In un recente studio pubblicato dal Think Tank “Conflict Armament Research” (“Weapons of the Islamic State: A three year investigation in Syria and Iraq” ) viene dichiarato che oltre un terzo delle armi finite nelle mani dei tagliagole dell’Isis sono state assemblate nei Balcani per poi essere smistate nei teatri di guerra – in particolare in Siria e Yemen – grazie soprattutto a intermediari come Stati Uniti e Arabia Saudita. Come è possibile? Forse è il caso di fare un passo indietro.

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Dal 2012, anno dell’inasprimento delle “primavere arabe”, ad oggi, ai paesi dei Balcani (primeggia la Bosnia) sono state comprate armi per un valore di 1.2 miliardi di euro da Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti e Turchia, molte delle quali smistate per poi essere usate nel conflitto siriano e in quello yemenita. Secondo la Camera di commercio bosniaca, nel 2016 i produttori di armi nel paese hanno aumentato i loro profitti del 20% rispetto all’anno precedente. I dati della Camera mostrano che nel 2016 l’export di armi abbia raggiunto il valore di 87.4 milioni di euro, mentre nel 2015 l’introito complessivo ammontava a 70 milioni di euro. Le maggiori compagnie produttrici di armamenti hanno esportato i loro prodotti soprattutto in Egitto durante l’ultimo anno, ma subito dopo il più grande acquirente dell’equipaggiamento militare Made in Bosnia rimane l’Arabia Saudita, che si è guadagnata (comprata) di diritto il posto tra i migliori partner commerciali nel settore almeno dal 2014. Nel 2016 l’export militare della Bosnia ha raggiunto un valore che si aggira intorno ai 22.8 milioni di euro con l’Egitto, ai 17.2 milioni di euro con l’Arabia Saudita, mentre le esportazioni dirette verso gli Stati Uniti ammontano a 12.8 milioni di euro. Gli altri maggiori importatori di prodotti militari bosniaci – Serbia, Afghanistan, Turchia, Pakistan, Bulgaria, Svizzera e Malesia – hanno acquistato armi e munizioni per cifre che oscillano intorno ai 5 milioni di euro.

Sono stati rinvenuti molti dei prodotti provenienti dall’Est Europa e dall’Europa centrale nei territori di guerra tra Siria e Yemen e sono disponibili immagini che mostrano le armi assemblate nei paesi dei Balcani in mano a praticamente tutti gli schieramenti presenti sul territorio: ci sono prove che siano in mano all’Esercito di Liberazione Siriano dei cosiddetti “ribelli moderati” che tutt’altro che moderati si sono rivelati, al gruppo terroristico Ansar al-Sham, al ramo siriano di Al Qaeda, Jabhat al-Nusra, alle milizie dello Stato Islamico, alle fazioni pro-Assad che combattono per sostenere il presidente siriano e alle milizie sunnite in Yemen. La frequenza dei voli cargo dall’aeroporto serbo Nikola Tesla verso le basi in Medio Oriente (ma soprattutto verso Gedda, seconda città dell’Arabia Saudita per estensione dopo la capitale Riad), secondo le stime del BIRN , in numeri si traduce in 68 spedizioni aeree all’anno; gli aerei usati per il trasporto sono Ilyushin II-76 e possono trasportare 50 tonnellate di carico per viaggio. Per avere un’idea di cosa si stia parlando, il peso corrisponde a 16mila Ak-47 o a tre milioni di munizioni. Non viene tralasciato neanche il trasporto via mare: secondo le medesime fonti infatti, dal 2015 navi militari statunitensi hanno trasportato, dal Mar Nero fino al Mar Rosso e particolarmente in Turchia, ben 4.700 tonnellate di armi e munizioni.

I leader europei hanno tentato di tamponare il flusso di migranti che tentavano e tentano tuttora di passare per i Paesi balcanici sperando di mettere piede in qualche paese dell’Europa, settentrionale se possibile. Per riuscirci sono dovuti scendere a patti con Erdogan, il leader turco attualmente in preda ai suoi sogni neo-ottomani. Non si sono però preoccupati di mobilitarsi per fermare il commercio di armi che segue la medesima rotta balcanica che percorrono i migranti (con l’unica differenza che viene percorsa nella direzione opposta). 

È il solito remare controcorrente tipico dell’atteggiamento quantomeno poco chiaro e contraddittorio della macchina europea. Perché l’equazione è chiara: finché si esporteranno armi a sud, si importeranno migranti a nord. Oltretutto i leader dell’Unione dovrebbero essere a conoscenza dell’elevato numero di armi nei paesi balcanici e forse prendere qualche contromisura. Il 19 gennaio del 2015 gli attentatori della redazione di Charlie Hebdo erano in possesso di due pistole semi-automatiche di fabbricazione slovacca risalente al 1951-1964. Mentre, durante gli attacchi del 13 novembre 2015, sempre a Parigi, sono stati usati tre kalashnikov di assalto provenienti da Cina, Bulgaria e Serbia.

Damien Spleeters , a capo delle ricerche del CAR, insiste che non sia possibile spiegare con i soli saccheggi la velocità con la quale i miliziani dello Stato islamico siano riusciti a ottenere il notevole numero di armi in loro possesso fino all’annientamento dell’Isis annunciato dal presidente russo Vladimir Putin qualche giorno fa. Nello studio vengono documentati diversi casi: per esempio lanciarazzi e missili anti-carro prodotti in Bulgaria, esportati negli Stati Uniti il 12 dicembre 2015 e trovati nelle mani dei miliziani dell’Isis solo 59 giorni dopo, il 9 febbraio 2016.

Che bisogno c’è di far attraversare l’Oceano a un cargo di armi se il suo approdo finale è poco più a sud rispetto a dove sono state assemblate? Secondo chi ha condotto lo studio “Weapons of the Islamic State: A three year investigation in Syria and Iraq” una delle motivazioni è mascherare proprio la loro destinazione finale: per gli acquirenti di armamenti è necessario mostrare le cosiddette certificazioni di uso finale (“End-user certificate”) che devono (o dovrebbero) dimostrare attraverso una serie di documentazioni dove vengono utilizzati i “beni” acquistati; e questo, sempre secondo Spleeters, sarebbe un modo per evitare di informare i venditori sulla reale destinazione delle loro armi.

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