Dalle elezioni olandesi, allo scontro con la Merkel, fino agli ultimi avvenimenti con la Grecia, il presidente turco ha trasformato l’Europa, negli ultimi mesi, in un argomento costante dei suoi discorsi. È stato un crescendo di attacchi mirati, di minacce più o meno velate, che hanno dimostrato un protagonismo sempre più forte del presidente turco, ma anche un’ondata di antieuropeismo mai così forte come adesso. In particolare nelle ultime settimane, le frasi del presidente Erdogan si sono fatte più incandescenti, incentrate soprattutto in un presunto scontro di religione fra Europa e Turchia.Secondo il presidente turco, infatti, l’Unione Europea avrebbe iniziato da qualche tempo una vera e propria “crociata” nei confronti di Ankara. Il termine “crociata” non è causale, ma è esattamente il termine usato sempre più spesso dal leader di Ankara. A Sakarya, la scorsa settimana, di fronte ad una folla di migliaia di sostenitori, il presidente turco ha arringato la piazza dicendo che era appena iniziata una grande battaglia tra la croce e la mezzaluna. Poco tempo prima, Erdogan aveva commentato la decisione della Corte di Giustizia sulla possibilità di vietare copricapi islamici sui luoghi di lavoro, definendola l’inizio di una vera e propria crociata contro l’Islam intrapresa dall’Europa.Il riferimento alle crociate è stato poi anche utilizzato da Erdogan per commentare il summit di Roma per i sessanta anni dell’Unione Europea. Durante un comizio ad Ankara, Erdogan ha gridato dal palco le sue accese contro l’Unione Europea, definita dal presidente turco una santa alleanza di crociati contro la Turchia musulmana. Un’alleanza di Stati sottomessi al Papa (in quanto invitati in Vaticano), che non avrebbe mai accolto la Turchia in Europa, perché non cristiana come gli altri.strip_reporter_dayParole forti, molto dure, che hanno suscitato scalpore nella diplomazia internazionale. In molti hanno bollato il tutto come una sorta di mania di protagonismo del presidente turco. Altri hanno definito la presidenza di Erdogan come la costituzione di un nuovo califfato pronto a minacciare l’Europa cristiana. Ma sono anche parole che vanno inserite in un loro particolare contesto, quello del referendum turco del 16 aprile. Perché se Erdogan ha cominciato questa campagna mediatica così forte, incisiva, fatta di slogan e minacce, il motivo vero non è tanto la sua presunta guerra santa all’Europa, ma va ricercato in qualcosa di molto più concreto.Il referendum rappresenta per Erdogan il banco di prova per eccellenza del suo mandato da presidente. La riforma che sottopone al vaglio del suo popolo è, infatti, un pacchetto di leggi che concentrerebbero nella carica del Presidente una serie di poteri di varia natura che, se approvate, rivoluzioneranno la stessa forma di governo della Turchia. Ed è una riforma che Erdogan ha voluto con tutto se stesso.Il problema che si frappone fra Erdogan e il suo sogno di gloria, è rappresentato però da una larga fetta di popolazione turca che non è incline ad accettare le riforme proposte dal presidente. Prova ne è che l’unico partito che ha accolto zelante il pacchetto proposto da Erdogan, e che ha anche partecipato alla sua stesura, è stato il movimento nazionalista MHP. Il partito guidato da Devlet Bahçeli ha immediatamente sostenuto le modifiche al testo costituzionale volute dal presidente e ha canalizzato l’attenzione dello stesso Erdogan, consapevole che la vittoria agognata passerà per il voto nazionalista.Oltre ai nazionalisti, che si fondano su un concetto estremo, ma laico, della Turchia nel XXI secolo, Erdogan è poi dovuto scendere a patti con le frange più radicali dell’Islam politico. Sono questi due grandi fiumi, quello nazionalista e laico da un alto, e quello più confessionale e di massa dall’altra, che Erdogan ha deciso di raccogliere nel grande contenitore del referendum per provare a vincere. Per farlo ha necessità di entrambi, e per farlo ha utilizzato una strategia mediatica di tensione continua con l’Europa, nemico comune che potesse unire nazionalisti e islamisti per fare fronte comune in vista del referendum.Tanto è diventato importante l’argomento Europa per questa campagna elettorale, che Erdogan ha deciso di sfruttarlo ulteriormente annunciando che potrebbe a breve indire un secondo referendum, questa volta sui negoziati di adesione all’Unione Europea. Che questo annuncio sia un ulteriore espediente per capitalizzare il voto nazionalista e islamista, o che sia un reale proposito della presidenza Erdogan, non è ancora dato saperlo. Di certo, ora, vi è che sembra davvero difficile ritenere che Ankara e Bruxelles possano di nuovo mettere sul tavolo le trattative per l’ingresso nell’Unione Europea.I negoziati sull’adesione a Bruxelles sono ormai da anni arenati e non sembra possano esservi evoluzioni positive in tal senso. Da una parte, l’Europa non sembra interessata a far entrare una Turchia così incandescente nella sua già instabile Unione. Dall’altro lato, la Turchia sembra ormai aver perso ogni interesse a voler entrare in un’Europa che non rappresenta più, evidentemente, un approdo su cui costruire il proprio futuro. E il referendum vero, quello del 16 aprile, appare già il vero banco di prova per i rapporti tra Europa e Turchia. Molto più di un eventuale referendum su una fantomatica “Turxit”.