L’amministrazione Trump è impegnata in una guerra fredda con la Cina che sta toccando sempre più settori, dal commercio alla tecnologia, e aumenta continuamente di intensità, ma l’attenzione rivolta a contrastare le ambizioni egemoniche di Xi Jinping nel mondo ha lasciato senza difese la porta di casa per l’Artico: l’Alaska.

Una conquista silenziosa

Nel 2015 cinque navi militari cinesi erano state avvistate in navigazione in prossimità dell’Alaska, nelle acque internazionali del mare di Bering, negli stessi giorni in cui l’allora presidente Barack Obama era in visita nello stato federato. L’evento era stato interpretato come un gesto di sfida di Pechino nei confronti di Washington, con cui i rapporti erano tesi – sebbene non come oggi – per via delle manovre militari statunitensi nel mar cinese meridionale.

Quattro anni dopo, la Cina è effettivamente entrata in Alaska e non manu militari, ma attraverso la diplomazia dello yuan. Anchorage e Pechino sono legate da un forum economico a cadenza annuale che ogni dodici mesi richiama miliardari cinesi pronti a investire in qualsiasi settore si intravedano opportunità di guadagno, l’interscambio commerciale sfonda ogni anno nuovi record, il favore dei politici locali viene ottenuto investendo in progetti e infrastrutture che dovrebbero essere finanziate dal governo federale, mentre il favore della popolazione viene raccolto facendo fiorire un’economia sempre più diversificata per via degli investimenti in settori meno rilevanti ma ad alto potenziale di sviluppo, come il turismo, la pesca e l’economia forestale.

Fra il 2003 ed il 2017 il valore annuale delle esportazioni di merci alascane verso la Cina è aumentato da 154 milioni di dollari a 1 miliardo 480 milioni di dollari; una cifra che ha consolidato la posizione di Pechino quale principale partner commerciale di Anchorage – un record che detiene incessantemente dal 2011.

Ciò che oggi caratterizza l’economia alaskana è la condizione di dipendenza dalla domanda cinese: quasi il 30% delle esportazioni globali sono dirette a Pechino, una tendenza in rapido e continuo aumento.

Le mire sul gas alascano

L’emancipazione della Cina dall’importazione massiccia di risorse naturali provenienti dall’estero è uno dei punti cardine dell’agenda di Xi, ma si tratta di un obiettivo ancora lontano dall’essere realizzato per via della necessità di dover rifornire costantemente il più grande apparato produttivo del pianeta ai fini del suo mantenimento in efficienza e il suo miliardo di abitanti.
La Cina è il secondo importatore mondiale di gas liquefatto e si appresta a diventare il primo entro i prossimi anni. Fra il 2016 ed il 2018 ha acquistato il 14% del gas liquefatto prodotto dagli Stati Uniti.

In Alaska si trovano i più importanti giacimenti di gas naturale del paese, ma fino ad oggi gli investimenti federali hanno dato priorità allo sviluppo del settore petrolifero – da cui l’economia è fortemente dipendente. La Cina ha visto in questa situazione un’opportunità di investimento, proponendosi come una valida fonte di credito alternativo e portando avanti una persistente campagna di lobbismo per difendere e giustificare i propri interessi in qualità di “paese quasi artico”.

Nel 2017 l’americana Alaska Gasline Development Corp e le cinesi Sinopec Group, CIC Capital e Bank of China, avevano raggiunto un accordo preliminare per lo sviluppo di un ambizioso progetto da 43 miliardi di dollari. Si sarebbe trattato di costruire un gasdotto che, partendo da North Slope, avrebbe dovuto raggiungere un impianto di liquefazione sito a Cook Inlet, capace di produrre giornalmente 3 miliardi e 500 milioni di piedi cubi di gas. La Cina aveva garantito l’acquisto del 75% del gas liquefatto proveniente dall’impianto.

Il progetto è stato annullato a fine luglio dalla nuova amministrazione alaskana guidata dal repubblicano Mike Dunleavy per via di presunti “rischi per la sicurezza” legati allo sviluppo di un progetto di tale portata con tre enti cinesi. Il neo-governatore ha precisato che, però, il gasdotto e l’impianto si faranno ugualmente, perché altri investitori internazionali si sarebbero mostrati interessati.

L’importanza dell’Alaska

L’Alaska si sta rivelando un mercato estremamente importante per la Cina e, sebbene i tentativi di penetrare nel settore del gas siano temporaneamente ostacolati, il paese ha ancora molte carte da giocare; la via della seta polare è una di queste.
Il corridoio commerciale è ancora sulla carta ed è stato pensato per circumnavigare il polo nord eurasiatico e ridurre i tempi di spedizione delle merci nella tratta Shanghai-Rotterdam di quasi un mese rispetto all’attuale, ed obbligata, rotta che attraversa lo stretto di Malacca. Per ovvie ragioni geografiche, l’Alaska dovrebbe fungere da uno dei punti di transito della rotta, giocando un ruolo particolarmente importante in quanto utilizzabile come testa di ponte per lo smercio dei prodotti cinesi nell’America settentrionale.
Per convincere i paesi artici a dare luce verde al progetto, la Cina ha investito miliardi di yuan in attività di lobbismo e sviluppo infrastrutturale in Norvegia, Finlandia, Russia, ed anche Alaska.

Quest’ultima era stata visitata da Xi nell’aprile 2017, che si trovava negli Stati Uniti per un incontro ufficiale con Donald Trump. Il presidente cinese era stato accolto entusiasticamente dall’allora governatore Bill Walker, con il quale aveva discusso di aumentare gli investimenti nei più importanti settori dello stato e intensificare ulteriormente il già prospero interscambio commerciale.
Il nuovo corso inaugurato dal governatore repubblicano Dunleavy si prospetta ostile a Pechino, ma la linea dura potrebbe comportare un prezzo caro da pagare, perché un’eventuale rappresaglia basata sulla riduzione delle importazioni affosserebbe l’economia troncata alascana.