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I venti di guerra fra Stati Uniti e Corea del Nord non sembrano doversi dileguare in poco tempo. Per ora tutto fa pensare a una guerra che rimarrà circoscritta, si auspica, sul terreno della diplomazia. Tuttavia, le crescenti tensioni fra i due Stati e le parole durissime del presidente Trump contro le minacce della Corea del Nord fanno riflettere sul fatto che per la prima volta, dopo anni, la soluzione militare non sembra più essere un’eventualità improbabile. Trump non ha mai smesso di ritenere valida una soluzione diplomatica e le notizie sui canali di comunicazione costanti fra Washington e Pyongyang dimostrano come vi sia da entrambe le parti la volontà di non giungere alle estreme conseguenze del conflitto armato. Resta però il fatto che, almeno formalmente, il presidente degli Stati Uniti, commander in chief delle forze armate nordamericane, non esclude mai in alcuna dichiarazione la scelta verso uno strike preventivo o bombardamenti mirati per distruggere l’arsenale di Kim. E le ultime dichiarazioni del Pentagono sul fatto che le forze americane siano già pronte per un attacco nelle prossime ore dimostra come il piano d’attacco non è un’ipotesi remota.

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Mappa di Alberto Bellotto

In caso di conflitto, gli Stati Uniti avrebbero una formidabile cintura di fuoco da cui far partire gli attacchi. Negli ultimi decenni, l’oceano Pacifico è diventato una sorta di mare interno di Washington e le sue basi militari hanno reso di fatto impossibile raggiungere le coste della California senza essere colpiti prima che questo accada. Negli anni, il Pentagono ha costruito un sistema di difesa formidabile che consta di decine di migliaia di uomini dispiegati nelle isola dell’Oceano e negli Stati alleati, centinaia di mezzi navali e alcuni tra i migliori sistemi missilistici al mondo. Il fatto che Kim-Jong-Un abbia individuato nell’isola di Guam l’obiettivo potenziale degli attacchi non è casuale, ma proprio la dimostrazione di quanto siano fondamentali queste basi per la politica statunitense nell’Oceano Pacifico. L’isola di Guam è conosciuta popolarmente come la “punta di lancia” degli Stati Uniti: un’isola di poco più di 500 chilometri quadrati, un terzo dei quali occupato da infrastrutture militari in cui sono ospitati circa 6mila soldati americani. Soprannominata da molti come la “portaerei permanente”, da qui potrebbero partire i B-52 diretti verso la Corea del Nord in caso di ordine di attacco. Forza aerea che è ulteriormente rafforzata dall’arrivo dei bombardiari B1-B. Da Pyongyang ritengono che un loro missile possa colpire la base di Guam in circa 18 minuti.

Mappa di Alberto Bellotto
Mappa di Alberto Bellotto

Ma non c’è solo Guam come bastione degli americani nell’Oceano Pacifico. Uno degli altri cardini su cui ruota la forza d’attacco statunitense vicino le coste coreane è certamente la Settima Flotta. Dal quartier generale di Yokosuka, in Giappone, la Settima Flotta, sotto il comando del vice-ammiraglio Joseph P. Aucoin, può contare su circa 70 tra navi e sommergibili, 140 aerei e circa 20mila marinai. Più a sud di Yokosuka, e precisamente a Sasebo, non lontano da Nagasaki, la flotta può inoltre contare su un’altra base dove sono dispiegati numerosi sottomarini e mezzi anfibi fra i più moderni in dotazione alla flotta Usa. Se dunque Guam può essere considerata la punta di lancia delle forze americane nei mari asiatici, è il Giappone la vera base navale degli Stati Uniti vicino la Corea del Nord. Dalla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, il Giappone si è trasformato in una vera portaerei americana in Estremo Oriente, tanto che allo stato attuale vivono sul territorio giapponese circa 40mila soldati delle forze statunitensi, e il Paese ospita 112 basi su tutto il territorio nazionale.

Insieme al Giappone, la Corea del Sud è inevitabilmente l’altra grande base di lancio da cui far partire gli attacchi contro le postazioni militari di Pyongyang. Dalla Guerra di Corea, gli Stati Uniti non hanno mai abbandonato la parte meridionale della penisola, rendendola la terza area del mondo con più militari americani dopo Germania e Giappone. Il Paese ospita almeno 20mila soldati permanenti del Pentagono più centinaia di mezzi corazzati. Inoltre, dato fondamentale in termini di difesa in caso di primo attacco missilistico da parte di Pyongyang, la Corea del Sud ospita il sistema THAAD. Il sistema anti-missile installato di recente dagli Stati Uniti rappresenta il fiore all’occhiello della tecnologia proposta da Washington per difendersi da eventuali missili provenienti dalla Corea del Nord, ma è un sistema che ha fortemente diviso l’opinione pubblica sudcoreana, tanto che anche le ultime elezioni sono state interessate dal dibattito sulla necessitò di questo sistema. Insieme al sistema Patriot e Aegis, il THAAD per molti è solo una provocazione, per altri una necessità.

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Nell’eventualità di una guerra con la Corea, gli Stati Uniti potrebbero inoltre contare su un serie di alleati regionali secondari, ma che, in caso di guerra, potrebbero rivelarsi fondamentali nello scacchiere bellico. Le Filippine di Rodrigo Duterte, pur essendo spesso in guerra diplomatica con gli Stati Uniti, sono comunque un territorio legato alle strategia militare di Washington, tanto che il Pentagono può contare su cinque basi navali. La guerra interna contro l’islamismo radicale a Mindanao e il supporto offerto dagli Stati Uniti sembra essere il preludio di una rinnovata collaborazione fra Trump e Duterte, soprattutto in chiave anti-cinese. Le Filippine, insieme a Tailandia, Singapore e Vietnam – che nel 2018 ospiterà portaerei americane – rappresentano la seconda fila delle forze di attacco degli Stati Uniti in Estremo Oriente. Basi che, più che in caso di guerra con la Corea del Nord, sembrano essere il preludio a un confronto ben più grave: quello con la Cina.

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