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Nello sviluppo delle prospettive strategiche della Repubblica Popolare Cinese l’Africa Orientale ha sempre rappresentato uno scenario di primaria importanza: nella fascia di Paesi rivieraschi che si affacciano sul Mar Rosso e sull’Oceano Indiano, infatti, Pechino ha sempre visto l’accumulazione di un’ampia gamma di interessi spazianti dagli approvvigionamenti energetici al controllo di vie d’acqua importanti per il dispiegamento dei suoi commerci. Tra questi Paesi, il Sudan ha rappresentato nell”ultimo ventennio il pivot principale della strategia cinese: un’ampia convergenza di interessi, principalmente di carattere economico e commerciale, ha portato allo sviluppo di una solida partnership strategica tra Pechino e Khartoum a partire dal 1997, quando la China National Petroleum Company (CNPC) avviò assieme alla malese Petronas un programma di investimenti nella sudanese Greater Nile Petroleum Operating Company. Da allora in avanti, sono stati gli investimenti diretti esteri della Repubblica Popolare Cinese e l’interesse di Pechino per la produzione petrolifera sudanese a consentire al grande Stato africano di non affondare sotto i colpi delle sanzioni occidentali imposte al governo di Omar al-Bashir a partire dal 1996: l’interscambio bilaterale, trainato soprattutto dal greggio, è superiore ai 10 miliardi di dollari e la Cina ha contribuito a sviluppare importanti progetti come la ferrovia Khartoum-Port Sudan e la Diga di Merowe, finanziata dalla Repubblica Popolare con un impegno superiore ai 500 milioni di dollari. L’importanza del Sudan nel quadro delle prospettive geopolitiche cinesi risulta, allo stato attuale delle cose, ulteriormente valorizzata dopo lo sviluppo della Belt and Road Initiative (BRI) che, seppur rivolta essenzialmente allo sviluppo infrastrutturale euroasiatico, è destinata a produrre importanti ripercussioni sugli scenari strategici dell’Africa Orientale.

Jean-Michel Valantin di Red Analysis ha dedicato, nello scorso mese di gennaio, ampio spazio alle potenziali ricadute dello sviluppo della “Nuova Via della Seta” sul futuro posizionamento internazionale di Paesi come Sudan, Kenya e Tanzania. Valantin ha individuato, nel quadro regionale, il piccolo Stato del Gibuti come perno della penetrazione economica cinese in Africa in quanto deputato ad essere sede della prima base militare della Repubblica Popolare all’estero; di questo sistema, tuttavia, il Sudan continua a rappresentare un caposaldo fondamentale, dato che l’elevata estensione delle sue coste ne eleva l’importanza come hub  commerciale sulla rotta collegante l’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo e la sua consolidata partnership con Pechino rende oltremodo facile il potenziale sviluppo delle relazioni bilaterali.

Port Sudan, adeguatamente collegata al resto del Paese con nuove infrastrutture, potrebbe rappresentare una chiave di volta nella ramificata rete commerciale cinese e diventare un polo d’attrazione per i traffici marittimi che, nei prossimi anni, interesseranno il Mar Rosso con una frequenza sempre crescente. In questo contesto, la propaggine africana della “Nuova Via della Seta” potrebbe rappresentare un’importante opportunità per una regione del pianeta da tempo costretta a dibattersi tra il sottosviluppo e la dipendenza vincolante dall’estrattivismo e dalle risorse naturali. La Cina, di recente, è stata l’unica nazione non africana che ha visto i suoi rappresentanti invitati all’assemblea annuale del National Congress Party (NCP), la formazione egemone cui fa riferimento il regime di al-Bashir, al potere dal 1989. Il vice-presidente del NCP Ibrahim Mahmoud ha fatto riferimento alla “via cinese alla globahalizzazione” come a un nuovo modello di sviluppo decisamente diverso da quello europeo e, più in generale, occidentale, a cui il suo Paese intende ispirarsi per il suo futuro. Il Sudan è salito, in misura praticamente assoluta, sul carro cinese, come confermato da Joseph Hammond in un recente articolo per The Diplomatin cui l’autore ha segnalato come oltre il 75% dell’industria petrolifera sudanese sia sotto il controllo di Pechino, a cui fanno riferimento inoltre anche buona parte del settore delle costruzioni e dell’estrazione mineraria. L’unico ambito in cui la Cina non è completamente egemone è il settore della Difesa, ove sussiste una decisa preponderanza russa; si può di conseguenza notare come, fondamentalmente, all’importanza con cui il Sudan è considerato nell’ottica cinese corrisponda un’analoga opinione dal punto di vista di Khartoum. Anzi, la Cina è ulteriormente importante per il Sudan in quanto fattore di rottura dell’isolamento internazionale a cui è costretto il governo di al-Bashir dall’ostracismo occidentale e i suoi interessi economici nel Paese, di conseguenza, si riflettono come strumento di consenso per il governo del NCP. L’asse strategico con Pechino, di conseguenza, è tanto conveniente quanto necessario per il Sudan, che si trova in una posizione ancora più delicata di quella del Pakistan, altro Paese che ha fatto dell’approfondimento dei legami con la Cina un cardine della sua strategia geopolitica: senza un eccessivo dispiegamento di hard powerdi conseguenza, la Cina espande la sua influenza in un’area strategica che in futuro, una volta sviluppatasi la “Nuova Via della Seta”, potrebbe addirittura diventare di sua competenza quasi esclusiva sotto il profilo politico ed economico.  

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