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Il regime dell’Arabia Saudita fa sfoggio, in questo periodo, di uno straordinario attivismo diplomatico. In pochi giorni il principe Mohammed bin-Salman, erede al trono ma da mesi vero padrone del Paese, ha disperso qualunque ipotesi di dialogo con il Qatar, negato un disgelo con l’Iran e, soprattutto, ha compiuto una visita segreta in Israele, la prima nello Stato ebraico da parte di un esponente di così alto rango della casa reale saudita.

Una frenesia diplomatica che risponde all’esigenza saudita di costruire un fronte di alleanze benedetto dagli Usa per rispondere all’Iran, che ha approfittato della guerra in Siria (e della sconfitta appunto di sauditi e americani) per allargare la propria sfera d’influenza. Ma che ha più di una radice nelle vicissitudini economiche del regno, indebolito in misura drammatica dal crollo del prezzo del petrolio. Per dare un’idea: l’embargo che l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo Persico hanno varato all’inizio di giugno contro il Qatar ha ovviamente indebolito l’economia qatariota, che ha visto crescere il debito (dal 4,6% del Pil al 5,1%) e ridursi la crescita (dal 3,1% al 2,5% per il 2017). Risultati che però restano migliori di quelli dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, principali alleati nella crociata anti-Qatar.

Il 2016 è stato un anno da sprofondo rosso per le casse saudite: gli introiti del petrolio sono calati da 322 miliardi di dollari (2013) a 134; le riserve in valuta si sono impoverite di 116 miliardi nel 2015 e di altri 81 nel 2016; il deficit dello Stato è salito a 98 miliardi di dollari per il solo 2016. All’inizio il governo ha risposto in modo classico, varando una dura politica di austerità. Tagli ai salari, alle pensioni e ai benefit di impiegati pubblici e militari con l’accompagnamento di tasse, parola quasi sconosciuta ai sauditi prima della grande crisi. Sforbiciate energiche anche alla spesa pubblica e al welfare, senza però incidere troppo sulle spese militari (l’Arabia Saudita resta il secondo Paese al mondo, dopo l’India, per acquisti di armamenti). L’annuncio dell’introduzione di un’Iva al 5% (anche questa una prima assoluta) per il gennaio del 2018. E il piano per vendere una quota delle azioni dell’ente petrolifero di Stato, Aramco, per incassare oltre 200 miliardi di dollari con cui restituire i miliardi presi in prestito presso investitori privati e istituzionali.

Propositi lodevoli, che però hanno prodotto due conseguenze poco piacevoli per la casa regnante. Il settore privato dell’economia, già assolutamente minoritario (il 65% degli occupati sauditi ha un impiego pubblico e il petrolio fornisce il 90% degli introiti dello Stato), si è ulteriormente deperito. E la popolazione, mai così toccata nel portafogli, ha cominciato a mugugnare.

Così, contrordine compagni: quando Muhammad bin-Salman è stato nominato erede al trono, qualche mese fa, tutti i tagli a salari, pensioni e benefit sono stati revocati. Si è tornati alla casella del via, insomma. Con una complicazione. Fu proprio Muhammad bin-Salman a elaborare il piano chiamato Saudi Vision 2030 che, reso pubblico nell’aprile dell’anno scorso, si propone di cambiare l’economia saudita e di renderla meno dipendente dal petrolio. Tanta è la pressione della crisi che il piano prevede di portare il tasso di occupazione femminile dall’attuale 22% al 30% (e nel frattempo le donne, che non possono guidare, sono state comunque autorizzate ad accettare impieghi, come nelle farmacie e nelle erboristerie dei centri commerciali, prima assolutamente vietati) e far crescere la quota del Prodotto interno lordo derivata dalle imprese private dall’attuale 3,8% al 5,7%.

Il risultato del combinato disposto di marce avanti, retromarce e pii desideri è una specie di immobilismo su cui gravano le spese militari (conflitto nello Yemen compreso), la perpetua stagnazione del prezzo del petrolio, lo scontento della gente e le tensioni in Medio Oriente. Ecco perché Mohammad bin-Salman si dà tanto da fare con la diplomazia. La speranza è che, ancora una volta, sia lo Zio Sam a cavare le castagne dal fuoco. In cambio del disgelo totale con Israele e di quel cordone sanitario anti-Iran che i generali ormai dominanti alla Casa Bianca considerano una necessità strategica.

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