In Asia centrale per uno storico conflitto latente risolto dopo anni di trattative, quello tra Uzbekistan e Kirghizistan, un altro se ne potrebbe riaccendere. Questa volta tra il Tajikistan e, ancora una volta, l’Uzbekistan. In comune queste tensioni hanno, come in molti altri conflitti, le dispute per la gestione delle risorse. Ma in questo angolo di spazio post-sovietico, le risorse in questione non riguardano il gas, il petrolio o le terre rare. Al contrario, qui gli scontri hanno luogo per la risorsa principale per ogni civiltà umana: l’acqua. Da queste parti lo spettro di prolungate crisi idriche appare come un problema esistenziale e di difficile risoluzione. E le recenti tensioni tra tagiki e uzbeki lo dimostrano.
La diga di Rogun
Per la verità non è solo l’Asia centrale a scontrarsi per le risorse idriche. La situazione tra Tajikistan e Uzbekistan assomiglia da vicino a quella tra Egitto ed Etiopia. Al posto del Nilo, qui c’è il fiume Amu Darya. E al posto della cosiddetta “diga della rinascita” fortemente voluta dagli etiopi, c’è la diga di Rogun, struttura che da decenni rappresenta il sogno nazionale del Tajikistan. A lavori ultimati, si tratterebbe della diga più alta al mondo. Un’opera imponente capace di ridisegnare la geografia della regione e non solo. All’interno delle ampie vasche in costruzione, verrebbero convogliate le acque del fiume Vakhsh. L’invaso così conterrebbe, secondo i progetti approvati dal governo tagiko, un quantitativo d’acqua totale in grado di produrre 13.3 miliardi di kilowattora di elettricità all’anno.
In un solo colpo, il Tajikistan vedrebbe risolti i suoi problemi di erogazione di energia elettrica. Oggi infatti il Paese centroasiatico deve importare grandi quantità di energia per soddisfare il suo fabbisogno, con grandi costi e gravi disservizi. Con la produzione elettrica della diga di Rogun, non solo il Tajikistan è destinato a diventare autosufficiente, ma avrebbe una quantità di energia in eccesso da rivendere ai vicini. Una circostanza quest’ultima in grado di dare un forte input economico all’intero territorio, tra i più poveri della regione.
L’incubo uzbeko
Ma se da parte tagika la diga costituisce un sogno, capace anche di sfruttare a pieno l’enorme capacità idrica del Paese che detiene circa il 60% delle riserve d’acqua del centro Asia, lungo la sponda uzbeka invece si fanno i conti con gli spettri di un forte indebolimento dell’economia. L’Uzbekistan ha nell’agricoltura uno dei punti di forza, in particolar modo questo vale per le coltivazioni di mais e soprattutto cotone. Ma l’agricoltura, a sua volta, è fortemente dipendente dalla portata d’acqua dell’Amu Darya. Ossia uno dei fiumi destinato a essere condizionato (in negativo) dalla diga di Rogun.
Il governo di Tasket ha fatto presente, anche in sede internazionale, il timore di andare incontro al disastro economico e sociale se tutte le turbine della diga tagika dovessero, tra non molto, entrare in funzione. La questione non è nuova, già durante l’era del primo presidente uzbeko, Islom Karimov, si è arrivati a minacciare interventi militari contro il Tajikistan. Del resto, il progetto della diga di Rogun risale già all’era sovietica e preoccupa gli uzbeki dal primo giorno di indipendenza dall’Urss. Oggi però la questione è tornata a galla per via della prosecuzione dei lavori attorno la diga. L’attuale presidente, Shavkat Mirziyoyev, non ha minacciato la forza ma ha lasciato intuire di non rassegnarsi all’idea di vedere inaugurata per intero l’opera di Rogun. E adesso, lungo i confini dei due Paesi, la tensione è destinata a crescere.
Cosa potrebbe accadere in futuro
Nelle settimane scorse inoltre, la diga è tornata al centro dei riflettori per via della notizia del possibile sostegno della Banca Mondiale al Tajikistan per finanziare la fine dei lavori. Parte dell’opera è stata completata, seppur dopo anni di cantieri mai risolti e uno sforzo economico per il Tajikistan di notevoli dimensioni. Gli operai sono a lavoro e tra le aziende impegnate nei lavori di Rogun vi è anche un importante marchio italiano. Mancano però fondi per l’ultimazione degli sforzi e l’attivazione quindi di tutte le turbine.
L’interessamento da parte della Banca Mondiale potrebbe essere visto come l’ultimo tassello del sogno per i tagiki. Ma, al tempo stesso, suona come il possibile avveramento di un incubo per gli uzbeki. In campo poi, non ci sono soltanto i due contendenti. Al contrario, sono diversi gli spettatori interessati alla diga. A partire dalla Cina, la quale vede nell’opera un pezzo del mosaico della Nuova via della Seta. Non a caso, la diga è stata finanziata anche dalla Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture.