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La mobilitazione delle piazze, l’invigorimento dell’opposizione e la rabbia delle forze armate hanno prevalso: il primo ministro Nikol Pashinyan ha deciso che è giunto il momento di rassegnare le dimissioni in maniera tale da permettere l’allestimento di elezioni anticipate.

L’annuncio, fatto nella giornata del 28 marzo, avviene al culmine di quattro mesi di proteste ininterrotte contro il capo dell’esecutivo, che da società e opposizione viene ritenuto un impostore (perché l’accordo di cessate il fuoco dello scorso novembre è stato siglato senza previa consultazione con le parti politiche) e dalle forze armate viene considerato l’architetto della disfatta militare ed un pericolo per la sicurezza nazionale in ragione delle sue posizioni di politica estera – che all’Armenia sono costate il totale isolamento nel corso della guerra contro l’Azerbaigian.

L’annuncio di Pashinyan

Le pressioni multilivello e multidirezionali hanno avuto la meglio sulla caparbietà di Nikol Pashinyan, il vincitore della rivoluzione di velluto del 2018 ed il vinto della seconda guerra del Nagorno Karabakh. Il primo ministro, dopo quattro mesi di piazze in subbuglio, stallo in sede parlamentare, gelo con la presidenza e gravi tensioni con l’apparato militare, ha optato per la scelta più giusta e saggia: smettere di procrastinare e dare seguito alla volontà di popolo, classe dirigente e forze armate.

L’annuncio è stato fatto nella giornata del 28 marzo, durante un evento con la cittadinanza nella provincia di Armavir che è stato trasmesso in diretta su Facebook. Il primo ministro, nel corso dell’impegnativa domenica, ha comunicato ai presenti che il prossimo mese, cioè ad aprile, rassegnerà le dimissioni dalla carica per permettere l’indizione di elezioni parlamentari anticipate.

Una volta formalizzate le dimissioni, Pashinyan dovrebbe continuare a guidare l’esecutivo in qualità di primo ministro ad interim. Non è dato sapere quando si potrebbero tenere le nuove elezioni, anche se, alla luce dell’impellenza e della volontà unanime di superare rapidamente l’era Pashinyan, non è da escludere un loro allestimento entro l’estate.

Quattro mesi turbolenti

Era dalla sera dello scorso 9 novembre che il popolo armeno e l’opposizione parlamentare chiedevano l’uscita di scena di Pashinyan. Il primo ministro, accusato dai detrattori di essere il reale colpevole della disfatta militare nella seconda guerra del Nagorno Karabakh, nonché dell’atteggiamento di “neutralità ostile” del Cremlino, sino al 28 marzo aveva rifiutato ogni dialogo con i dimostranti e procrastinato volutamente il dibattito sull’eventualità di elezioni anticipate.

Il temporeggiamento, però, ha lavorato in senso contrario ai piani di permanenza ad oltranza di Pashinyan: il malcontento della società civile è aumentato gradatamente, nonostante il gelo invernale e la repressione delle forze dell’ordine, alcuni partiti di opposizione hanno avviato un dialogo parallelo con il Cremlino e condotto il Parlamento allo stallo e, infine, i dissapori tra forze armate ed esecutivo sono esplosi con veemenza a inizio marzo.

L’evento spartiacque è stato rappresentato proprio dallo scontro tra Pashinyan e l’esercito. Tutto era avvenuto nell’arco di pochi giorni: un controverso intervento del primo ministro riguardante la scarsa prestazione degli armamenti di fabbricazione russa durante la guerra contro l’Azerbaigian aveva suscitato un’aspra ed immediata reazione da parte degli alti comandi militari. Il principale detrattore di Pashinyan, Tiran Kachatrian, aveva pagato a caro prezzo le critiche: licenziamento. Le forze armate, a quel punto, forti del supporto fondamentale della presidenza, avevano lanciato un inequivocabile ultimatum al primo ministro: dimissioni subito.

Nei giorni successivi, rientrata la crisi e placati gli animi (almeno davanti alle telecamere), Pashinyan aveva iniziato a parlare pubblicamente, e con una certa frequenza, di elezioni anticipate per il bene della nazione. E il 28 marzo, le indiscrezioni sono divenute un fatto di cui si attende soltanto la prossima materializzazione: dimissioni saranno. Festeggiano la società e le forze armate armene, ma anche la Russia – che recupera una nazione creduta perduta con la rivoluzione di velluto – e persino l’Azerbaigian, che, con un governo più malleabile e meno volubile, potrebbe lavorare ai fini della pacificazione regionale e della creazione del corridoio di Zangezur.