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Senza volerlo, e forse senza neppure pensarci – e il che sarebbe gravissimo – Joe Biden potrebbe aver innescato una pericolosissima reazione a catena. Etichettando Vladimir Putin con il poco elegante epiteto di “assassino“, il presidente americano ha innanzitutto scatenato l’ira di Mosca. La Russia ha richiamato il proprio ambasciatore a Washington per consultazioni e risposto per le rime.

Sarebbe tuttavia un grave errore considerare l’attacco di Biden a Putin un semplice “affare a due” tra Stati Uniti e Russia. E qui veniamo alla citata ipotesi dell’effetto domino. La clamorosa gaffe diplomatica commessa dal presidente statunitense, infatti, rischia non solo di far ripiombare il mondo intero nell’incubo di un’escalation militare da Guerra Fredda, ma anche di offrire un clamoroso vantaggio strategico alla Cina. Gli alti vertici del Partito Comunista cinese hanno ascoltato con attenzione le parole uscite dalla bocca di Biden, e sono ad approfittare dell’ingenua uscita del successore di Donald Trump.

Per il Dragone sarà come segnare un gol a porta vuota. Anche perché l’infelice dichiarazione di Biden è arrivata a poche ore dall’importante incontro diplomatico tra Stati Uniti e Cina in programma in Alaska, ad Anchorage. L’involontario messaggio lanciato dall’inquilino della Casa Bianca può essere letto in questo modo: l’America considera la Russia un nemico, mentre con il gigante asiatico è pronta – se non costretta – a trattare in virtù di una presunta debolezza sistemica.

All’attesissimo appuntamento di Anchorage prenderanno parte il segretario di Stato americano, Antony Blinken, il consigliere per la Sicurezza nazionale, Jake Sullivan, e, in chiave cinese, il ministro degli Esteri, Wang Yi, assieme al direttore dell’Ufficio della Commissione Centrale degli Affari esteri, Yang Jiechi, una sorta di braccio destro di Xi Jinping. Che, dal canto suo, spera di approfittare al meglio dell’assist ricevuto oltreoceano.

Un assist inaspettato

Incassata l’ennesima offesa americana, anche piuttosto pesante, la Russia ha adesso più che mai bisogno di appoggiarsi alla Cina. Mosca, che secondo alcuni analisti avrebbe potuto essere utilizzata da Washington come una sorta di jolly in chiave anti cinese, farà più che mai fronte comune con Pechino. È vero che il Dragone è attualmente in trattativa con gli Stati Uniti, ma la speranza di normalizzare i rapporti è quanto mai remota.

Gli ultimi segnali non sono certo stati incoraggianti, viste le ennesime sanzioni scagliate dall’accoppiata Usa-Ue all’indirizzo di alcuni funzionari cinesi coinvolti nella presunta violazione dei diritti umani nello Xinjiang e nei fatti di Hong Kong. Dunque, gli uomini di Xi cercheranno un disgelo informale, pur senza concedere alcunché alla controparte. Allo stesso tempo, e in ben altri tavoli, tenteranno tuttavia di penetrare nella breccia provocata da Biden. Come? Intanto afferrando l’eventuale mano tesa di Mosca. Poi giocando al meglio la partita nel Mar Cinese meridionale e riesumando la carta nordcoreana.

Trappola mortale per Biden

L’eventuale asse Mosca-Pechino, più solido che mai, creerebbe non pochi grattacapi a Washington, soprattutto per quanto riguarda due ambiti delicati: i vaccini e la corsa agli armamenti. Sui vaccini, Biden sta cercando in tutti i modi di attivare il Quad per rifornire il Sud-Est asiatico di vaccini occidentali. Gli Stati Uniti partono però in svantaggio, e la sola India – per altro corteggiata dai russi – non può bastare per limitare la diffusione delle dosi cinesi, tra l’altro molto apprezzate da un discreto numero di Paesi in via di sviluppo. Lo Sputnik V da una parte e i vari Sinopharm, Sinovac e Cansino potrebbero schiantare il piano americano. Capitolo armamenti: la Russia poteva essere il grimaldello perfetto grazie al quale Washington avrebbe potuto orchestrare una nuova diplomazia includendo nel discorso anche Pechino. Adesso è molto difficile immagine Mosca fare una mossa del genere.

Torniamo sulla Cina. Il governo cinese, ben sapendo dei guai in cui si è andato a cacciare Biden, potrebbe peggiorare la situazione aggravando due tradizionali incendi orientali mai domi. Nel Mar Cinese meridionale, dando adito alla volontà di riannettere Taiwan alla mainland, Xi potrebbe forzare la mano e riprendersi il centro dello scacchiere. Allo stesso tempo, l’enigmatico silenzio della Corea del Nord potrebbe presto essere squarciato da qualche test missilistico. Chissà che Pechino non decida di coinvolgere nella contesa anche Kim Jong Un, desideroso di tornare sotto i riflettori e ben lieto di ricevere eventuali aiuti economici. A quel punto, gli Stati Uniti si ritroverebbero, nell’ordine, a fare i conti con: il blocco sino-russo (con tutti i risvolti del caso), il nodo Taiwan nel Mar Cinese meridionale e i missili di Kim. Uno scenario da incubo. E tutto, è proprio il caso di dirlo, per una parola di troppo del loro presidente.





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