La grande strategia della Turchia per l’Asia centrale ha ricevuto un grande impulso negli ultimi anni, complici la crescente fascinazione per il panturchismo manifestata dalle giovani generazioni degli –stan, l’accresciuta assertività di Recep Tayyip Erdogan nella regione a partire dalla seconda metà degli anni 2010 e il supporto esterno degli Stati Uniti in chiave antirussa e anticinese.

Sono stati due eventi accaduti quest’anno, però, ad aver determinato in maniera fondamentale l’entrata definitiva di Ankara nell’alveo delle potenze in grado di incidere nelle dinamiche regionali: la pandemia di Covid19 e la guerra nel Karabakh Superiore. La crisi sanitaria si è rivelata un’opportunità per promuovere una diplomazia degli aiuti umanitari pervasiva e per testare la solidità della Consiglio Turco, l’alternativa della Sublime Porta all’Unione Economica Eurasiatica del Cremlino; mentre le rinate ostilità nella regione contesa tra Armenia e Azerbaigian sono state il banco di prova su cui testare le ultime produzioni dell’industria della difesa turca.

Oggi, dopo dieci mesi di protagonismo nella diplomazia sanitaria e grazie alla pubblicità garantita dalla vittoria azera nella guerra contro i separatisti dell’Artsakh, la Turchia inizia a raccogliere i primi frutti nel più importante tra gli –stan, il Kazakistan.

Il Kazakistan vuole i droni turchi?

Il Ministero della Difesa del Kazakistan sta portando avanti un programma di ammodernamento e potenziamento del proprio arsenale avente l’obiettivo di trasportare le forze armate di Nur-Sultan nel 21esimo secolo. L’attenzione era stata rivolta inizialmente ai prodotti dell’industria bellica cinese, ma la guerra nel Karabakh Superiore sembra aver ribaltato i piani originali, conducendo ad un riorientamento in direzione di Ankara.

La vittoria azera, infatti, è stata possibile per una serie di fattori, tra i quali, primariamente, l’impiego di tecnologia militare di produzione turca e israeliana. Gli sviluppi nel Caucaso meridionale hanno convinto le autorità kazake a mettere momentaneamente in stallo le trattative con Pechino, e tra il 23 e il 25 novembre una delegazione ufficiale del Ministero della Difesa ha effettuato una visita a Batman, presso il 14esimo comando dei sistemi aeromobili a pilotaggio remoto delle forze armate turche.

Alla delegazione kazaka sono state mostrate le strutture della base e una squadra di Bayraktar TB2, il drone assassino della Baykar Defense che ha permesso a Baku di riconquistare una parte del Karabakh Superiore e di guidare il conflitto da una posizione di costante superiorità. Questo tipo di drone, di recente produzione (2014), ha un costo unitario di 5 milioni di dollari e possiede una particolarità: è interamente di fabbricazione turca.

Il Bayraktar TB2 può essere considerato lo spartiacque ufficiale nella storia recente dell’industria bellica turca, avendo consacrato la lenta ma graduale ascesa di Ankara quale produttore di armamenti di alta qualità. Oltre all’Azerbaigian, commesse del drone assassino made in Turkey sono state effettuate dall’Ucraina, dal Qatar e dal Governo di Accordo Nazionale della Libia, e persino la Serbia ha recentemente espresso interesse.

La delegazione kazaka non ha rilasciato alcun commento ufficiale in merito ai risultati del sopralluogo, ma, a partire dalla giornata del 27, i giornali specializzati kazaki e russi, come RIA Novosti, hanno iniziato a diffondere l’indiscrezione che attendeva Erdogan: l’effetto su Nur-Sultan sarebbe stato positivo e il Ministero della Difesa avrebbe iniziato a considerare seriamente l’acquisto dei Bayraktar TB2, preferiti ai droni di produzione cinese.

L’asse turco-kazako rafforzato dalla pandemia

Allo scoppio della pandemia, i paesi membri del Consiglio Turco avevano agito in maniera ordinata, concertata e nel quadro dell’organizzazione, seguendo le direttive provenienti da Ankara. Era stato il governo turco, del resto, a dare il via libera alla campagna di assistenza umanitaria – che da allora non si è mai interrotta – inviando kit diagnostici in Azerbaigian e trasformando l’ospedale per l’amicizia turco-kirghisa di Bishkek nel centro operativo della battaglia del governo kirghiso al Covid-19.

Come già accaduto nei Balcani, i grandi privati turchi hanno sostenuto – e stanno sostenendo – la diplomazia degli aiuti umanitari del governo. La compagnia YDA Group, ad esempio, nei mesi scorsi ha guidato un’importante raccolta di materiale medico (mascherine, occhiali protettivi e guanti) destinata agli ospedali kazaki.

Sulle nostre colonne avevamo scritto, già all’epoca, che un tale dinamismo da parte di Ankara avrebbe migliorato sensibilmente e inevitabilmente l’immagine di Erdogan presso l’opinione pubblica e il mondo politico degli –stan e che i primi frutti dell’imponente diplomazia sanitaria sarebbero stati colti, con elevata probabilità, a pandemia ancora in corso. L’interesse kazako verso i Bayraktar TB2 non è la prima prova a supporto di tale ipotesi: è l’ennesima.

Lo scorso 20 aprile, ad esempio, la Aselsan, gigante turco nel settore degli armamenti, aveva siglato un accordo di cooperazione con il Kazakistan per il rifornimento di sistemi d’arma a controllo remoto prodotti in loco da una sussidiaria, la KAE (Kazakhstan Aselsan Engineering). Il Daily Sabah, il megafono dello stato profondo turco, aveva riportato la notizia con toni trionfali: “L’accordo con il Kazakistan incentiverà le operazioni in Asia centrale”.

Affari militari a parte, la pandemia ha avuto riflessi positivi nelle relazioni bilaterali tra Ankara e Nur-Sultan in una molteplicità di settori, perché accordi e memoranda sono stati siglati nel commercio, nella sanità, nello spazio, nello spionaggio e nella sicurezza, e negli investimenti e infrastrutture.

A questo punto, però, è necessario capire quale sia il motivo conduttore dell’agenda turca a Nur-Sultan. Non si tratta semplicemente di stabilire un legame con la seconda potenza del mondo turcico per questioni ideologiche, ma di creare le premesse per il funzionamento efficiente del cosiddetto corridoio panturco, un ambizioso progetto geopolitico e infrastrutturale con il quale Ankara vorrebbe creare un tutt’uno tra l’Anatolia e il Turkestan.

Il Kazakistan, infatti, essendo la prima potenza ed il mercato più promettente dell’Asia centrale ex sovietica, rappresenterebbe lo sbocco ideale per quelle merci in entrata dal Caspio e provenienti dalla penisola anatolica attraverso la linea ferroviaria Baku-Tbilisi-Kars, il cui potenziamento rappresenta uno degli obiettivi prioritari dell’agenda turca nel dopo-pandemia.

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