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Valdis Dombrovskis ne è certo: finita la crisi economica, la Commissione europea di cui è “zar” delle questioni economiche e vicepresidente chiederà ai Paesi membri dell’Unione di tornare a rispettare il patto di stabilità a cui Ursula von der Leyen ha concesso una deroga per permettere una risposta ottimale al contagio, sanitario ed economico, del coronavirus.

Il numero due lettone della Commissione, in un’intervista a La Stampa, non usa infatti mezzi termini: a suo parere le regole europee su deficit e indebitamento “sono già provviste della necessaria flessibilità che consentirà di adattarle alle differenti situazioni economiche in cui si trovano i gli Stati membri”, una volta finita l’attuale fase di “liberi tutti” che ha portato Bruxelles a ridurre i suoi controlli sulle manovre degli Stati.

Dombrovskis non fissa necessariamente il 2020 come orizzonte temporale entro cui tale sospensione del vaglio dell’Ue sui bilanci nazionali avrà termine (“Dipenderà da come riusciremo a tenere la pandemia sotto controllo. Dipenderà dai suoi sviluppi, dagli strumenti economici che saranno messi in campo per la risposta, ma anche dall’ agenda delle riforme strutturale negli Stati”), ma è certo che ci sarà un prima e un dopo: una volta finita la fase simmetrica della crisi, che impatta con eguale misura tutta Europa portando l’Unione verso una previsione di recessione del 7,7% nell’anno in corso, tornerà il vaglio europeo e assieme ad esso l’invito a contenere il debito pubblico.

Non possiamo che unire i puntini: la Commissione, da un lato, indora la pillola aprendo a spazi di manovra per presentare strumenti come il Meccanismo europeo di stabilità come privi di qualsivoglia condizionalità; dall’altro, invece, non cessa di ricordare che presto o tardi lo scrutinio sui bilanci nazionali tornerà. E Dombrovskis, sul tema, non ha nulla di ambiguo da nascondere: l’ex premier lettone è ed è sempre stato un super-falco del rigore, che nel 2018 si è scontrato col governo italiano M5S-Lega e col premier Giuseppe Conte sul tema dell’indebitamento nazionale e nel 2019 ha spento rapidamente le velleità di un dividendo “europeista” per il governo Conte II bocciando irrimediabilmente l’opzione di un extra-deficit per Roma. Nella sua posizione di referente di ultima istanza delle questioni economiche della Commissione Dombrovskis ha sin dall’autunno scorso messo all’angolo Paolo Gentiloni, il cui ruolo di commissario agli Affari Economici ha subito un notevole ridimensionamento.

Non a caso Dombrovskis cita esplicitamente l’Italia, facendo un paragone che dovrebbe portare a un innalzamento del livello di guardia: “La nostra conclusione è che il debito di tutti Paesi è sostenibile, quindi tutti potranno avere accesso a linea di credito del Mes. Per quanto riguarda l’Italia, ci aspettiamo che al termine della crisi il debito scenda, anche se a un ritmo più lento di quello della Grecia”. L’accostamento Mes-discesa del debito, infatti, richiama ai programmi di aggiustamento strutturale contenuti nei memorandum collaterali all’adesione di un Paese al Mes, sperimentati sulla propria pelle da Atene a partire dal 2012, e non eliminati nell’attuale discussione, a causa della permanenza di una serie di regolamenti e articoli di trattati che non eludono le condizionalità.

Riforme strutturali, ritorno delle regole, riduzione del debito: il super-falco dell’Unione ha in mente per il post-crisi un’Unione Europea simile a quella tornata in campo dopo la crisi dei debiti sovrani. Ma Dombrovskis non si accorge che, sotto certi punti di vista, il tappo è saltato: e anche se il fronte dei rigoristi è ancora relativamente maggioritario sul piano politico in Europa, le società e le economie nazionali non potranno sopportare come in passato una nuova ondata di ricette dannose per il progresso collettivo del Vecchio Continente. La rivolta contro la leadership di Bruxelles potrebbe, dunque, non tardare a farsi sentire se la strada seguita dalla Commissione sarà quella di Dombrovskis.