Lo scorso settembre l’India tentava, senza successo, il primo allunaggio senza equipaggio della sua storia. Nonostante il fallimento, un nuovo progetto è in fase di elaborazione ed è guidato da un’ambizione ancora maggiore alla precedente: portare gli astronauti a fare una passeggiata sul satellite.

Il piano

La nuova missione lunare, ribattezzata Chandrayaan-3, è stata annunciata da Kailasavadivoo Sivan, il direttore dell’Organizzazione di Ricerca Spaziale Indiana, durante la conferenza stampa di inizio anno. Si tratterà del secondo tentativo di allunaggio morbido, privo di equipaggio, ma la cui riuscita è di importanza fondamentale: dovrà porre le basi per un’altra missione, che porterà gli astronauti di Nuova Delhi sulla Luna entro il 2022.

L’agenzia spaziale sembra aver compreso le ragioni dello schianto di settembre e, proprio partendo dal loro studio, ha redatto il programma della Chandrayaan-3. Il veicolo d’atterraggio è già in costruzione, perciò la missione dovrebbe iniziare fra fine 2020 ed inizio 2021.

I lavori procedono a ritmi serrati, perché c’è fretta di avvicinare la concretizzazione di un altro obiettivo: Gaganyaan. Questo è il nome della missione lunare che mira a portare quattro astronauti a passeggiare sul satellite inderogabilmente entro l’agosto del 2022. Si tratta di una data simbolica, perché cadrà il 75esimo anniversario dell’indipendenza dal Regno Unito.

Attraverso Gaganyaan, annunciata due anni fa’ da Narendra Modi in persona, il paese vuole formalizzare e consacrare la propria entrata definitiva nell’alveo delle grandi potenze mondiali. I lavori della missione sono in corso, seppure adombrati dalla più imminente Chandrayaan-3: l’equipaggio è stato selezionato e dovrebbe iniziare l’addestramento a breve, probabilmente entro fine mese, il cantiere della navicella è aperto, le simulazioni di lancio e fuga in caso di emergenza sono già iniziate.

Massimo risultato, minimo sforzo

L’agenda spaziale indiana è caratterizzata da un particolare che la rende unica: è estremamente economica. Per la Chandrayaan-3 è stato predisposto un bilancio di 6 miliardi di rupie (circa 86 milioni di dollari statunitensi), di gran lunga inferiore ai 9 miliardi e 700 milioni di rupie della precedente. Contrariamente a quanto si possa pensare, il fallimento della Chandrayaan-2 non è imputabile ai costi ridotti, quanto a degli errori di calcolo inerenti la fase d’atterraggio.

Infatti, l’India sta riuscendo nell’incredibile obiettivo di portare a compimento, e con successo, diverse missioni finanziate con del capitale risibile, se comparato alle cifre spese da Cina, Russia e Stati Uniti. Ad esempio, nel 2014, nel contesto della missione Mars Obiter, sviluppata secondo criteri rigorosamente “autarchici”, è stato raggiunto il pianeta rosso con una sonda orbitante, diventando il primo ed unico paese non occidentale a conseguire nel progetto.

La storica missione è stata compiuta al costo di circa 74 milioni di dollari, una cifra inferiore al bilancio utilizzato dalle grandi casi cinematografiche hollywoodiane per produrre film spaziali, come Gravity, costato 100 milioni, o il più celebre Interstellar, costato 165 milioni. Il governo, infatti, vuole dimostrare che è possibile ottenere grandi risultati anche investendo in maniera contenuta, ma intelligente, in maniera tale da non privare di risorse preziose altri settori e programmi di natura urgente, come la lotta alla povertà.