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Politica

L’attentato all’Hilton e il negoziato Washington-Teheran

Si è trattato di un avvertimento volto dimostrare a Trump e ai presenti di poter colpire a piacimento oppure di una messinscena?

L’attentato all’Hotel Hilton di Washington nel quale erano riuniti i massimi vertici dell’amministrazione Trump e i corrispondenti della Casa Bianca mi ha rievocato ricordi lontani e avulsi rispetto all’accaduto: l’attentato all’Addaura.

Il 21 giugno del 1989 il giudice istruttore Giovanni Falcone si trovava in una villa edificata a ridosso di questa spiaggia siciliana in attesa della collega svizzera Carla del Ponte quando, poco distante, venne rinvenuto un borsone sportivo contenente dell’esplosivo. Un attentato fallito, ovviamente, come fu definito, ma il fatto che fosse andato a vuoto e altro alimentò per anni, e con insistenza, insinuazioni su Falcone, che ne sarebbe stato l’ispiratore per incrementare la sua fama (si scoprì solo anni dopo che gli ordigni erano stati disinnescati nella notte da due agenti del Sisde, Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, poi uccisi per ritorsione).

Così torniamo all’attentato all’Hilton, che appare impossibile senza complicità interne. Impossibile, infatti, che un simile evento godesse di una sicurezza paragonabile a quella che si appronta per una saga paesana e che una persona armata di fucile a pompa, pistole e pugnali passi indisturbato attraverso le molteplici reti di vigilanza di cui gode un presidente degli Stati Uniti.

Ma se l’attentatore non ha agito da solo, si è trattato di un avvertimento volto dimostrare a Trump e ai presenti di poter colpire a piacimento oppure di una messinscena per rialzare l’indice di gradimento del presidente stesso (cosa non accaduta né possibile con trovate simili o di altro genere: ormai è condannato dalla storia)?

Tanti hanno evidenziato circostanze che interpellano non poco – Alex Jones ne fa una carrellata alquanto significativa – e che delineerebbero sia una conoscenza previa del possibile attentato sia indurrebbero a credere che Trump ne sia il beneficiario. Tesi da complottisti, ovviamente, come sono definiti quanti non accolgono come dogma le versioni ufficiali e pongono domande.

Take A Trip Down The Rabbit Hole: Internet Flooded With Bizarre Information & Theories About White House Correspondents’ Dinner Shooting

E però stavolta i complottisti sono stati favoriti dallo stesso attentatore, il quale sembra aver fatto di tutto per accreditarsi come agente del cosiddetto deep state, cioè per seminare indizi volti a segnalare l’attentato come qualcosa di interno, una messinscena orchestrata dalla stessa amministrazione Usa.

Infatti, nella missiva redatta prima di entrare in azione, nel delineare i possibili obiettivi della sua ira, scrive che nel mirino ci sono tutti i membri dell’amministrazione Trump, “in ordine di priorità dal più alto al più basso […] escludendo [il direttore dell’FBI Kash] Patel”. E, in altra parte, scrive di essere un “assassino federale amichevole”. Gli agenti dell’FBI sono comunemente chiamati “federali”… non per nulla il Washington post evidenzia quest’ultima frase nel titolo di un articolo dedicato alla lettera, per segnalarla come la più significativa dello scritto.

Opera di “menti raffinatissime” fu l’attentato all’Addaura, come ebbe ad affermare Falcone all’epoca, tanto che riuscirono sia a organizzare un attentato che ad attribuirlo alla vittima; come menti raffinatissime potrebbero celarsi dietro quanto si è consumato ieri.

Sempre nella missiva, colpisce un passaggio: dopo aver accennato che non vuole uccidere se non necessario, lo scrivente, o chi per lui, specifica: “Se fosse assolutamente necessario, prenderei comunque in considerazione quasi tutti i presenti per raggiungere gli obiettivi… ma spero davvero che non si arrivi a tanto”. Assassino gentile, ma anche no.

Comunque, e al di là di là di come si voglia interpretare l’accaduto – che Trump ha derubricato all’opera di un pazzo solitario (come peraltro i media mainstream) – resta che aveva un potenziale esplosivo dal momento che, data la crisi in atto, poteva essere facilmente attribuito all’Iran. Per fortuna, Trump, sollecitato maliziosamente sul punto, ha prontamente negato tale coinvolgimento (“non credo proprio“), evitando così una nuova guerra aperta con Teheran.

Una guerra sempre più probabile se non si sblocca il negoziato, che in questi giorni ha registrato qualche passo significativo. Il tour del ministro degli Esteri Abbas Aragchi in Pakistan, Oman e Russia, sebbene apparentemente non abbia portato a nulla – con la squadra negoziale statunitense rimasta ai blocchi di partenza per il niet di Teheran a un incontro a Islamabad – ha però visto il diplomatico iraniano farsi latore di una nuova bozza di intesa, recapitata a Washington tramite il Pakistan.

Proposta rigettata a parole da Trump, che però per oggi, sempre se non salta dopo il trambusto di ieri, ha indetto “una riunione nella Situation Room sull’Iran con il suo team di punta per la sicurezza nazionale e la politica estera”, come riporta Axios.

Iran offers U.S. deal to reopen strait but postpone nuclear talks

I convocati, sempre secondo Axios, sarebbero chiamati a esaminare la nuova proposta iraniana che prevede un cessate un fuoco duraturo e/o un accordo di pace permanente, lo sblocco dello Stretto di Hormuz e il rinvio delle trattative sul nucleare in data da destinarsi. Se la proposta – che certo sarà più articolata – fosse stata irricevibile, la riunione non sarebbe stata indetta.

Il nodo della contesa resta la richiesta di Teheran di sollevare il blocco dello Stretto di Hormuz ordinato da Trump, il quale però sembra determinato a tenere il punto.

Ma, a quanto pare, dietro tale determinazione ci sarebbero anche le pressioni di Netanyahu, come riferisce il Jewish News Syndicate, media che aggiunge come ieri il premier israeliano abbia convocato due incontri con la leadership politica israeliana, opposizione compresa, in previsione di un collasso dei negoziati Iran-Usa. Uno sviluppo che il prolungarsi del blocco statunitense rende sempre più probabile…

Netanyahu holds consultations as Jerusalem braces for collapse of US-Iran talks

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