L’Azerbaigian e le proteste: dietro il velo delle ragazze l’abbraccio soffocante della Turchia

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Politica /

C’è una data che in questi giorni è stata più volte citata sui social da diversi esponenti politici azeri: è quella del 1901. Il motivo è legato al fatto che proprio in quell’anno a Baku, quando la città rappresentava il principale centro petrolifero internazionale e si trovava sotto le insegne dell’impero russo, fu aperta la prima scuola laica per ragazze. Un episodio che oggi, per chi amministra l’Azerbaijan, rappresenta il simbolo della tradizione laica del Paese. Un modo cioè per ribadire una marcata e radicata identità secolare. Ovviamente non è certo casuale se negli ultimi giorni in tanti, soprattutto tra i deputati più vicini al presidente Ilham Aliyev, abbiano voluto ricordare quella data. A settembre infatti, il Parlamento ha approvato su input del governo una norma che di fatto vieta l’uso del velo nelle scuole. Per la verità, probabilmente al fine di non suscitare molte polemiche, nel documento non si fa cenno esplicito al velo. Ben si comprende però come l’intenzione sia quella di scoraggiare l’ingresso in aula con l’hijab attorno al volto delle studentesse.

Le proteste a Baku

Se però in questo momento in tanti ricordano il 1901, altri invece rispolverano un numero: è il 97. Ed è il rifermento alla percentuale di musulmani all’interno dell’Azerbaijan. A farlo sono coloro che hanno visto, nella norma approvata a settembre, un intervento contrario alla tradizione azera. Se da un lato, secondo questa prospettiva, è vero che il Paese ha una radicata identità laica, dall’altra è anche vero che la stragrande maggioranza della popolazione professa la fede islamica. E, in particolare, sciita. Lasciarla fuori dalle scuole, è stato il pensiero di molti a settembre, potrebbe essere percepito come un qualcosa di molto negativo. Così è stato: quando il 12 ottobre scorso per la prima volta i dirigenti scolastici sono stati chiamati a interpretare in maniera un po’ troppo “larga” la nuova norma, davanti diversi istituti e licei sono scoppiate prime importanti proteste. In alcuni casi, si è trattato di piccoli gruppi di studentesse che, assieme ai propri genitori, hanno rivendicato la volontà di entrare in classe pur indossando il velo.

Ma ci sono stati anche manifestazioni ben più ampie, degenerate in scontri con la polizia. Circostanza abbastanza rara a Baku e nelle altre città del Paese. L’Azerbaijan è infatti governato in modo sempre più autoritario dalla famiglia Aliyev. Ilham Aliyev, il presidente e figlio del predecessore Heyder Aliyev, controlla ogni ambito e ogni aspetto della vita sociale e ha dato mandato alle proprie forze di sicurezza di sorvegliare il più possibile i social. La moglie, la vice presidente Mehriban Aliyeva, non è certo vocata a una maggiore indulgenza.

Considerando anche il recente successo nella guerra del Nagorno Karaback, in grado di attribuire ad Aliyev un forte prestigio nella popolazione, immaginare proteste e manifestazioni a Baku fino a pochi giorni fa poteva sembrare quasi irreale. Intaccare una tradizione molto radicata,ha come scoperchiato per la prima volta dopo tanti anni il vaso di Pandora della società civile azera. La quale, forse, ha adesso voglia di mostrarsi molto più “irrequieta” rispetto a quanto immaginato dagli Aliyev.

Gli screzi con la Turchia

A rivendicare la data del 1901 e ciò che rappresenta per la laicità azera sono stati, come detto, soprattutto i deputati e gli esponenti politici più vicini ad Aliyev. I loro messaggi però, non sono stati rivolti solo ai manifestanti. Al contrario, i veri destinatari stavano ad Ankara. Lì dove alcuni consiglieri del presidente turco Erdogan, a partire dal consigliere capo Oktay Saral, hanno espresso pubblico disaccordo alla norma che vieta (o quasi) il velo nelle scuole.Ne è così nato un primo clamoroso screzio con la Turchia, Paese considerato molto più di un alleato. Anzi, spesso a Baku si parla di “una nazione, due Stati“. Un modo per indicare le affinità culturali e linguistiche tra le due parti. Ankara ha del resto aiutato storicamente l’Azerbaijan nel dossier legato al Nagorno Karabakh, così come ha spesso portato avanti progetti di sviluppo regionale che danno a Baku un ruolo imprescindibile.

Rivendicare una propria identità laica, per i politici azeri, non riguarda solo un fatto interno. Al contrario, vuol dire affermare una propria diversità dal “fratello maggiore” turco. Si ha così un importante risvolto geopolitico: pur essendo vicine politicamente e culturalmente, Baku e Ankara hanno delle differenze che non possono essere ignorate. Un punto di vista che permette agli azeri di portare avanti la propria agenda, in cui la Turchia è vista come un alleato importante e non come, per l’appunto, un vero e proprio fratello maggiore. Il sospetto di diventare un “vassallo” di Ankara alberga da molto tempo tra la classe dirigente azera e il tema del velo sta servendo, ad oggi, a rivendicare l’esistenza di differenze tra i due Paesi. Gli screzi, in poche parole, partono da lontano. E potrebbero non esaurirsi oggi.

Fonti:

https://eurasianet.org/azerbaijan-and-turkey-spar-over-hijab-ban?

https://www.aljazeera.com/news/2026/10/12/azerbaijans-school-hijab-ban-whats-behind-it-and-whats-next?