La decisione della Corte di Giustizia dell’Unione europea – che ha annullato il provvedimento della Commissione con cui l’organo Ue considerò aiuto di Stato l’intervento del Fondo di tutela dei depositi per il salvataggio di Banca Tercas nel 2014 – è un fulmine a ciel sereno nella politica europea. E può ribaltare tutta la storia dei salvataggi delle banche italiane.

Quella decisione produsse effetti gravissimi sul sistema bancario italiano. Perché fu proprio quella decisione dell’Unione europea su Tercas a porre il problema del salvataggio delle quattro banche italiane (Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti) nella seconda parte del 2015. Uno strumento con cui di fatto si diede il via al mutamento di tutto il sistema delle banche popolari promosso dal governo Pd a guida Matteo Renzi.

Corrado Sforza Fogliani, presidente dell’Associazione nazionale fra le banche popolari, ha parlato della decisione in una intervista a La Verità in cui non ha usato mezzi termini, puntando il dito contro la decisione del governo Renzi di cedere di fronte alle pressioni imposte da Bruxelles. “Mi spiego il comportamento tenuto dal governo Renzi sulle quattro banche solo pensando a come poi le cose sono andate a finire: una sorta di anticipazione forzata del bail in (che tecnicamente sarebbe entrato in vigore solo dal 1° gennaio successivo), e una vera e propria campagna di diffamazione contro le banche popolari per giustificare la cosiddetta ‘riforma’, in realtà una controriforma, che nel frattempo era stata approvata da Matteo Renzi, e che avrebbe portato otto delle grandi banche popolari su dieci a convertirsi in spa”. E il presidente dell’Associazione accusa anche un certo sistema mediatico che ha parlato da subito di “popolari” quando in realtà tre di essere erano formalmente “Casse”. Quindi con un sistema molto diverso.

Come spiegato da Sforza Fogliani, la decisione della Commissione europea provocò la risoluzione delle quattro banche con 100mila azionisti e 12mila obbligazionisti messi in ginocchio. Ma in quel caso, nessuno pose il problema del fatto che non fosse un “aiuto di Stato”. Fogliani fu uno dei pochi che alzò il dito contro la decisione europea dicendo che il fatto che fosse l’Ue a chiedere il fallimento non avrebbe dovuto essere considerato un totem indiscutibile. Si trattava di salvare non solo le banche, ma soprattutto degli azionisti. Eppure il governo tirò dritto anche per evitare uno scontro con l’Unione europea.

Ma per il presidente di Assopopolari non c’era solo una strategia anti italiana. C’era una strategia tesa evidentemente a colpire le popolari, cioè le banche di territorio, per sostenere invece i grandi concentrati interazionali. Perché secondo il presidente, le banche popolari hanno un rapporto con il territorio diverso che mina la capacità dei grandi istituti finanziari europei e internazionali a tessere la propria trama di rapporti con la clientela della parte profonda del Paese. L’idea che circola fra le banche popolari, è che ai grandi conglomerati finanziari preoccupa il fatto che il territorio si senta più tutelato dalle casse territoriali invece che dai maggiori istituti di credito.

E per questo si è voluto lanciare un segnale di “inaffidabilità” delle banche popolari. “Dai tempi di Renzi in poi, si sono purtroppo fatti passi verso l’oligopolio bancario, non verso la concorrenza” ha detto Fogliani. E “da parte del governo di allora ci fu un atteggiamento totalmente supino rispetto all’Europa. A tappetino“. Un atteggiamento che per il presidente dell’Associazione serviva a Renzi e Pier Carlo Padoan per far approvare dalla Commissione europea la legge di bilancio.

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