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Xi Jinping ha deciso di non partecipare alla settantatreesima edizione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, ma la sua Cina in campo Onu è oramai una protagonista indiscussa. 

Da diversi anni intenta a revisionare il suo tradizionale paradigma di politica estera e a mettere in campo strategie più assertive, aventi la loro più compiuta manifestazione nella Nuova Via della Seta, la Cina è stata a più riprese critica dell’ordinamento strutturale di numerose organizzazioni internazionali, in primis quelle di natura economica, ma ha cercato al tempo stesso di aumentare il suo potere contrattuale e la sua influenza dall’interno, senza arrivare a strappi clamorosi. 

L’Onu, che dei consessi internazionali rappresenta il punto apicale, è stato in questo contesto uno spazio d’azione privilegiato per la Repubblica Popolare, che proprio scalzando al suo interno Taiwan negli anni Settanta e ottenendo un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ha conquistato il suo principale successo diplomatico del secolo scorso. La Cina, fautrice di una diplomazia multilaterale, sfrutta la platea dell’Onu come moltiplicatore di potenza ed è, da tempo, cruciale per il suo funzionamento a pieno regime.

Dal finanziamento al peacekeeping, la Cina al centro dell’Onu

Con 192 milioni di dollari di contributi versati, la Cina è al terzo posto tra i finanziatori dell’Onu dopo il Giappone e gli Stati Uniti. Ancor più importante, sotto il profilo pratico, è il ruolo decisivo che Pechino gioca nello sviluppo dei programmi di peacekeeping del Palazzo di Vetro: questi ultimi sono in larga misura dispiegati nel continente africano, in cui Pechino ha interessi di notevole portata e nel quale rappresenta un punto di riferimento imprescindibile, e vengono a contatto con la grande strategia cinese.

Come scritto dal Guardianla Cina è passata dal finanziare il 3% del budget delle missioni di pace dell’Onu nel 2013 all’attuale 10%, mettendo inoltre sul campo un miliardo di dollari per i prossimi cinque anni. Come riportato dal  South China Morning Post, inoltre, Xi Jinping ha annunciato nel novembre scorso la volontà cinese di addestrare 2mila caschi blu provenienti da altri Paesi, principalmente africani: Mali, Sud Sudan e Darfur sono infatti gli scenari di conflitto ove la Cina sta profondendo il massimo sforzo nel peacekeeping. Ottomila uomini dell’Esercito Popolare di Liberazione risultano attualmente in corso di addestramento per analoghe missioni.

All’Onu la Cina colma il vuoto lasciato dagli Usa

C’è tutta la profondità del pensiero strategico cinese nella profusione di un crescente impegno in sede Onu. La Cina cerca di sviluppare il suo soft power e di aumentare il potere contrattuale della sua presenza nei consessi internazionali. In primo luogo, la divisione nel campo occidentale e l’imminente uscita del Regno Unito dall’Unione Europea renderanno più farraginoso il quadro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, permettendo alla Cina di sfruttare maggiori spazi di manovra.

Inoltre, la Cina di Xi Jinping mira ostentatamente a presentarsi come contraltare ideale degli Usa di Donald Trump. Mentre Washington riscopre l’unilateralismo, Pechino spinge per dialoghi multilaterali. Mentre l’ambasciatrice americana all’Onu Nikki Halley annuncia tagli ai contributi del suo Paese, la Cina aumenta i suoi esponenzialmente. Gli Stati Uniti hanno lasciato assieme a Israele l’Unesco, la Cina lo valorizza e con le missioni di pace porta avanti un complesso piano diplomatico, militare e geopolitico.

La sfida sino-statunitense per la supremazia a livello globale ha dunque il suo round all’Onu, organizzazione ostentatamente snobbata dagli Stati Uniti che la ospitano sul proprio territorio ma ne disconoscono diverse agenzie e valorizzata di recente da una Cina membro sempre più attivo della comunità internazionale.

Implicitamente, la Cina mira a spuntare anche la principale arma “morale” che potrebbe essergli rivolta contro: quella dei diritti umani. Un Onu a crescente trazione cinese avrebbe meno interesse a indagare sulle tuttora numerose limitazioni esistenti in materia nell’Impero di Mezzo, riducendone di fatto i danni d’immagine. E togliendo al tempo stesso agli Stati Uniti un forte strumento d’azione, assieme all’arma economica e al dispositivo militare, per limitare l’azione di Pechino. Il recente stallo di una campagna a base statunitense per presunte violazioni dei diritti umani contro la minoranza musulmana cinese degli uiguri ha testimoniato questo nuovo stato di cose. Perché la Cina non fa mai nulla per beneficenza: ragionando oramai da compiuta potenza globale, cementa i propri interessi nazionali anche in seno all’organizzazione multilaterale per eccellenza.

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