La diffusione del coronavirus in tutto il mondo ha tutt’altro che sopito le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina che, oggi, riemergono più forti di prima.

A sentire le fonti ufficiali dei due Paesi, sembra che la vicenda del coronavirus, più che un’emergenza sanitaria globale, si debba invece interpretare come la più grande spy story del secolo. Entrambe le amministrazioni sono infatti certe della colpevolezza e dell’intenzionalità rispetto alla diffusione del virus da parte di uno dei due Stati. Da Washington si accusa Pechino e viceversa.

Le accuse cinesi contro Washington

Aveva iniziato il 13 marzo scorso il portavoce del Ministro degli Esteri cinese, Zhao Lijian, che attraverso il suo account Twitter aveva pubblicato il video di un’audizione svoltasi alla Camera dei Rappresentanti americana, durante la quale il direttore dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie ammetteva che alcuni pazienti americani deceduti per influenza, prima dello scoppio della pandemia, erano già risultati positivi al Covid19. Nel rilanciare questo video il portavoce cinese accusava quindi gli Stati Uniti di aver volutamente occulato questi dati, contribuendo alla diffusione del virus.

Un impianto accusatorio che sembra essere ormai entrato a far parte della normale narrativa in Cina dove tra voci interne e notizie trapelate dai giornali, il virus, secondo al vulgata, sarebbe stato portato in Cina dai miliari americani che hanno partecipato ai giochi mondiali militari di Wuhan nel novembre del 2019.

Se non stupiscono più di tanto simili tesi da parte di un Governo, quello cinese, non nuovo alla retorica del cospirazionismo occidentale, suscitano invece più perplessità le analoghe accuse fatte dagli Stati Uniti.

Il “virus cinese” secondo Trump

Nelle ultime settimane si è infatti registrato un radicale cambio del registro linguistico americano, in particolare nelle sue istituzioni più alte. Non solo il Segretario Generale Mike Pompeo, ma anche il Presidente Donald Trump, hanno infatti iniziato a descrivere il “coronavirus”, come “virus cinese”, o “virus di Wuhan”. Una precisa scelta dialettica che ha l’obiettivo di connotare non solo la provenienza geografica del virus, ma anche la “colpa” della sua diffusione. “La Cina ha provocato questa peste nel mondo e devono esserci delle conseguenze”, ha poi detto il tycoon durante un’intervista rilasciata per Fox News.

A questo cambio di vocabolario sembrano poi essersi accompagnate una serie di misure restrittive nei confronti dei cinesi. Secondo quanto riportato infatti dal New York Times lo scorso 26 marzo, l’amministrazione Trump starebbe prendendo in serie considerazione l’ipotesi di espellere un folto gruppo di diplomatici e giornalisti cinesi. Il motivo? Gli Stati Uniti intendono così rispondere ad un’analoga mossa intrapresa da Pechino, che avrebbe già espulso circa 13 giornalisti americani dal Paese.

Quella che era una semplice guerra commerciale sembra quindi essere passata ad un livello ulteriore, trasformandosi in una guerra di spionaggio tra due Paesi che si accusano reciprocamente.

Sulle responsabilità, se davvero esistono, circa la diffusione del coronavirus probabilmente nessuno saprà mai nulla, tenendo conto dell’impianto accusatorio decisamente debole di entrambi i Paesi. Quel che è certo è che il conflitto, finora commerciale, tra Stati Uniti e Cina, che, prima della diffusione della pandemia, stava per arrivare al suo punto risolutorio, potrebbe scoppiare più forte di prima, una volta terminata l’emergenza.

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