Le ultime evoluzioni preoccupano e non poco la diplomazia italiana ed i nostri servizi di sicurezza. Roma, da quando Haftar bombarda il sud della Libia e sembra poter facilmente prendere il controllo del Fezzan, sembra spiazzata e timorosa. La preoccupazione è che il generale uomo forte della Cirenaica, ben presto si trasformi nell’unico vero attore in campo nel paese nordafricano. Una circostanza quest’ultima, per la verità, forse già messa in conto da tempo ed anzi parte della “strategia inclusiva” inaugurata dall’Italia da almeno un anno a questa parte. Ma sussiste una sottile differenza tra un’evoluzione figlia di accordi politici e diplomatici siglati anche con lo zampino italiano e, dall’altro lato, evoluzioni che arrivano grazie all’uso della forza sul campo. In poche parole, un conto è che Haftar diventi leader militare a seguito della mediazione anche di Roma, altro invece è che il generale si prenda con la forza il paese. 

Una delegazione dell’Aise a Tripoli

E Roma quindi cerca adesso di rispondere. Haftar avanza ed usa l’aviazione anche nei pressi del campo petrolifero dell’Eni di El Feel, l’Italia vede il difficile equilibrio diplomatico e politico messo in piedi negli ultimi mesi pericolosamente vacillare. Dopo giorni in cui a Palazzo Chigi ed alla Farnesina si cerca di capire la situazione, la prima contromossa italiana è affidata ad una delegazione dell’Aise giunta lunedì mattina a Tripoli. A riferirlo è il quotidiano Ewan Libya, secondo cui nella capitale libica già dalle 9 del mattino risulta presente Giovanni Caravelli, numero due dell’Aise. Una visita lampo quella delle delegazione dei servizi di sicurezza, visto che lo stesso sito sopra citato riporta il fatto secondo cui alle 14:00 l’aereo usato dagli italiani è già in fase di decollo verso Roma.

Caravelli assieme alla delegazione da lui guidata, avrebbe incontrato numerosi esponenti di alto rango del governo libico a partire dallo stesso premier Fayez Al Sarraj. Su Ewan Libya si sottolinea, tra le altre cose, che la visita di alcuni vertici dei servizi italiani arriva su invito dello stesso consiglio presidenziale libico. Negli incontri svolti a Tripoli, si sarebbe parlato soprattutto della situazione nel Fezzan e delle rapide evoluzioni sul campo imposte dalle avanzate del generale Haftar. Un punto della situazione dunque, svolto per provare a capire le prospettive dell’immediato futuro e per studiare eventuali rapide contromosse. Anche perchè il governo di Al Sarraj, riconosciuto dall’Onu e sostenuto dall’Italia, è in difficoltà su due fronti: non solo sul piano militare a sud, ma anche sotto il profilo politico grazie a divergenze emergenti con diversi gruppi legati alla città Stato di Misurata e, in particolar modo, ai Fratelli Musulmani

I timori dell’Italia

Sullo sfondo non può non esserci la recente escalation con la Francia. Del resto, alcuni elementi portano a pensare ad un’avanzata di Haftar, da sempre vicino a Parigi, volta a far lo sgarbo all’Italia dopo quanto accaduto sotto il profilo politico e diplomatico tra i due paesi. In realtà una simile ricostruzione è alquanto semplicistica. Sia perchè le avanzate di Haftar iniziano lo scorso 15 gennaio, ben prima del richiamo a Parigi dell’ambasciatore francese in Italia da parte di Macron. Sia perchè il generale è sì vicino alla Francia, ma non è uomo dei francesi: Egitto, Russia ed Emirati, paesi che con Roma hanno di recente siglato importanti accordi economici e politici, sono più vicini ad Haftar di quanto non lo sia Macron. A questo, bisogna aggiungere che negli ultimi mesi anche l’est della Libia è tornato ad avere rapporti con l’Italia. 

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Più semplicemente, Haftar in queste settimane sta provando ad imprimere i propri tempi e la propria forza per ipotecare il proprio futuro di unico leader militare della Libia. Nel fare questo però, l’Italia teme che il generale faccia saltare determinati accordi ed equilibri ed il rischio di una situazione in grado di sfuggire di mano al governo di Roma è dietro l’angolo. Ecco perchè adesso, vedendo il contesto dalla prospettiva italiana, è necessario quanto prima tornare sul tavolo politico e provare a riequilibrare le avanzate del generale. Un lavoro tutto diplomatico, che l’Italia deve prendere in considerazione provando nuovamente (e con molta pazienza) a tenere uniti quanto più possibile i pezzi del frastagliato mosaico libico. Un lavoro non semplice, un’altra delicata operazione magari da mettere in conto a chi, nel 2011, si rende protagonista dell’avventura militare destinata a rovesciare Gheddafi.