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Pietro Benassi è un diplomatico con alle spalle una lunga e prestigiosa carriera nella rappresentanza della politica estera italiana, a cui la nomina ad autorità delegata alla sicurezza della Repubblica da parte di Giuseppe Conte poche settimane fa sembrava aver dato definitivo coronamento.

Il profilo personale e lo spessore della figura di Benassi non si mettono in discussione, questo è assodato, ma certamente nell’interpretazione del suo ruolo nelle ultime giornate l’ambasciatore chiamato a coordinare le attività dei servizi segreti sta creando non pochi imbarazzi nelle istituzioni.

Benassi ha ricevuto le deleghe tra il 21 e il 22 gennaio, pochi giorni prima che Conte, di fronte al rischio di uno schianto del suo governo in Parlamento nel voto sulla relazione del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, rassegnasse le sue dimissioni a Sergio Mattarella. L’ex consigliere diplomatico, senza neanche aver avuto modo di abituarsi al ruolo, è stato chiamato dunque subito al ruolo di gestore degli affari correnti coerentemente con le prescrizioni costituzionali per un governo dimissionario. Certo, quando si tratta di servizi concreti la distinzione tra “affari correnti” e atti di portata strategica è ben labile, se non impossibile da determinare. Ma da più parti è emerso palese che Benassi stia interpretando con grande decisione e profondità il suo ruolo.

Benassi, nota Repubblica, da diversi giorni si muove con grande dinamismo tra i diversi apparati dell’intelligence: “Nell’imbarazzo dei suoi interlocutori, fissa incontri con i vertici degli apparati, chiede conto di dossier concernenti la sicurezza nazionale, visita di persona siti in costruzione destinati a ospitare centri di spionaggio e controspionaggio”. Un civil servant di così lunga esperienza, con quattro decenni di carriera nella diplomazia alle spalle, non può non essere ignaro della rilevanza politica e strategica di un atteggiamento tanto irrituale. Tanto che anche il Copasir ci vuole vedere chiaro e ha deciso di convocare Benassi per chiedergli conto e ragione di un atteggiamento estremamente dinamico che segue di poco il tentativo di Giuseppe Conte di blindare, nel momento finale del suo secondo esecutivo, l’intelligence come un feudo personale. Tanto che nel breve intermezzo tra la nomina di Benassi e le dimissioni di Conte il governo aveva proceduto a un’infornata di nomine gradite a Palazzo Chigi.

Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ha tra le sue prerogative garantite ex lege quella di chiedere ai decisori deputati alla guida dell’intelligence conto e ragione delle loro attività. E perciò il comitato di Palazzo San Macuto guidato dal leghista Raffaele Volpi si sta domandando per che motivo Benassi si stia muovendo e agitando con tanta foga. Non escludiamo, chiaramente, che Benassi interpreti come avulso dai limiti operativi del governo dimissionario il suo ruolo di coordinamento su una centrale di potere come l’intelligence e voglia capirne il più possibile sul suo funzionamento. Ma anche che ci siano motivazioni più profonde.

Su che piste potrà indagare il Copasir? Senz’altro, su quella dei legami stretti tra il premier uscente, di cui Benassi è stato a lungo consigliere diplomatico, e i gangli di potere dei servizi: Benassi vuole tenere attivo e operativo il “partito” interno ai servizi costruito da Conte per evitare che l’era Draghi porti con sé la fine del sistema in cui era abituato a muoversi? Oppure persegue una manovra destinata a permettergli di succedere a sé stesso? Ci sembra plausibile pensare che l’ex governatore Bce, qualora formasse un governo, possa cedere la delega che Conte ha mantenuto per due anni e mezzo al coordinamento delle attività di spionaggio. Benassi, nel mostrare il massimo attivismo, si sta documentando a dovere su diverse questioni coperte da segreto e di valenza fondamentale per la sicurezza della nazione. Se, per intermezza coalizione giallorossa, il partito personale di Conte (fatto per ora da soli pezzi delle istituzioni) dovesse pesare nella definizione dei ruoli del governo Draghi, queste manovre potrebbero contribuire ad alzare le quotazioni della riconferma dell’ambasciatore al fianco del nuovo premier.

Il Copasir dovrà ascoltare con attenzione Benassi e le sue motivazioni per capire se le sue mosse giocheranno un peso nella costituzione del nuovo governo e trarre gli opportuni suggerimenti legislativi. Appare opportuno che un’autorità delegata su un tema tanto di confine come i servizi possa essere soggetta alla caducità dei governi dimissionari senza la presenza di opportuni contrappesi? O forse appare preferibile, in fasi tanto critiche, trasferire ad autorità di vigilanza come il Copasir tali responsabilità? In che misura transizione politica e segreti di Stato possono coesistere? L’affaire Benassi e la questione della sua possibile riconferma dovranno portare a un ragionamento di prospettiva su tematiche tanto importanti. L’intelligence è patrimonio comune del sistema-Paese. Fare di essa uno strumento di potere partigiano o, peggio, di scambio negoziale ne ridimensionerebbe enormemente la valenza strategica.