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Non capita a tutti di essere definiti “persone fantastiche” da Donald Trump. È appena successo al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman che, ascoltando da Riad l’intervento in videoconferenza del presidente degli Stati Uniti al World Economic Forum di Davos, si è sentito elogiare dal tycoon davanti al gotha globale della politica e dell’economia.

Mbs, da capo in pectore della principale potenza petrolifera planetaria, ha incassato il complimento per poi ascoltare Trump bollare l’industria green come “un imbroglio”. La sviolinata di The Donald non è stata affatto casuale. È arrivata dopo che Bin Salman, in una conversazione privata con il leader repubblicano, aveva promesso all’amico statunitense nuovi investimenti negli Usa per 600 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni.

Gli Usa ma anche la Cina

Allo stesso tempo, sempre a Davos, il ministro saudita dell’Industria e delle Risorse minerarie, presente fisicamente all’evento, ha aperto le porte del suo Paese alla Cina. Bandar Alkhorayef ha spiegato che il suo Paese è pronto ad accogliere con favore i prodotti e gli investimenti cinesi. Non solo: Alkhorayef ha letteralmente esortato gli investitori di Pechino a “non perdere le opportunità” di accedere alla più grande economia del Medio Oriente. Il tutto per la felicità di Xi Jinping, un grande amico personale di Bin Salman, a sua volta amicone di Trump.

Donald Trump e Mohammad Bin Salman

Il flirt tra Cina e Arabia Saudita

Negli ultimi quattro anni la Cina ha avuto gioco facile nel rafforzare i propri rapporti diplomatici con l’Arabia Saudita. Gli Stati Uniti di Joe Biden avevano infatti imboccato la strada delle politiche green, e le relazioni tra Washington e Riad si erano inevitabilmente raffreddate. Buon per Xi, che nel dicembre 2022 (ne abbiamo parlato qui), volava in terra saudita, accolto con i massimi onori del caso, per siglare 34 accordi di investimenti con Mbs nei settori dell’energia green, dell’idrogeno verde, del fotovoltaico, dell’Information Technology, dei servizi cloud, dei trasporti, della logistica, del medicale, dell’immobiliare e delle costruzioni.

Mohammed bin Salman e Xi Jinping

Le due parti – e questa è stata la vera ciliegina sulla torta – avrebbero inoltre steso un piano operativo per armonizzare il programma di riforme saudite Vision 2030 con quello infrastrutturale cinese della Belt and Road Initiative. Detto altrimenti, Pechino ha messo a disposizione di Riad il proprio know how nel green e nell’hi-tech per aiutare lo Stato del Golfo a diversificare un’economia nazionale (per troppo tempo ancorata solo ed esclusivamente al petrolio).

La Cina è del resto il principale partner commerciale dell’Arabia Saudita nonché anche il più grande acquirente mondiale di petrolio. In questo contesto si inserisce la sviolinata che, dalla Svizzera, il ministro saudita Alkhorayef ha dedicato al gigante asiatico: “Vorremmo vedere investimenti da parte di aziende cinesi che portino know how, tecnologia e che colgano anche il valore che abbiamo in Arabia Saudita. Abbiamo accesso a materie prime come petrolio, gas, prodotti petrolchimici e minerali. E abbiamo buone infrastrutture”.

Mohammed bin Salman

Alla ricerca dell’equilibrio

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca potrebbe contribuire a rallentare, almeno in parte, gli sforzi cinesi in Arabia Saudita. La porta di Riad per il Dragone è però ancora apertissima. Alkhorayef ha suggerito che lo Stato del Golfo potrebbe, infatti, non solo servire al Dragone come mercato locale, ma anche come potenziale hub di esportazione per le merci made in China.

Le parole del ministro saudita arrivano in un momento di forte competizione tra Pechino e Washington per l’accesso a minerali essenziali come il litio, utilizzato nelle batterie dei veicoli elettrici, e, più in generale, le terre rare, beni fondamentali per alimentare l’industria della Difesa (e non solo). L’Arabia Saudita, particolare da non ignorare, è pronta ad accogliere investimenti esteri per trasformare il proprio settore minerario in un’importante fonte di entrate.

Donald Trump

L’industria mineraria e quella automobilistica sono però soltanto due dei 12 settori identificati da Riad come potenziali aree di cooperazione con la Cina. Riad considera infatti strategica la cooperazione, tra gli altri, nei settori di macchinari e attrezzature, raffinazione e fusione, prodotti chimici, farmaceutici, apparecchiature mediche e produzione satellitare.

Pechino può senza dubbio offrire un enorme contributo ai sogni di gloria di Mbs, ma anche gli Stati Uniti, in seguito al ritorno di Trump, sono tornati in pista. La sensazione è che Riad cercherà, in qualche modo, di trovare un equilibrio tra i vantaggi economici derivanti dalle relazioni con il Dragone e quelli provenienti dall’alleanza strategica di lunga data con gli Usa. Nei prossimi anni la parola d’ordine, a Riad, sarà una: pragmatismo.

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