Tanto tuonò che piovve. Alla fine il premier armeno Nikol Pashinyan si è deciso ad annunciarlo ufficialmente, durante un question time in Parlamento: l’Armenia lascerà l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), che comprendeva appunto Armenia, Russia, Kazakstan, Kirghizistan e Tagikistan. Di più: Pashinyan ha anche definito la CSTO “una bolla i cui membri non adempiono agli obblighi previsti dall’accordo” e accusato gli altri Paesi membri di “essere d’accordo con l’Azerbaigian” ai danni dell’Armenia. Subito dopo il premier ha dovuto allontanarsi dalla capitale Erevan a causa delle proteste che le sue dichiarazioni hanno sollevato. Le gente è scesa in piazza in massa, guidata dall’arcivescovo Bagrat Galstanian, ormai leader riconosciuto dell’opposizione.
Come si diceva, questo è il punto finale di un processo in corso ormai da anni e che può essere definito così: il distacco della Russia e l’abbraccio agli Usa. I passi precedenti erano stati piuttosto chiari: il governo armeno aveva smesso di pagare la propria quota alla CSTO, aveva rifiutato di partecipare alle ultime esercitazioni militari congiunte, aveva snobbato i vertici dell’Organizzazione. Al contrario, si erano intensificate le relazioni con Usa ed Europa (in particolare con la Francia), fino ad arrivare elle esercitazioni militari congiunte Armenia-Usa, denominate Eagle Partner, del settembre 2023. Un passo che non aveva portato nulla di buono a Pashinyan e all’Armenia in generale, perché poco dopo l’Azerbaigian, con un guerra-lampo, si era ripreso il Nagorno Karabakh.
È il riassunto molto breve di una crisi molto lunga, però contiene tutti gli elementi essenziali. La marcia di avvicinamento all’Occidente dell’Armenia a guida Pashinyan è cominciata molto prima della crisi finale del Nagorno Karabakh, ma la disastrosa guerra con l’Azerbaigian l’ha accelerata e le ha dato, per così dire, la scusa buona. Secondo Pashinyan, le forze della CSTO avrebbero dovuto intervenire per difendere l’Armenia, Paese membro della stessa alleanza, contro le truppe azere. E in particolare avrebbe dovuto farlo la Russia, storica alleata dell’Armenia. Non è successo e l’Armenia, tradita, sente la necessità di trovare nuove e più sicure alleanze.
Come sempre, la ragione non sta tutta da una parte. È chiaro che, al momento dello scontro finale tra Azerbaigian e Armenia, il Cremlino ha fatto i suoi calcoli. Quale sarebbe stata, per la Russia, la convenienza a intervenire accanto all’Armenia in un conflitto perso in partenza, contro un Azerbaigian in ogni modo appoggiato dalla Turchia (e sappiamo quanto sia importante, per Mosca, il rapporto con Istanbul e con Erdogan) e per una causa che, dal punto di vista del diritto internazionale, dà ragione agli azeri? Se l’accordo di Belovezha, al momento dello scioglimento dell’Urss, prevedeva che i confini dei nuovi Stati sarebbero stati quelli delle vecchie Repubbliche sovietiche, come poteva l’Armenia pretendere il Nagorno Karabakh?
Nello stesso tempo Pashinyan fa finta di non ricordare che nel 2020 fu proprio la Russia a mediare con l’Azerbaigian, impedendo che già allora il Nagorno Karabakh facesse la fine poi fatta nel 2023. E trascura il fatto che fu proprio il suo Governo a chiedere ai russi di schierare le sue truppe nel Nagorno, ai confini con Turchia e Iran e presso gli aeroporti, ovvero nei punti cruciali per la sicurezza dell’Armenia.
Nel maggio scorso, durante un incontro al Cremlino, Pashinyan chiese a Putin di ritirare quei reparti, perché “le condizioni sono cambiate”. Putin, da quel freddo calcolatore che è, disse: ok, giusto. E fece ritirare dall’Armenia quasi tutte le truppe russe. Perché?
Il calcolo del Cremlino è che le esigenze di sicurezza dell’Armenia possano essere soddisfatte, piaccia o no, solo dalla Russia. Vediamo. In questi ultimi tempi l’Armenia si è rivolta ad altri Paesi. I più coinvolti, finora, sono Francia e India. I due paesi hanno firmato un contratto per vendere all’Armenia attrezzature militari che comprendono radar, binocoli e sensori, e hanno firmato una lettera di intenti affinché l’Armenia acquisti sistemi di difesa aerea in grado di respingere i droni. Nel frattempo, l’Armenia è diventata il primo acquirente straniero dei lanciarazzi multi-barile Pinaka dell’India e ha acquistato i suoi sistemi anti-drone Zen. Nello stesso tempo Pashinyan ha iniziato a chiedere all’Unione Europea di fornire aiuti militari attraverso il Fondo europeo per la pace, che è però giù sufficientemente “stressato” dall’impegno per l’Ucraina.
Tutto questo è utile. Ma chiaramente insufficiente se l’ipotesi è fermare un assalto in grande stile dell’Azerbaigian, che ha i quattrini (grazie al gas che vende a noi) per armarsi e in ogni caso riceve aiuti straordinari da Turchia e Israele. Per difendere l’Armenia ci vorrebbe, come al solito, l’intervento degli Usa. E qui vengono le dolenti note. Agli Usa interesserebbe correre in difesa dell’Armenia? Il Caucaso meridionale non è certo al centro dell’attenzione degli strateghi di Washington. Inoltre come nel caso di Mosca, e forse ancor più, non si capisce bene perché gli Usa dovrebbero schierarsi con l’Armenia se dall’altra parte dovesse esserci, in prima linea o in seconda poco importa, la Turchia, che è un Paese Nato e per gli Stati Uniti di molta maggiore importanza rispetto all’Armenia. Pashinyan dovrebbe ricordarsi della Georgia nel 2008: George Bush incitava Saakashvili, ci furono manovre militari congiunte tra truppe Usa e truppe georgiane, e due settimane dopo i carri armati russi erano alla periferia di Tbilisi.
Il tutto parlando solo di armi. Perché se parliamo del resto, è impossibile non notare che la Russia conta per il 41% delle esportazioni e per il 23% delle importazioni dell’Armenia. In altre parole, se non vende alla Russia l’Armenia non vende a nessuno, visto che il secondo acquirente di beni armeni sono gli Emirati Arabi Uniti, che sono recettori del 9% delle esportazioni armene.
Pashinyan, quindi, si è avviato lungo una strada molto rischiosa. Qualunque cosa si pensi della Russia e del Cremlino, se il timore è quello di un’invasione azera, oggi l’Armenia è meno protetta e meno sicura di prima. C’è anche chi pensa che quello di Pashinyan non sia altro che un ben articolato bluff: il Nagorno Karabakh era comunque indifendibile, un rischio reale di invasione da parte dell’Azerbaigian non c’è e lui punta sul cambio di alleanze per guadagnarci dal punto di vista economico. Ma non è che i rischi così siano minori. Si vedrà. Per ora possiamo solo sperare che nessuno voglia speculare sulla pelle degli armeni. Non sarebbe certo il primo caso.
Fulvio Scaglione
