I partiti populisti imperversano in Europa. L’ascesa del populismo interessa il vecchio continente, ma si estende all’interno del suolo nordamericano e sudamericano. La parola “populista” viene usata per lo più a caso. La categoria in questione presenta delle caratteristiche politologiche precise. I commentatori neoliberal la usano per “sparare” nel mucchio senza colpo ferire. Come se l’etichetta di “populista” equivalesse a un’offesa. 

L’appello al popolo originario, la presenza di un leader riconosciuto dal basso, il costante richiamo al ripristino della sovranità nazionale, la difesa dei confini, quindi un’idea oltranzista in materia di fenomeni migratori e il ritenere quella reale l’unica forma di economia possibile sono alcune delle issues, cioè degli elementi costanti, attribuiti al populismo dalla scienza politica. Per intenderci: una Srl controllante un partito, che è a sua volta filtrato da un blog, rappresenta una tipologia verticistica del tutto sperimentale. “Populismo indefinito” è la definizione corrente per questo genere di organizzazioni, specie se sono ondivaghe rispetto agli argomenti citati. 

Il tema, ancora una volta, è quello della contrapposizione tra popolo ed élite. Destra e sinistra sono in via di estinzione. La globalizzazione ha incrementato le differenze sociali. Le statistiche dicono che i ricchi sono sempre di meno e i poveri sempre di più.

La ricchezza si sta concentrando nelle mani di pochi. L’assunto di base è economicistico e considerato marxista, ma senza partire da questo dato non è possibile interpretare i fenomeni elettorali. Il ceto medio, dice Alain de Benoist, si sta “ribellando”. Cristopher Lasch, nel suo “La rivolta delle élite – Il tradimento della democrazia”, ha evidenziato come il distacco dalla realtà della sinistra occidentale, che nel frattempo si è appiattita sull’economia finanziaria, abbia prodotto un effetto concreto: il popolo, nelle cabine elettorali, usa cercare qualcuno in grado di rispondere alle problematiche che il progressismo aveva promesso di risolvere. 

Il fenomeno più eclatante è rappresentato da Donald Trump. Gli operai della Rust Belt, la “cintura della ruggine”, gli hanno consegnato la Casa Bianca. Marine Le Pen ha superato l’Ump per poi perdere al ballottaggio contro Emmanuel Macron. Molti analisti considerano “En Marche!” l’ultima disperata difesa contrapponibile alla definitiva affermazione del lepenismo. Se ne parlerà tra qualche anno. Angela Merkel è in crisi di consensi rispetto alle sue performance tradizionali: parte di quei voti sono finiti nelle “sacche” di Alternative für Deutschland. La Germania sta conoscendo problemi mai affrontati dal dopoguerra: la “questione sociale” e i problemi di sicurezza legati all’incremento dell’immigrazione.

Il filone è unico: i flussi elettorali registrano una tendenza sempre uguale a se stessa. Le periferie e le zone circostanti votano i partiti populisti. I centri metropolitani continuano a preferire quelli tradizionali. La sensazione è che in molti si sentano esclusi dai processi gestionali. Le città assorbono potere e si riempiono di “cittadini liquidi”, mentre le periferie, che restano popolose, vengono private dei servizi essenziali. Se n’è accorto anche Papa Francesco, che insiste sui confini del mondo e sulle persone abbandonate dall’assolutismo della globalizzazione. Il “modello Favelas” sembra quello proposto dai “grandi della terra”. Quello che ogni popolo vuole scongiurare. 

La Brexit rischia di divenire il primo di una serie di spartiacque della storia nonostante l’Ukip di Nigel Farage sia scomparsa dopo aver portato a termine la sua battaglia. L’Unione europea non è mai stata così in discussione. Sebastian Kurz appartiene sì al PPE, ma in Austria ha vinto anche grazie all’apporto dell’ FPÖ . Poi ci sono i populisti dell’Est. Al gruppo di Visegrad si guarda con sempre maggiore simpatia. Le elezioni europee dell’anno prossimo saranno il vero banco di prova per la tenuta di Strasburgo. Il Parlamento europeo potrebbe riempirsi di anti-sistema. La maggioranza che non è stata raggiunta per l’accesso agli esecutivi delle varie nazioni, potrebbe arrivare per l’istituzione sovranazionale. Paradossi possibili, che solo il tempo sarà in grado di svelare. 

Per ora l’unico schema vincente, a meno di distorsioni opportunistiche, è quello di un’alleanza tra i partiti populisti e le forza popolari di centrodestra. L’Austria è l’esempio più esemplificativo. Donald Trump ha sì trionfato, ma alleandosi con il Partito Repubblicano. Altrove i sovranisti hanno sempre perso, pur andando a un passo della vittoria. Almeno in relazione al right-wing populism, il cosiddetto populismo di destra. Se Marine Le Pen avesse trovato dei punti in comune con Fillon, con ogni probabilità, un per ora inesistente centrodestra francese avrebbe battuto Macron al ballottaggio.

Il left wing populism, quello per intenderci promosso da Podemos in Spagna, è in crisi. L’ipotesi è che la decrescita felice, la promozione dei “nuovi diritti” e il ritorno a un’idea socialisteggiante della cosa pubblica abbiano molta meno presa comunicativa rispetto ai macrotemi dell’immigrazione, della sovranità e della contrapposizione all’establishment economico – culturale. Per quelle istanze, insomma, c’è già il centrosinistra tradizionale. L’ascesa, come ogni exploit, ha delle conseguenze.

La prima e più evidente è quella di doversi confrontare con la realtà. La promessa di una “rivoluzione” si scontra gioco forza con le regole prestabilite. I palazzi funzionano in un modo. I populisti promettono di smontare le logiche imposte dall’establishment politico-economica attraverso l’ingresso nelle stanze in cui quelle stesse logiche sono state coltivate.

La democrazia è ormai dipendente dall’andamento dei mercati finanziari e diviene difficile pensare che questo assunto possa cambiare in breve tempo. La politica è stata superata in gerarchia dall’economia. Donald Trump è uno che se n’è accorto presto. La sua presidenza, che doveva produrre isolamento internazionale e rilancio dell’economia interna, è riuscita solo nella seconda di queste due voci programmatiche. Schiacciato da quello che viene chiamato “Deep State”, Trump è ormai un atlantista come tutti i suoi predecessori. 

Le promesse che i populisti fanno in campagna elettorale sono di grossa portata. Le statistiche e gli obblighi sovranazionali raccontano un’altra storia. Il rischio concreto è che le attese riposte si risolvano in una via di mezzo che rischia di scontentare tutti. Mentre queste formazioni si affacciano per la prima volta nelle stanze dei bottoni, le statistiche continuano a registrare il dato di cui sopra: i ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi, i poveri sono sempre di più e sempre più poveri.

Il “modello Favelas” è molto più di uno spauracchio. Senza ripristinare il primato gerarchico della politica sull’economia sarà difficile invertire il trend. La realtà economica, però, esiste e spesso influisce sui processi democratici. Esistono, ad esempio, i debiti pubblici accumulati nel tempo. Esistono le statistiche, che parlano di un mondo sempre più popolato in alcune zone e sempre più in crisi demografica in altre. Esiste, ancora, la limitatezza delle risorse. Problemi cui i partiti tradizionali hanno dato risposte ritenute sbagliate dall’elettorato. Siamo a un nodo cruciale della storia. Il populismo ha promesso di sbrogliarlo. Le rivoluzioni, però, non sono mai passate dalle urne elettorali. Un ossimoro che potrebbe produrre due effetti: un gigantesco nulla di fatto e una rivalutazione, l’ennesima, delle forze politiche convenzionali.