in borsa che funge da “termometro” della loro attività. Ciò ha delle conseguenze in quanto si riflette in una loro protezione dal gioco della speculazione.

Infine, anche Milano ha seguito il resto delle borse europee nella flessione generalizzata che le ha contraddistinte negli ultimi mesi. Risulta impossibile prevedere quando la “correzione” in atto nei mercati avrà fine e quali saranno le conseguenze per la finanza, da leggere in combinato disposto con le altre dinamiche dell’economia internazionale (guerra commerciale Usa-Cina, crollo delle valute dei Paesi emergenti, fine del quantitative easing) e che alcuni osservatori attenti ritengono potenzialmente devastanti.

L’allarme di Ron Paul 

L’esponente dell’ala libertaria del Partito Repubblicano ed ex candidato alla nomination presidenziale Ron Paul teme che la “correzione” attualmente in atto nelle borse globali possa polverizzare fino al 50% del valore in esse capitalizzato. Parlando alla Cnbc Ron Paul ha infatti dichiarato di ritenere che presto la volatilità che contraddistingue i mercati finanziari dimostrerà di “non essere solo una  pausa nel mercato rialzista“, portando a una massiccia fuga di investitori “potenzialmente peggiore di quella del 1929”.

Paul è aspramente critico degli effetti del quantitative easing statunitense, che a suo dire avrebbe causato la “bolla più grande della storia dell’umanità”, sebbene sul suolo americano gli effetti per l’economia reale di dieci anni di espansione monetaria siano stati maggiori rispetto a quanto riscontrato in Europa. L’amministrazione Obama ha messo in campo, a prezzo di costosi incrementi del deficit federale, politiche di espansione del bilancio pubblico che hanno permesso una lotta a tutto campo alla disoccupazione di cui oggi si vedono gli effetti ma, come visto, l’altra faccia della medaglia è stata rappresentata dalle turbolenze finanziarie che vanno oggi in scena.

Per le borse si preannuncia un 2019 caldo

In ogni caso, i prossimi mesi saranno caratterizzati da nuove tensioni per i mercati finanziari. Sull’orizzonte cominciano ad assembrarsi le nuvole di una nuova crisi, e si dibatte se l’attuale fase di bassa marea possa essere considerata come un sintomo di un crack paragonabile a quelli del 1929 e del 2007-2008 o un segnale della “febbre” delle borse che inviti a rallentare il circolo vizioso della speculazione.

Le incertezze nell’economia globale sono destinate ad aumentare la volatilità sulle borse anche nel 2019. E questa non è una buona notizia: in un contesto evanescente, appare difficile capire la soglia ottimale per determinare la profittabilità di un investimento e dunque discernere se un titolo o una compagnia siano o meno sopravvalutate. Le misure messe in atto dalle banche centrali possono tamponare l’emorragia, ma la debolezza della crescita economica in diversi Paesi e le incertezze commerciali segnalano quanto la coperta sia corta: per stabilizzare i mercati si rischia nuovamente di penalizzare l’economia reale. E con esse la vita di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. I mercati si mostrano, una volta di più, irrazionali e privi di logica. Ma la risposta alla loro crisi potrebbe non essere da meno.

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