Le banche centrali sono state negli ultimi mesi gli attori economici fondamentali e i decisori di ultima istanza di numerose scelte di politica monetaria che hanno contribuito a condizionare i cambiamenti nell’economia globale, ponendo fine alla fase di vacche grasse e di aumento inflazionato degli indici borsistici causato, del resto, dall’immissione di cascate di denaro nel sistema finanziario da parte loro in reazione alla Grande Recessione.

Le banche centrali hanno acquisito centralità in mancanza, in diversi casi, di una capacità d’azione in campo politico. Basti pensare all’Europa, dove Mario Draghi è spiccato, in questi anni, di fronte alla mediocrità generale della Commissione ed ha rappresentato l’unico spiraglio di novità all’austerità teutonica propugnata dalla Germania di Angela Merkel. E “se all’inizio non era chiara quale sarebbe stata l’istituzione europea in grado di agire in condizioni di crisi, presto divenne evidente che era proprio la Bce” a doversi sobbarcare l’onere, come ha scritto di recente Limes.

Per dieci anni, dunque, una politica di bassi tassi, costante espansione dei bilanci delle banche centrali e liquidità facile ha portato a un’espansione pressoché generalizzata degli indici borsistici e a guadagni notevoli in termini assoluti sui vari listini. Dal Troubled Assets Relief Programm (Tarp) statunitense del 2008 al quantitative easing di Mario Draghi, passando per la Abenomics del governo giapponese, tutto ha concorso affinché gli asset detenuti da Bce, Federal Reserve e Bank of Japan arrivassero a superare i 15 trilioni di dollari, 3,5 volte la somma registrata nel 2008, come fa notare un rapporto della società di consulenza Yardeni Research. In seguito, la restrizione creditizia guidata, soprattutto, dalla Federal Reserve ha accentuato la caduta degli indici borsistici già palesatasi a partire dalla metà del 2018 e si è inserita nel filone del rallentamento dell’economia globale.

Le banche centrali si sono trovate, dunque, di fronte a un dilemma: la strada battuta in precedenza, ovvero il semplice abbattimento dei tassi di sconto, risultava poco praticabile in mancanza di una reale cinghia di trasmissione all’economia reale, pecca principale della governance economica degli ultimi anni; d’altro canto, nemmeno la più rigida ortodossia mercatista avrebbe giustificato un repentino incremento dei tassi in una fase che vede l’economia internazionale in crescente affanno e la volatilità dominare i mercati.

Come scrive Il Sole 24 Ore“tra le principali banche centrali al mondo in questo momento tre stanno applicando tassi negativi. Ci riferiamo alla Banca centrale della Svizzera (Bns) con il costo del denaro a -0,75%, alla Bank of Japan il cui costo del denaro è a -0,1% e alla Bce che ha fissato dal 2014 il tasso sui depositi a -0,4%. Nel computo andrebbero inserite anche la Banca centrale danese (tassi a -0,65%) e svedese (-0,25%) ma rappresentano economie di minore dimensione e impatti sistemici”. Al contrario, la Bank of England mantiene tassi di poco inferiore all’1% mentre la Fed, dopo il braccio di ferro tra Trump e Jerome Powell, ha rallentato una crescita dei tassi che la avrebbe portata, altrimenti, vicina al 3%.

Del resto, la riunione di marzo del board della Bce dovrebbe confermare ciò che circola da tempo nei palazzi di potere comunitari: il rinnovo dei programmi di assistenza e acquisto straordinario di titoli anche al di fuori della cornice del quantitative easing, a cui andranno ad aggiungersi nuove aste di rifinanziamento per sanare il tormentato sistema bancario privato dell’Eurozona. Questo per venire incontro a un trend globale: “Le tre principali Banche centrali extra-Bce (Bank of Japan, Fed e Pboc cinese) sono infatti già tornate, a modo loro e con modalità differenti, in modalità espansiva”, scrive Il Sussidiario.

E se per Giappone e Stati Uniti il rilancio dell’interventismo si manifesta, di fatto, nella forma di un rallentamento del processo di uscita dal quantitative easing, in Cina è come se si fosse risvegliato un vulcano. “La Pboc ha infatti annunciato che i primary dealers del Paese potranno operare swaps delle loro detenzioni di perpetual bonds (security ibrida fra azione e obbligazione, praticamente una subordinata di Popolare di Vicenza al cubo e sottoscritta in stato di ebbrezza) con titoli della Banca centrale, utilizzando poi direttamente quei bond come collaterale per ottenere acceso alle operazioni di liquidità della Pboc”, prosegue Il Sussidiario, indicando poi l’obiettivo di fondo della mossa di Pechino: abbassare “a zero – almeno nel breve termine – il profilo di rischio e permettendo così alle banche di creare o aumentare i cuscinetti di capitali e rilassare i criteri di erogazione, i quali già oggi si stanno sostanziando in una contrazione della fornitura di credito all’economia”, per cavalcare l’obiettivo di Xi Jinping di rilanciare la crescita economica sopra il 7%, anche a costo di mettere sotto tensione il già delicato profilo di debito privato del Paese.

Nel contesto globale, vedere le banche centrali agire in maniera episodica e non coordinata porta a una notevole presa di consapevolezza dei rischi che il sistema corre se la reazione a un drenaggio di denaro poco soddisfacente sarà un semplice ritorno all’inondazione generale di liquidità, non mirata alla crescita e soprattutto non veicolata con il sostegno dei governi. Con una finanza che rischia ogni giorno l’osso del collo e una crescente difficoltà a frenare la volatilità dei mercati, servirebbe tanto una crescente coordinazione tra banche centrali quanto un meccanismo di cooperazione tra queste e i governi. La mancanza di entrambi potrebbe pregiudicare qualsiasi politica anticrisi nell’anno in corso.

Articolo di Andrea Muratore