“Ma qualcuno è realmente invidioso per i rapporti così stretti tra Italia e Libia?”, aveva chiesto nel 2004 in un’intervista il giornalista Giovanni Minoli a Muammar Gheddafi. Lui, seduto all’interno della sua tenda, aveva accennato a una risata per poi annuire. Era quello il momento in cui tra Tripoli e Roma stava tornando la via del dialogo capace di portare, quattro anni dopo, alla firma del trattato di amicizia di Bengasi. L’Italia si era guadagnata un rapporto solido con la Libia, assicurandosi in tal modo commesse e rapporti commerciali di svariati miliardi di Euro in un Paese in procinto di uscire dall’isolamento internazionale. Una situazione che ai principali partner italiani non è mai andata giù. Tanto che nel 2011 Roma sarà “costretta” ad aderire alla campagna anti Gheddafi lanciata in primo luogo da Francia e Regno Unito.

Come la Francia ha provato a prendersi la Libia

L’ex presidente francese Nicolas Sarkozy aveva provato a frenare l’influenza italiana in Libia. Questo già prima dell’inizio del suo mandato all’Eliseo, scattato nel 2007. La sua stessa campagna elettorale sarebbe stata in parte finanziata da Muammar Gheddafi, questo almeno secondo le accuse lanciate nel 2018 e per le quali lo stesso Sarkozy sta rischiando un processo. Ma a prescindere dal giro di soldi tra Parigi e Tripoli, ancora non ufficialmente dimostrato, era chiaro all’epoca che l’ex capo dello Stato voleva corteggiare il rais libico per far tornare in gioco la Francia. Qualcosa però è andato storto: nel 2008 Gheddafi ha firmato con Silvio Berlusconi il trattato di amicizia con l’Italia e Roma ha rafforzato il suo ruolo nel Paese nordafricano. Tre anni dopo Sarkozy ha avuto l’occasione di prendersi la sua rivincita: allo scoppiare anche in Libia delle rivolte legate alla cosiddetta primavera araba, l’allora inquilino dell’Eliseo ha preso la palla al balzo ponendo il suo Paese alla testa di una coalizione anti Gheddafi.

Il pretesto è stato dato dalla volontà di creare una no fly zone sui cieli libici e supportare così i gruppi ribelli. Con Parigi era allineata soprattutto Londra, una circostanza che ha contribuito ad isolare l’Italia. La Francia, in poche parole, ha deciso di attuare in Libia un “regime change” con l’intento di far subentrare una leadership più vicina agli interessi transalpini e scalzare Roma dal Paese. La guerra iniziata nel marzo 2011 ha avuto come epilogo l’uccisione di Muammar Gheddafi a Sirte il 20 ottobre successivo. Ben presto però l’avventura bellica anglo-francese, a cui ha giocoforza partecipato anche l’Italia, ha rivelato tutti i suoi limiti politici. La Libia è caduta in uno stato di anarchia, da allora nessun governo ha realmente controllato il suo territorio. Lo sgambetto a Roma è riuscito solo a metà. Senza infatti un vero governo a Tripoli, è apparso impossibile stringere nuovi patti economici e commerciali.

Così Roma e Parigi hanno duellato dopo la morte del rais

Caduto Gheddafi, Italia e Francia avevano due scelte: deporre il dualismo a favore di una collaborazione per rimettere ordine in Libia oppure proseguire il braccio di ferro. Per diversi anni è stata scelta una via di mezzo: Roma e Parigi a tratti sono apparse alleate in nome di interessi comuni, in altre occasioni invece i contrasti sono stati molto più evidenti. Come ad esempio nel 2018, quando all’Eliseo era già insediato l’attuale presidente Emmanuel Macron. In quell’anno è andata in scena una vera e propria “guerra delle strette di mano”. A maggio è stato il leader francese ad invitare a Parigi i due principali libici di allora, il premier Fayez Al Sarraj da un lato e il generale Khalifa Haftar dall’altro, per un summit culminato con una stretta di mano tra i protagonisti. L’Italia ha risposto nel novembre successivo, organizzando un vertice a Palermo anch’esso terminato con una stratta di mano a favore di telecamera tra Al Sarraj ed Haftar. Una battaglia però più mediatica che reale. Sul campo Italia e Francia avevano ed hanno interessi comuni ben più grandi da difendere.

Lo si è capito l’anno successivo, con l’arrivo sulla scena libica di due attori extra europei quali Turchia e Russia. Quando nel gennaio del 2020 a Berlino è stata la Germania a provare a guidare l’iniziativa europea, Roma e Parigi hanno più volte rimarcato di remare lungo lo stesso piano. Le differenze però sono rimaste: l’Italia ha sempre sostenuto il governo di Al Sarraj, la Francia ha sì riconosciuto questo esecutivo, ma non ha mai mancato di armare sottobanco Haftar. Ancora oggi il rapporto tra i due Paesi sul dossier libico appare alquanto ambiguo. Roma ha Parigi tra i principali partner, ma al tempo stesso deve temere la volontà mai celata dei francesi di avere mani più libere in Libia. Un’ambiguità destinata ad accompagnare le relazioni tra i due governi nel corso dei prossimi anni. Vale per il contesto libico, così come in generale per le vicende inerenti l’intero Mediterraneo allargato.

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