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Se dovessimo scegliere una data simbolo per capire come sia stato possibile per Emmanuel Macron conquistare la rielezione sceglieremmo il 16 luglio 2021. Quel giorno, a ridosso della festa nazionale del 14 luglio Macron si è recato in visita a Lourdes, cuore del cristianesimo francese e anche espressione di una Francia profonda, conservatrice e identitaria. Quel giorno è iniziata la grande rincorsa del presidente francese alla rielezione e soprattutto è finita, forse definitivamente, l’identificazione tra Macron e il centro-sinistra “illuminista” a cui era stato accostato con perseveranza dal 2017 in avanti.

Macron, sceso in campo da “alieno” dopo esser uscito in tempo dalla nave in via di affondamento della presidenza di François Hollande, di cui era ministro dell’Economia, nel 2017 si è presentato come candidato liberale, progressista, europeista. Cinque anni fa l’ex banchiere di Rothschild ha vinto sulla scia di una mobilitazione collettiva contro Marine Le Pen in nome del “fronte repubblicano”. Nel ballottagio odierno, invece, ha vinto una sfida profondamente connotata a destra. La destra sovranista è stata sconfitta da quella moderata, che non si definisce tale di Macron.

Sì, perché nel corso del cinque anni della sua presidenza Macron ha pian piano rotto ogni legame con il suo ex partito, il Partito Socialista, per posizionarsi sempre di più su un centro che guardava con attenzione all’ideale repubblicano di potenza economica, politica e strategica coniato dal generale Charles de Gaulle. Soprattutto, ha plasmato la sua visione del mondo in funzione della necessità di rispondere a errori politici e di superficialità che ne hanno alienato i consensi di una parte del Paese.

Il Macron liberale entusiasta ha promosso le riforme del lavoro che hanno scatenato mobilitazioni di massa. Ha sostenuto quello che è stato chiamato un “ambientalismo dei ricchi” fatto di ecotasse che ha promosso la rivolta dei Gilet Gialli. Ha mostrato, spesso, un’incapacità sistemica di capire il ruolo della Francia come potenza europea andando al traino della Germania di Angela Merkel. Lo ricordiamo, nel 2018, intento a sferzare l’Italia per mezzo del Commissario europeo Pierre Moscovici in nome dell’austerità fiscale, dei tagli al deficit, del rigore sui conti. Il 2019, con la jacquerie dei Gilet gialli, ha cambiato tutto. La pandemia, che ha visto Macron messo a lungo in ombra dall’ex premier Edouard Philippe, più empatico nel rapporto con il popolo, ha dato ulteriori lezioni. Le sfide strategiche per la Francia hanno fatto il resto.

E così Macron ha appreso dai suoi errori. Ha promosso il Grande Dibattito nazionale, per indagare le radici profonde del disagio nazionale. Ha messo nel cassetto il liberismo alla transalpina riscoprendo le virtù del patriottismo economico, del dirigismo, della spesa pubblica come volano di consenso. Ha colto, va riconosciuto, più di altri leader globali la grande trasformazione geopolitica e i cambiamenti nei paradigmi politici indicando nella domanda di sicurezza delle classi medie e meno abbienti disperse nei marosi della globalizzazione la sfida da risolvere. Con la disperata corsa alla mediazione per evitare l’invasione russa dell’Ucraina si è conquistato uno standing di statista capace di agire su scala internazionale. Soprattutto, l’ineffabile e “gioviano” Macron dei primi anni è parso più umano. Monarca repubblicano capace di errare duramente e di scusarsi.

Il laicista Macron è venuto a patti con la tradizione cristiana a Lourdes e, simbolicamente, con una Francia che da esponente dell’élite dell’Ecole Nationale de Administration (Ena), da lui chiusa con un atto di populismo fine a sé stesso, ha ammesso di non aver capito nella sua condizione di periferia esistenziale. Il Macron apologeta dei valori della Francia ha saputo chiedere scusa per errori commessi nell’era coloniale o più di recente, per la responsabilità di François Mitterrand nell’impedire che il genocidio in Ruanda scoppiasse nel 1994. Il Macron apologeta del libero mercato ha alzato barriere alle scalate straniere, promosso investimenti pubblici, virato nel contrasto deciso alla linea del rigore dopo lo scoppio del Covid-19. Dopo anni in cui pensavano di aver avuto a capo un monarca, i francesi si sono così resi conto di avere un presidente desideroso di promuovere un’agenda e di adattarla col tempo alle circostanze. Quel che non è saputa essere Marine Le Pen, troppo ancorata a vecchi dogmi, strana eterogenesi dei fini per una candidata che si dichiarava oltre ogni ideologia.

Fiutando che l’opinione pubblica stava virando a destra, Macron l’ha intercettata sfruttando la sua carica per poter rispondere, ove possibile, alla domanda di sicurezza: ha criticato il separatismo islamista, ha promosso piani contro la crisi energetica, ha impostato il piano France Relance di ricostruzione dell’economia, ha sostenuto un rilancio degli investimenti in forze di polizia, esercito, amministrazione per far sentire a ogni livello la presenza dello Stato. Questo gli ha permesso di sfruttare la divisione nelle destre ufficiali e di cannibalizzare lo spazio elettorale dei Republicains, come dimostrato dal magro risultato di Valerie Pécresse al primo turno. Insomma, Macron ha saputo essere un funambolo. E ha saputo riscattare la presidenza dal torpore in cui François Hollande l’aveva fatta scivolare, delegittimandola nella sua importanza decisiva con errori e gaffe personali. Divisivo e spesso criticato, Macron ha insomma dimostrato di saper far politica. E la volontà di intercettare i consensi posizionandosi a destra ne ha blindato l’accesso al ballottaggio con un risultato migliore di quello del 2017. Gli errori della Le Pen e ciò che rimane della pregiudiziale antifascista del fronte repubblicano hanno fatto il resto. Consentendo a Macron di divenire il primo presidente capace di centrare la rielezione dai tempi di Jacques Chirac. Come lui figura capace di “umanizzarsi” durante il proprio mandato. E soprattutto di apprendere dai suoi errori. Ora la sfida più difficile sarà, per il presidente riconfermato, adattare nella cultura di governo questi continui compromessi in nome dei quali è stata conquistata la nuova vittoria contro l’Eliseo, con un margine insperabile fino a poche settimane fa.

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