Esiste una possibilità di vedere l’Australia aderire alla Nato e divenire un nuovo membro dell’Alleanza Atlantica? Sì, ed è molto concreta: infatti, le recenti evoluzioni internazionali, le alleanze in giro per il mondo, lo sviluppo di nuovi scenari e la metamorfosi progressiva degli attori in campo suggeriscono la possibilità, mista a necessità, di un nuovo ampliamento della Nato medesima. Questa volta, in direzione orientale, passando dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico.

Le difficoltà dell’Alleanza Atlantica

La Nato sta vivendo una fase storica molto delicata, nella quale i suoi principali attori stanno muovendo critiche, sottolineando difficoltà, evincendo discrasie di azione e di considerazione. Non ultime, le asserzioni del presidente francese Emmauel Macron e quelle del commissario agli Affari Esteri tedesco Jürgen Trittin: l’Alleanza Atlantica è “in una fase di morte cerebrale”, è “diventata uno spettro” votato all’inazione ed all’afasia.

Non è difficile comprendere il perché, del resto. Come Lord Ismay ebbe a dire nel lontano 1957, la Nato era venuta alla luce con l’obiettivo di “tenere fuori i sovietici, dentro gli americani e giù i tedeschi”. Ora, questo palcoscenico è mutato: l’Urss è caduta nel 1991; la riunione delle due Germanie ha conferito a Berlino un ruolo economico di primo piano; gli Stati Uniti si sono ritrovati all’interno di un unipolarismo monodirezionale che ora faticano a gestire.

Le diverse nazioni che fanno parte del Trattato Nord-Atlantico, come quelle che invece ne stanno fuori (soprattutto Cina e Russia), agiscono e reagiscono in maniera differente per difendere i propri interessi: spesso, facendo cozzare Weltanschauung e Realpolitikha sottolineato con brillantezza Thierry Meyssan. Pertanto, tentennamenti, complicazioni ed errori sono all’ordine del giorno per l’Alleanza stessa: cercare ulteriore estensione territoriale è l’emblema della fase critica di ogni impero. E di questo stadio temporale l’Australia (già collaboratrice di notevoli dimensione ed importanza) sta entrando a far parte sempre di più.

L’apertura della Nato all’Australia

L’Australia, ex Dominion dell’Impero Britannico più grande Paese dell’Oceania, non fa parte della Nato. Tuttavia con essa coopera da parecchio tempo per sicurezza internazionale – informatica e marittima – entro i confini di quella sezione di globo. E non solo. Come si può leggere sul sito dell’Ambasciata australiana a Bruxelles, la collaborazione nacque già in Afghanistan, con il coinvolgimento delle forze armate di Canberra alle operazioni della Isaf, ed è proseguita con la Dichiarazione Politica del 2012 ed i Programmi di Partnership Individuale siglati nel 2013 e nel 2017.

Nell’agosto del 2019, l’Australia ha firmato con la Nato un rinnovamento in merito ad un accordo di difesa con il focus principale situato nell’Oceano Pacifico. Siglato dal Segretario Generale norvegese Jens Stoltenberg e dal Ministro della Difesa australiano Linda Reynolds, esso enuclea ulteriormente un bisogno che non nasce, nello specifico, da Canberra, bensì dalla Nato stessa. Le cui numerose sfide si possono fondamentalmente riassumere in due punti: calmierare le dissonanze interne e, più di qualunque altra cosa, cercare di attutire il proprio progressivo status di passaggio da vita a sopravvivenza, stante la sua inattualità storica.

L’ipotesi di una futuribile o futura adesione dell’Australia è stata caldamente ventilata nell’ultima riunione generale dell’Alleanza Atlantica tenutasi a Londra nel dicembre del 2019. Un’ipotesi che circola da anni anche al Dipartimento di Stato Usa secondo l’idea fattuale del “pivot verso l’Asia“. Attraverso la Nato, gli Stati Uniti avrebbero dovuto muovere la loro strategia da Europa e Medio Oriente verso l’Estremo Oriente, con l’obiettivo di provare a contenere la Cina attraverso un accerchiamento geopolitico che tenti di includere il Giappone, l’India e, per l’appunto, l’Australia.

Puntare sul Paese del Sol Levante avrebbe dalla propria parte la vicinanza nipponica agli Stati Uniti, venuta in essere dopo la sconfitta di Tokyo nella Seconda Guerra Mondiale a metà del secolo scorso, ma si scontrerebbe con la pulsione più “neutralista” del Giappone.

L’India è il secondo gigante asiatico, e quindi ha interesse a mantenere la propria sfera d’influenza in Asia, ma gli incontri continui con la Cina alla ricerca di un equilibrio condiviso e la sua politica di indipendenza non si coniugherebbero alla perfezione con tale adesione (nonostante le simpatie americane). Invece, l’Australia – pur restia ad accogliere missili nucleari sul proprio suolo – si configurerebbe come il concorrente più idoneo.

Non incidentalmente, nei giorni del summit londinese, sul Sydney Morning Herald è comparso un titolo emblematico: Lasciate che l’Australia aderisca alla Nato. Tuttavia, in tale contesto occorre rimembrare quanto già detto: per Canberra, si tratta di un’opzione, mentre per la Nato stessa si tratta di un’operazione da costruire con cura e da cercare di portare a termine per continuare a sussistere come pilastro del vecchio ordine mondiale, e per “affrontare l’ascesa ed il successo della Cina”.

La volontà di contenimento della Cina

La Nato ha chiaramente un punto di vista strategico orientato dalla logia statunitense e solo secondariamente degli Alleati. I quali, non a caso, hanno iniziato in maniera sempre più evidente a contestarne il verticismo e la disconnessione fra principio di consultazione dei suoi membri ed effettività delle azioni compiute. Nel frattempo che gli Stati Uniti la governano di fatto. Ed uno degli obiettivi di Washington risiede proprio nella volontà di rivaleggiare con strategica coesione con la Cina, il cui status di potenza economica e militare (con attuazione della prima definizione piuttosto che della seconda) spaventa la Casa Bianca. Basti pensare all’impressionante ampliamento della flotta cinese: le ambizioni marittime di Pechino sono evidenti, e magniloquenti.

La possibilità di dare vita ad una “Nato asiatica” – come scrive l’opinionista Shishir Upadhyaya su Russia Today – potrebbe trovare la propria luce in un’alleanza già esistente, quella del Quad (Dialogo Quadrilaterale sulla Sicurezza), che coinvolge Usa, Giappone, India ed Australia. Esattamente i tre Paesi che il “pivot verso l’Asia” avrebbe desiderato e desidererebbe considerare, per inciso. Nonostante le eventuali criticità già evidenziate – pur sommariamente -, la possibilità australiana è già stata vagliata e nettamente presa in esame: Thierry Meyssan parla del 2026 come possibile data di adesione. Una data vicina ma lontana al contempo, prima della quale l’integrità della Nato potrebbe essere ulteriormente compromessa dalle sfide internazionali in corso e dai loro continui terremoti.

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