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A quasi un mese di distanza dallo storico accordo di pace del 13 agosto tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, che ha consacrato lo svelamento ufficiale al pubblico mondiale del sodalizio arabo-israeliano in chiave antiturca e anti-iraniana, si registra un aumento significativo del fermento sociale e politico in tutti quei Paesi dell’area Medio Oriente e Nord Africa che si apprestano a seguire le mosse della piccola petromonarchia nel prossimo futuro.

In Arabia Saudita, la culla dell’islam ed eminenza grigia dell’intera operazione di diplomazia segreta, la famiglia reale e le massime autorità religiose stanno preparando l’opinione pubblica all’inevitabile passo; quanto è accaduto il 4 settembre, durante il tradizionale sermone del venerdì alla Grande Moschea della Mecca, ne è la prova.

Il contenuto del sermone

Nel pomeriggio di venerdì 4 settembre, Abdul Rahman al-Sudais, l’imam della Sacra Moschea della Mecca (Al-Masjid al-Ḥarām), la più grande moschea del mondo nonché luogo in cui si trova la Kaaba, ha voluto dedicare una parte consistente del sermone ai rapporti interconfessionali, più in particolare ai rapporti fra i musulmani e gli ebrei.

Sudais è noto per essere uno dei chierici più fedeli alla famiglia reale, ragion per cui è riuscito a scalare i vertici dell’architettura religiosa nazionale, ed è noto per il trasformismo. Conosciuto fino all’inizio degli anni 2000 per essere un predicatore radicale ed antisemita, dall’ascesa di Mohammed bin Salman (MbS) ha eliminato dai sermoni ogni contenuto passibile di ledere i rapporti (nascosti) del regno con Israele e il mondo ebraico, aumentando invece la retorica anti-sciita e anti-iraniana.

È solo a partire da questa breve premessa sull’imam che si può comprendere l’importanza del sermone dello scorso venerdì, interpretandolo per quel che è: una prova per i fedeli, un’anticipazione di ciò che avverrà, inevitabilmente, nel prossimo futuro, ossia la normalizzazione dei rapporti bilaterali tra Israele e l’Arabia Saudita, con annessa la fine della “guerra santa” del wahhabismo all’ebraismo e, a latere, al cristianesimo.

Sudais ha puntualizzato che il profeta Maometto “ha compiuto l’abluzione con dell’acqua [proveniente da] dei politeisti ed è morto mentre il suo scudo era stato ipotecato ad un ebreo”. Il sermone è proseguito nella direzione preannunciata sin dall’inizio: l’imam ha spiegato ai presenti che l’islam impone ai musulmani di rispettare le genti di diverso credo, di trattarle con dignità, e non impedisce di stabilirvi relazioni amichevoli e affaristiche.

Rigettando “le esplosioni e il terrorismo” e sensibilizzando i fedeli sulla necessità storica di “correggere e purificare la fede islamica da convinzioni false e sospette”, l’imam ha anche spiegato che fu la magnanimità di Maometto a permettergli di convertire all’islam i suoi vicini ebrei.

Il sermone ha diviso l’opinione pubblica saudita, come palesato dai numerosi post sull’argomento apparsi su Twitter e Facebook, ed è stato ripreso oltreconfine da una serie di autorità religiose del mondo islamico che non ne hanno condiviso il contenuto. Il chierico egiziano Mohammed al-Sagheer ha accusato Sudais di “star spianando la strada alla normalizzazione e al tradimento”, mentre il chierico mauritano Muhammad al-Shinqiti lo ha criticato per aver utilizzato la Grande Moschea con fini propagandistici.

Una critica altrettanto dura è provenuta da Abdel Fatah Fayed, portavoce di Al Jazeera in Egitto, secondo il quale il sermone di Sudais è stato un atto “di sottomissione […] e fedeltà ad Israele”. Fayed ha anche invitato la umma a non dare credito all’imam della Mecca, perché “non ha il diritto di manomettere l’islam. Nulla può giustificare il tradimento”.

Prove di normalizzazione in corso da mesi

Un segno eloquente della volontà di normalizzazione da parte di Riad, e del suo ruolo dietro l’intera operazione diplomatica, è stata l’apertura dello spazio aereo saudita al volo che ha portato la squadra israeliana ad Abu Dhabi. Inoltre, sempre nel mese di agosto, hanno iniziato a circolare indiscrezioni riguardanti il coinvolgimento dall’azienda israeliana di sicurezza cibernetica Check Point Software nello sviluppo di Neom, la mega-città in fase di costruzione che rappresenterà il fiore all’occhiello di Saudi Vision 2030.

Ma gli eventi più significativi ed emblematici sono accaduti durante il Ramadan di quest’anno, entrato nella storia per le immagini iconiche della Sacra Moschea della Mecca stranamente deserta a causa della pandemia e per la messa in onda di Um Haroun” (La madre di Aron), una serie televisiva firmata MBS, il più popolare canale satellitare del mondo arabo.

La serie era stata accusata da diverse parti, da chierici a esponenti di Hamas, di essere un’operazione psicologica elaborata dalla famiglia reale con il proposito di lavare il cervello all’opinione pubblica e farle accettare l’inevitabilità di una normalizzazione integrale tra Arabia Saudita e Israele. Questa era anche l’opinione di Michael Stephens del Royal United Services Institute, secondo il quale la serie televisiva andrebbe letta come un tentativo dei Saud di ridurre la narrativa antiebraica nel panorama culturale del paese, nell’aspettativa di accelerare la normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv.

La trama è ambientata nel Kuwait degli anni ’40 e racconta le vicissitudini di alcune famiglie dell’epoca alle prese con la quotidianità, con i sentimenti e con la propria fede. I protagonisti, contrariamente a quanto si aspettavano gli spettatori, non sono esclusivamente musulmani, perché è stato dato dello spazio importante allo sviluppo di comprimari di religione ebraica. Gli spettatori hanno scoperto, nel corso delle puntate, che i rapporti fra le due fedi non sono sempre stati burrascosi e connotati dall’odio, che un musulmano può innamorarsi di un’ebrea e viceversa, che lo Shabbat può essere un’occasione di riposo e giubilo anche per gli islamici, e che il vero ostacolo al dialogo non sarebbero i dogmi dei testi sacri quanto la politica, ossia la questione palestinese.

Nelle stesse settimane, la serie comica saudita “Makhraj 7“, anch’essa in onda su MBS, aveva dedicato delle scene dissacranti alla questione arabo-israeliana con il risultato di suscitare altrettanto scandalo. La trama di un episodio si era sviluppata su un giovane arabo impegnato a giocare in rete con un utente israeliano per sbeffeggiare il padre, che considerava gli ebrei come “il nemico”. Alcuni parenti, però, non erano per nulla arrabbiati e, anzi, avrebbero voluto sfruttare l’amicizia virtuale del ragazzo per iniziare a fare affari in Israele, in quanto stufi di dover proteggere i palestinesi.

In un’altra puntata era stato invece toccato l’argomento dell’omosessualità, mostrando una profonda divergenza di visioni fra una giovane ed il padre, la prima nel ruolo della sostenitrice dei diritti umani e il secondo nel ruolo di un uomo della vecchia generazione incapace di accettare la semplice esistenza di persone attratte dallo stesso sesso. Anche in questo caso, la puntata era andata in onda nel corso del Ramadan e, perciò, aveva suscitato scandalo fra i telespettatori.

Le accuse contro la serie televisiva erano tutt’altro che infondate. Infatti, sebbene i rapporti con Tel Aviv continuino ad essere ufficialmente congelati, le diplomazie e gli apparati di sicurezza delle petromonarchie del golfo vicine a Riad collaborano da anni con il paese in funzione anti-iraniana (e oggi anti-turca). La svolta è quindi già avvenuta sul piano politico, come palesato dall’accordo con Abu Dhabi, ma affinché sia accettata occorre che le masse, allevate all’antisionismo sin dal 1948, vengano convinte ad accettare il cambio d’epoca. La causa palestinese continua ad essere molto sentita nel mondo islamico e azioni politiche prive di supporto popolare potrebbero dar vita a reazioni pericolose, come proteste e disordini civili, e questo è vero soprattutto per l’Arabia Saudita.

Televisione, cinema e letteratura sono dei potenti veicoli la cui funzione non si esaurisce nel semplice intrattenimento, perché essi sono soprattutto dei mezzi di diffusione culturale capaci di influenzare i consumatori. Un programma comico può contribuire a rompere il tabù della dicotomia amico-nemico, mentre una serie televisiva ambientata nel passato può spingere gli spettatori ad indagare sulle relazioni interreligiose nel pre-1948, con il risultato complessivo di aprire un dibattito e gettare le fondamenta per un nuovo tipo di società.

A suffragare queste ipotesi era giunta la presa di posizione ufficiale della MBS che, pur negando l’esistenza di fini politici dietro la produzione, aveva spiegato che la serie “mostra una regione prima [dell’avvento] del settarismo”. Quel settarismo a cui si faceva riferimento è il wahhabismo che il principe ereditario vorrebbe smantellare poco alla volta, depurandolo di tutti quegli elementi che lo espongono a letture ed utilizzi strumentali.

La normalizzazione è dietro l’angolo?

L’Arabia Saudita è la vera eminenza grigia che ha reso possibile la rivoluzione diplomatica. La famiglia reale ha cessato ogni antagonismo con l’Occidente all’indomani dell’assassinio di re Faysal, avvenuto nel 1975, avviando un canale di dialogo segreto con Israele in seguito alla rivoluzione iraniana del 1979. Da quella data in poi i due Paesi hanno collaborato intensamente nel nome di un’agenda comune, il contenimento di Teheran, e Riad ha sfruttato l’influenza esercitata sulle petromonarchie limitrofe, convincendole a modellare la loro politica estera secondo i dettami di casa Saud.

La famiglia reale non ha mai potuto pubblicizzare le relazioni con Israele per via del ruolo georeligioso ricoperto, derivante dal fatto di esercitare sovranità sulla terra sacra, dove vige la legge della sacertà, il luogo in cui l’islam è nato e dove si trovano le moschee più importanti e la Kaaba. L’avvento del nuovo secolo ha, però, determinato la fine di un’epoca, spingendo i sauditi ad abbandonare gradualmente la causa palestinese in favore di un maggiore avvicinamento con Tel Aviv in chiave anti-iraniana e, più recentemente, antiturca.

Il processo di normalizzazione è stato galvanizzato dalla nomina di MbS quale principe ereditario, avvenuta il 21 giugno 2017. L’agenda riformatrice di MbS ha funto da ispirazione per le altre petromonarchie del golfo, che come lui hanno deciso di attuare una normalizzazione rapida, coercitiva e imposta dall’alto.

MbS è colui che ha dato il via ad un processo di ripensamento integrale dell’identità saudita, gettando le basi per de-radicalizzazione del wahhabismo e per la fine della sua esportazione nel mondo, e illustrando al vicinato arabo il modus operandi: incontri di alto livello con delegazioni dell’ebraismo statunitense, rottura pubblica con Hamas e i Fratelli Musulmani, e utilizzo strumentale dell’industria culturale e dell’intrattenimento per preparare l’opinione pubblica al cambiamento.

In definitiva, l’Arabia Saudita non ha un reale bisogno di normalizzare le relazioni con Israele, semplicemente perché la loro esistenza è un dato di fatto ed è grazie alla famiglia reale che un effetto domino è stato possibile sull’intero mondo arabo. Inoltre, come è stato già scritto, occorre tenere in considerazione che la sua posizione è più complicata rispetto a quella emiratina o marocchina per via della questione della sacertà. Non è da escludere, comunque, che una volta sottomesso completamente il clero e convinta l’opinione pubblica, i due Paesi possano inaugurare ufficialmente i rapporti bilaterali.