Un’azione coordinata e spietata dei giganti Big Tech ha eliminato senza troppi complimenti un diretto concorrente delle più famose piattaforme social come Facebook e Twitter. Sta facendo molto discutere in queste ore la decisione di Amazon di estromettere la piattaforma social Parler dai suoi servizi host. Una decisione presa due giorni dopo che Twitter ha cancellato a tempo indefinito l’account di Donald Trump, in seguito ai disordini del Congresso dello scorso sei gennaio, e motivata dal “costante aumento di post con contenuto violento in violazione ai nostri regolamenti”. Prima di Amazon, Google e Apple – dove negli ultimi giorni la app di Parler era stata quella più scaricata – l’avevano rimossa dai loro store con la scusa della mancata attuazione delle richieste per la moderazione dei contenuti. Fino a quel momento, il social media più amato dai conservatori di tutto il mondo sosteneva di poter contare su più di 12 milioni di utenti.

Peccato che l’azione coordinata di Amazon, Apple e Google renda la vita praticamente impossibile a chi vuole proporre un’alternativa libertaria a Facebook e Twitter. “Tutti i fornitori, dai servizi di messaggi di testo, ai provider di posta elettronica, ai nostri avvocati, ci hanno abbandonato tutti lo stesso giorno”, ha detto l’amministratore delegato di Parler, John Matze, domenica alla trasmissione Sunday Morning Futures di Fox News. Il social sta cercando tornare online il più rapidamente possibile ma sta “avendo molti problemi, perché tutti i provider con cui parliamo ci dicono che non lavoreranno con noi se Apple e Google non approvano”. Parler è passata al contrattacco, e ha deciso di intentare una causa legale contro la piattaforma fondata da Jeff Bezos per una presunta violazione dell’antitrust.

L’accusa di Glenn Greenwald

Dopo il grande studioso della democrazia liberale Francis Fukuyama, anche il pluripremiato giornalista Glenn Greenwald, fondatore The Intercept, si schiera apertamente contro i magnati della Silicon Valley analizzando proprio il caso (clamoroso) di Parler. Nell’agosto 2018, ricorda Greenwald in un articolo pubblicato sul suo blog, i fondatori di Parler hanno creato una piattaforma di social media simile a Twitter ma che prometteva una protezione della privacy decisamente maggiore, incluso il rifiuto di aggregare i dati degli utenti al fine di monetizzarli per gli inserzionisti o classificare attraverso gli algoritmi i loro interessi al fine di promuovere loro contenuti o prodotti. “Hanno anche promesso diritti di libertà di parola maggiori, rifiutando il controllo sui contenuti sempre più repressivo dei giganti della Silicon Valley” osserva. 

La chiave del successo di Parler è una: la libertà riservata agli utenti, soprattutto conservatori, che si sentono sempre più penalizzati dagli altri social media sulla base di un pregiudizio politico. E così milioni di utenti sono migrati, negli ultimi mesi, sulla nuova piattaforma. Secondo TechCrunch, l’app è stata la decima applicazione di social media più scaricata nel 2020 con 8,1 milioni di nuovi utenti. La censura della Silicon Valley si è “radicalmente intensificata negli ultimi mesi” chiosa Greenwald, “oscurando gli articoli del New York Post sulla famiglia Biden”, segnalando ed eliminando “i post del presidente degli Stati Uniti” fino ad arrivare alla sospensione del suo account a tempo indeterminato. Per questo motivo Parler è stata la app più scaricata su tutti gli store.

L’estromissione della piattaforma social dai servizi host di Amazon, e dagli store di Google ed Apple, ha praticamente reso impossibile a milioni di utenti iscriversi all’alternativa di Twitter e Facebook. Attraverso un’azione senza precedenti, i giganti Big Tech hanno mostrato il loro vero volto. E non sembra per nulla democratico: “Se si cercassero prove per dimostrare che questi colossi tecnologici sono, in effetti, monopoli che si impegnano in comportamenti anticoncorrenziali in violazione delle leggi antitrust, cancellando qualsiasi tentativo di competere con loro sul mercato, sarebbe difficile immaginare qualcosa di più avvincente di come hanno appena usato il loro potere illimitato per distruggere completamente un concorrente in ascesa” osserva Glenn Greenwald.

L’attacco coordinato di Google, Amazon e Apple

L’attacco congiunto della Silicon Valley alla piattaforma preferita dai trumpiani è iniziato l’8 gennaio, quando Apple ha inviato un’e-mail a Parler con una scadenza perentoria: la piattaforma aveva 24 ore per dimostrare di aver cambiato la sua policy sulla moderazione dei contenuti, altrimenti avrebbe dovuto affrontare la rimozione dall’App Store. Ovviamente, si trattava di una pure formalità, perché Apple aveva già deciso di rimuovere Parler dal suo store. Come ricorda Greenwald, ai possessori di iPhone è vietato scaricare app sui propri dispositivi da Internet. Se un’app non è presente nell’App Store, non può essere utilizzata su iPhone. Anche gli utenti di iPhone che hanno già scaricato Parler perderanno così la possibilità di ricevere aggiornamenti, il che renderà la piattaforma in breve tempo ingestibile e non sicura.

Poche ore dopo Parler ha appreso che Google, senza alcun preavviso, ha deciso di “sospenderla” dal Play Store, limitando fortemente la possibilità degli utenti di scaricare l’app sugli smartphone Android. Il giorno seguente, sottolinea il fondatore di The Intercept, “ha sferrato il colpo fatale. L’azienda fondata e gestita dall’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos, ha utilizzato un linguaggio praticamente identico a quello di Apple per informare Parler che il suo servizio di web hosting (Aws) stava per tagliare i ponti con l’app”. Fino a pochi giorni fa Parler era l’app più popolare negli Stati Uniti. Lunedì, tre dei quattro monopoli della Silicon Valley si sono uniti per distruggerla. Ma la cosa forse più grave, nota Greenwald, è stata la reazione della politica e la gioia dei liberal: “Non solo i leader politici di sinistra non si sono opposti – spiega – ma alcuni di loro sono stati quelli che hanno implorato la Silicon Valley di usare il loro potere in questo modo”. Come la nuova beniamina della sinistra chic, Alexandria Ocasio-Cortez, che ha invocato la censura e il pugno duro contro la piattaforma frequentata dai trumpiani. E per fortuna che si fanno chiamare “democratici”.

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