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 Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa russa Tass, Arabia Saudita e Russia avrebbero concluso un accordo sulla vendita di armi e materiali bellici per una cifra intorno a tre miliardi e mezzo di dollari. L’accordo non sarebbe soltanto di tipo commerciale, ma anche tecnico, in quanto Riad ha interesse nella crescita del know-how sulla fabbricazione delle armi nel settore dell’industria bellica. In questo senso, è interessante anche la possibilità che la Federazione Russa apra una fabbrica di kalashnikov in territorio saudita, a conferma di una volontà della monarchia saudita di provare a costruire all’interno del proprio territorio una rete industriale di materiale bellico che possa rendere lentamente l’Arabia un Paese che produce armi e che non è soltanto destinato a comprarle, come ha confermato l’accordo siglato da Donald Trump nella visita a Riad e che tanto ha fatto discutere per la quantità di armi vendute ad un Paese che è evidentemente interessato alla destabilizzazione dei Paesi a maggioranza musulmana che non fanno parte dell’alleanza saudita. Un accordo di circa 110 miliardi di dollari che pesa come un macigno nella libertà di manovra statunitense nella regione mediorientale.

La notizia dell’accordo fra Mosca e Riad nella vendita e nella produzione di armi desta interesse soprattutto perché già cinque anni fa i due Paesi avevano firmato un accordo, questa volta del valore di venti miliardi di dollari, che non è stato mai messo in esecuzione. Il motivo, in quel caso, fu l’alleanza tra Mosca e Teheran, soprattutto nell’ambito del conflitto siriano. La monarchia saudita aveva posto come condizione preliminare dell’accordo lo stop immediato alla vendita all’Iran da parte di Mosca del sistema missilistico S-300. La cessione del sistema di difesa faceva parte di un accordo siglato nel 2007 fra la Repubblica Islamica dell’Iran e la Russia per un valore di poco più di ottocento milioni di dollari: una cifra sicuramente inferiore a quelle per le quali si tratta fra Mosca e Riad. Gli accordi sul nucleare, tuttavia, obbligarono l’allora presidente Medvedev a bloccare la cessione degli armamenti, che fu ripresa soltanto nel 2015, quando Vladimir Putin decretò la fine del blocco e la consegna del sistema missilistico all’Iran.

Adesso, l’Arabia Saudita è tornata a chiedere ai russi di vendere le armi, e l’ha fatto suggerendo la stessa condizione: lo stop alla vendita di sistemi missilistici all’Iran. Questa condizione, che fu impeditiva per la conclusione dell’accordo già cinque anni fa, sembrerebbe tuttavia continuare a esserlo nel 2017, visto che la Russia non ha alcun interesse politico nel fermare la vendita di armi all’Iran per fare un favore all’Arabia Saudita. Resta comunque un dato rilevante il fatto che ci sia l’accordo preliminare pur mancando la condizione senza cui l’accordo non si può rendere efficace. Evidentemente, sia da parte di Mosca, sia da parte di Riad, non c’è necessità né volontà di chiudere i canali di dialogo anche su un tema così delicato come quello della vendita di armi.

La Russia è un Paese storicamente fedele ai propri alleati, e il conflitto siriano lo ha dimostrato, ma è un Paese che, prima di tutto, deve pensare alla propria politica. Negli ultimi anni, Putin ha scommesso tutto sulla guerra in Siria a sostengo di Bashar Al Assad: lo ha fatto perché la Siria era fondamentale nello scacchiere mediorientale; lo ha fatto perché era opportuno fermare l’avanzata statunitense in Medio Oriente; e lo ha fatto anche per dimostrare che la Russia è tornata ad essere, dopo due decenni, di nuovo una potenza con cui bisogna confrontarsi e che merita di essere sempre presente sul tavolo delle trattative quando è in gioco il destino del mondo. Evidentemente, però, la Russia deve anche pensare a se stessa, e non può escludere canali di collegamento con una potenza regionale come l’Arabia Saudita, nonostante la guerra in Siria e nonostante la collaborazione di Mosca con Teheran e con Damasco. Basta pensare all’importanza delle relazioni russo-saudite sul tema fondamentale del prezzo e della produzione del petrolio, per comprendere che i due Stati, pur con tutte le dovute differenze di vedute, devono comunque scendere a compromessi. Alla Russia interessa mantenere buoni rapporti con l’Arabia Saudita, perché sa che quest’ultima può influenzare il prezzo del petrolio, può destabilizzare l’islam russo in Cecenia e Dagestan con il wahabismo, e può soprattutto essere un modo per non lasciare campo libero all’industria americana delle armi. Riad, dal canto suo, non può privarsi di un partner come la Russia né può mettersi contro una potenza militare come quella che fa capo al Cremlino, perché la guerra in Siria è stata un esempio di cosa può succedere.

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