Il 24 febbraio 2022, dando inizio alla grande guerra d’Ucraina, che ha sancito l’apertura del terzo (e ultimo?) tempo della Guerra fredda, la Russia ha aperto un vaso di Pandora destinato a incidere in maniera determinante sulla traiettoria del Duemila.

I mali sprigionati da Vladimir Putin in persona, nel momento in cui ha ordinato alle forze armate russe di mettere piede in Ucraina, hanno condotto la competizione tra grandi potenze in una nuova fase, molto più pericolosa e imprevedibile delle precedenti, e sono suscettibili di traghettare l’umanità verso scenari da hic sunt leones. Esito (in)evitabile della progressiva riaccensione di focolai spenti e del calpestamento di inviolabili linee rosse.

La classe dirigente dell’Unione Europea è chiamata a prendere atto dell’epocalità della sfida rappresentata dall’aggravamento della competizione tra grandi potenze, che non permetterà la presenza di osservatori non partecipanti né risparmierà i fautori del non-allineamento. Sicurezza e autonomia strategica passano e passeranno dall’adozione di una nuova forma mentis, improntata all’azione e alla propositività, e dal disinnescamento delle piccole polveriere, eredità di fine Novecento, di cui l’Europa pullula e che sono pronte a esplodere. Come il Serbia-Kosovo.

I venti dell’instabilità sull’Europa

La trasformazione della guerra in Ucraina nell’evento spartiacque della titanomachia tra le grandi potenze dell’attualità avrà come conseguenza di lungo termine l’arrivo dei nodi irrisolti della storia, in gran parte ereditati dal Novecento, al pettine. Capolinea al quale, in assenza di sforzi diplomatici collettivi, seri ed estenuanti, gli attori del sistema internazionale giungeranno attraverso e attraversando la più violenta delle strade: la guerra.

Le linee rosse che le grandi potenze hanno tracciato con l’inchiostro simpatico stanno cadendo. Piccole e remote periferie sono al centro delle contese tra i giganti, come ai tempi della scontro egemonico Stati Uniti-Unione Sovietica, e i conflitti fino a oggi congelati vanno assumendo la forma di vulcani dormienti in procinto di eruttare.

Lo zampino della Cina nel lento risveglio della questione Malvine/Falkland, il fermento negli -stan, la diffusione degli indipendentismi tra Commonwealth e Francia d’oltremare non sono che le prime manifestazioni dell’apertura del vaso di Pandora e i segnali premonitori di ciò che attende il sistema internazionale nello scenario in cui i grandi perdessero il controllo e non riuscissero, o non volessero, a trovare un modus vivendi.



L’Europa ha molte e fondate ragioni per preoccuparsi di questo nuovo momento della competizione tra grandi potenze. Perché siede su un tappeto di conflitti congelati, potenziali teatri di scontro tra Stati Uniti e Russia, la cui esplosione in simultanea, o a catena, potrebbe dare vita a un “super-arco di crisi“.

I Balcani, nello specifico, sono un vespaio che presenta un’incredibilmente elevata agglomerazione di conflitti congelati e questioni di etno-nazionalismo. La Moldavia teme la riapertura della guerra in Transnistria, mentre con la coda dell’occhio osserva i tumulti in Gagauzia. La Macedonia del Nord non ha mai smesso di avere paura dello spettro dell’Illirida. E nei Balcani occidentali aumenta la consapevolezza che il processo di disgregazione della Iugoslavia non è ancora finito.

Il Montenegro è entrato nell’Alleanza Atlantica, ha adottato unilateralmente l’euro, ma Serbia e Russia dispongono di un alleato prezioso in loco, la Chiesa ortodossa, che è ancora capace di muovere voti e riempire le piazze. La Bosnia ed Erzegovina è in un limbo: non può fare un passo in direzione Ue/Nato senza che l’Entità serba minacci la secessione. E lungo il Serbia-Kosovo vengono scaricate dai blocchi, sempre più frequentemente, le tensioni accumulate altrove.

Kosovo, la “Taiwan dei Balcani”

La fragile coesistenza tra Serbia e Kosovo, il cui cammino verso il mutuo riconoscimento ha registrato prima uno stallo e poi una regressione nel dopo-Trump, è stata messa a dura prova dal tana libera tutti innescato dalla guerra in Ucraina. E il dialogo Belgrado-Pristina patrocinato dall’Unione Europea, a causa della sua innata imperfezione – l’assenza di Russia e Stati Uniti dal formato –, non ha portato che a strade rivelatesi dei vicoli ciechi.

Gli incidenti nel Kosovo settentrionale di fine maggio, culminati nel ferimento di oltre quaranta soldati della Kosovo Force, sono un campanello d’allarme a cui prestare ascolto. Perché era dal 2008, anno dei gravi scontri interetnici avvenuti all’indomani della dichiarazione di indipendenza del Kosovo, che non si registravano violenze di questa portata. Il campanello d’allarme, se non ascoltato, potrebbe essere ricordato come un punto di non ritorno.



Il Kosovo non può essere derubricato ad un dossier di secondaria importanza. Per l’Unione Europea, e in particolare per l’Italia, dovrebbe figurare al vertice delle priorità. Perché l’eventuale riavvio del processo di frammentazione della Iugoslavia, congelato ma mai fermato, ha il potenziale di scatenare un effetto a catena nel resto della penisola.

Il Kosovo è per l’Europa ciò che Taiwan è per l’Estremo Oriente: un crocevia in cui si toccano, si incontrano e si scontrano le linee rosse delle grandi potenze, in questo caso Russia e Stati Uniti. A coloro che vogliono attraversare questo crocevia a riconoscimento limitato è richiesto, pertanto, di studiare i passi da fare come se fossero delle mosse da compiere su una scacchiera. E passi lenti, proiettati verso un orizzonte chiaro, potrebbero effettivamente condurre nella direzione giusta. Perché tra Serbia e Kosovo una pace (definitiva) è possibile.

La pace che potrebbe essere

Mentre la Turchia approfitta del deterioramento delle relazioni Kosovo-Serbia per aumentare in maniera consistente la sua presenza nell’area, riscrivendo la composizione demografica della Kosovo Force a proprio favore, il dialogo Belgrado-Pristina sponsorizzato dall’Ue vive in un momento di stasi e l’amministrazione Biden è costretta a redarguire Albin Kurti per aver permesso e benedetto l’installazione di sindaci albanesi nei comuni serbi del Kosovo settentrionale.

Il blocco occidentale è chiaramente in difficoltà in Kosovo e rischia, addossando sui soli albanesi le responsabilità dell’escalation, di fare il gioco della Serbia e di ritrovarsi a fronteggiare, alla lunga, una campagna di revisionismo avvolgente l’intera ex Iugoslavia.

La soluzione alla questione Kosovo non verrà riscaldando minestre già pronte, come l’infruttuoso dialogo facilitato Belgrado-Pristina, né proseguendo nell’applicazione di trattamenti palliativi, come gli inviti alla de-escalation e le richieste di congelamento di politiche ostili. Urgono proposte nuove, che tengano in considerazione la situazione sul campo e che coinvolgano tutti gli stakeholder – cosa, fino a oggi, mai fatta.

La triade Francia-Germania-Stati Uniti non può produrre soluzioni definitive, limitandosi a formulare accordi di simil-normalizzazione di breve durata e di efficacia decrescente, perché non dà il giusto peso ai due fattori-chiave della questione: identità e linkage.



Pristina teme (a ragione) che la concessione di autonomia ai comuni serbi possa spianare la strada alla secessione o, nel migliore dei casi, determinare un aumento considerevole dell’influenza di Belgrado su di essi, i quali, già oggi, formano delle enclavi de facto. Belgrado chiede (a ragione) che la minoranza serba ottenga la giusta rappresentanza politica e abbia un certo grado di autonomia sul resto del Paese. La conseguenza di un tale stallo non può che essere un clima di perenne nervosismo.

Quello che serve nel Serbia-Kosovo è un formato 5+2, dove i cinque sono costituiti da Italia, Turchia, Stati Uniti, Russia e Albania. L’Italia e la Turchia in rappresentanza della Nato e in ragione dell’influenza multidimensionale esercitata nell’area, gli Stati Uniti e l’Albania per via dello storico ruolo di guardiani del Kosovo, la Russia perché è l’alfiere della Serbia. Linkage. Il primo passo per risolvere la questione serbo-kosovara consiste nell’inquadrarla nel giusto contesto di appartenenza.

Una volta riuniti al tavolo i principali stakeholder, magari supervisionati da un arbitro – che potrebbe essere il Vaticano o un’organizzazione internazionale –, si potrebbe procedere a discutere i punti di attrito tra Serbia e Kosovo. La soluzione che mostra più probabilità di avere effetti permanenti consiste nell’organizzare un referendum tra gli abitanti dei luoghi in oggetto, sotto l’egida di osservatori internazionali, allo scopo di capire se esista o meno un consenso popolare al mutamento dei confini a mezzo dello scambio di territori: porzioni della valle di Preševo al Kosovo, parti delle province settentrionali del Kosovo alla Serbia.

Il piano non è privo di rischi: la Serbia potrebbe perseguire la medesima strategia per disturbare la Bosnia. Ma i decisori, guidati dalla lungimiranza, dovrebbero a quel punto chiedersi cosa sia meglio la Bosnia: se l’attuale limbo geopolitico, aggravato dalla minaccia costante di una guerra contro la Serbia, o se un ridimensionamento – l’Entità serba indipendente o incorporata alla Serbia – seguito dall’ingresso nell’Ue e nella Nato. Il momento di chiudere i conti con la Iugoslavia, fantasma che continua ad aggirarsi per l’Europa, è ora.