La situazione è a dir poco paradossale. Mentre in Australia si stanno svolgendo le esercitazioni militari Talisman Sabre, imponenti come non mai, guidate dagli Stati Uniti con altre 17 nazioni per un totale di quasi 40mila soldati – mobilitati ufficialmente per ”garantire la stabilità nell’Indo-Pacifico” ma, di fatto, per lanciare un segnale a Pechino – il primo ministro australiano ha pensato bene di volare in Cina per una visita di cinque giorni.
Oltre la Muraglia, Anthony Albanese ha incontrato Xi Jinping nel tentativo di rafforzare i legami con il Dragone, principale partner commerciale di Canberra. Tra i temi trattati hanno trovato spazio le esportazioni di ferro – del quale l’industria siderurgica cinese è affamata – un programma di borse di studio per studenti cinesi nelle università australiane, turismo, energia verde, agricoltura.
Il vero cuore del vis a vis tra Albanese e Xi ha tuttavia riguardato ben altro: le attività militari della Cina che recentemente ha quasi circumnavigato l’Australia; le pressanti richieste degli Stati Uniti a Canberra; il futuro dell’Aukus e dei sottomarini a propulsione nucleare che infastidiscono Pechino; il ruolo giocato dal governo australiano nell’Asia-Pacifico.

L’incontro tra Albanese e Xi
Il primo ministro cinese Li Qiang è stato chiaro: per Pechino è importante espandere la cooperazione con Canberra “nel quadro della crescente instabilità e incertezza nell’economia mondiale” perché ”le economie di Cina e Australia sono altamente complementari e offrono ampi spazi di cooperazione” in molteplici settori.
Il Dragone dipende dall’Australia per circa i due terzi del minerale di ferro utilizzato nella propria industria siderurgica, una voce che nel corso del 2025 frutterà a Canberra circa 68,9 miliardi di dollari (australiani). Non solo: nel 2024 la Cina è il partner commerciale numero uno del governo australiano, ed è al primo posto sia nelle importazioni (115,6 miliardi) che nelle esportazioni (196 miliardi).
In un contesto del genere appare logico immaginare la volontà di Albanese: rafforzare i rapporti economici con il gigante asiatico. Il leader australiano e Xi hanno tra l’altro concordato di rivedere il loro accordo di libero scambio, mentre Canberra ha ribadito il sostegno alla One China Policy, senza tuttavia approfondire il tema di Taiwan. “Ho ribadito la posizione dell’Australia a sostegno dello status quo su Taiwan”, ha spiegato Albanese.

Le pressioni Usa su Canberra
A proposito di Taiwan, qualche giorno fa il Financial Times ha scritto che il Pentagono starebbe pressando Giappone e Australia affinché i due Paesi chiariscano quale ruolo ricoprirebbero se gli Stati Uniti e la Cina entrassero in guerra per Taiwan.
Il ministro australiano della Difesa, Pat Conroy, ha dichiarato che un’eventuale decisione sull’invio di militari in caso di conflitto nello Stretto di Taiwan spetterà al governo in carica al momento e non sarà presa in anticipo. Conroy ha ribadito che la priorità assoluta di Canberra è la propria sovranità e che “non si commentano ipotesi”. Dopo Corea del Sud e Giappone, dunque, anche l’Australia sta mostrando insofferenza nei confronti dei diktat statunitensi.
C’è poi da capire cosa succederà all’Aukus. Il vice assistente segretario per l’Asia orientale del dipartimento della Difesa Usa, John Noh, è impegnato in una visita ufficiale nell’Indo-Pacifico per discutere i piani di spesa connessi ai programmi difensivi del partenariato di sicurezza citato. I piani prevedono la fornitura all’Australia di tre sottomarini a propulsione nucleare classe Virginia tra gli anni fiscali 2032 e 2038, in un rafforzamento militare che non piace affatto a Pechino.
Infine tiene inevitabilmente banco l’esercitazione Talisman Sabre: per Canberra sono generiche manovre di rafforzamento militare tra partner e alleati; Pechino le considera tuttavia un chiaro avvertimento diretto. Per Albanese, dunque, sarà sempre più difficile mantenere l’equilibrio tra le pressioni militari statunitensi e le tentazioni commerciali cinesi.


