Negli anni Settanta la Corea del Sud valutò seriamente la possibilità di dotarsi di un arsenale nucleare . Sotto la presidenza di Park Chung Hee, e con la Corea del Nord particolarmente minacciosa – tra il 1968 e il 1972 si verificarono 722 incidenti lungo il confine e 294 nelle retrovie, oltre a un tentato attacco al palazzo presidenziale sudcoreano – Seoul delineò un piano segreto con la chiara intenzione di raggiungere l’obiettivo.
Dai dispacci diplomatici dell’epoca sappiamo che il governo Park si rivolse alla Francia per importare un impianto per il riprocessamento del plutonio e al Canada per ottenere reattori che avrebbero potuto fornire il materiale fissile necessario. L’iniziativa sarebbe tuttavia naufragata sul nascere non appena i servizi segreti statunitensi scoprirono l’esistenza del programma nucleare sudcoreano.
Il motivo era semplice: Washington aveva da poco, nel 1968, firmato il Trattato di non proliferazione e utilizzava, appunto, il tema della non proliferazione come uno dei pilastri della sua politica estera. Se un alleato come la Corea del Sud avesse sviluppato la bomba, gli Usa non sarebbero mai riusciti a convincere altri Paesi a rinunciarvi.
Washington avrebbe offerto il proprio “ombrello difensivo” al Paese, con tanto di armi nucleari in loco fino al 1991. La soluzione funzionò fino al 2017, quando i conservatori sudcoreani iniziarono a pensare a gran voce che Seoul avrebbe dovuto riconsiderare il proprio programma di armi nucleari. La risposta americana? Un no categorico. Almeno fino ad ora.
Il via libera all’Arabia Saudita
Il preambolo era necessario per arrivare al presente. Già, perché la Corea del Sud è stata a lungo un esempio emblematico della posizione intransigente degli Stati Uniti sulla non proliferazione nucleare. Oggi, tuttavia, l’amministrazione Trump ha infranto questo principio concludendo un accordo che potrebbe presto portare l’Arabia Saudita ad arricchire l’uranio sul proprio territorio.
Questa mossa, ha spiegato il New York Times, ha spinto Seoul a chiedersi perché Washington abbia dato il suo via libera a Riad ma non al governo sudcoreano. La spiegazione ufficiale è che l’accordo è subordinato alla normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele.
Il ministero degli Esteri di Seoul ha spiegato di star monitorando “le tendenze della politica estera statunitense nel settore dell’energia nucleare” per valutarne i potenziali impatti in patria. Da tempo, infatti, il Paese sta negoziando con gli Stati Uniti i diritti di arricchimento dell’uranio.
L’intesa saudita può dunque generare due conseguenze: alimentare nuovi progressi in questi negoziati tra Usa e Corea del Sud oppure, qualora Donald Trump dovesse continuare a ignorare le richieste sudcoreane, generare profonde tensioni e mettere a rischio un’alleanza che dura da oltre 70 anni.
La frustrazione della Corea del Sud
Il doppio standard utilizzato dagli Stati Uniti appare evidente. Washington ha infatti spianato la strada ai diritti di arricchimento dell’uranio per l’Arabia Saudita, per centrali nucleari che deve ancora costruire, negandoli invece alla Corea del Sud, che gestisce già 26 reattori e prevede di realizzarne altri per soddisfare la crescente domanda di energia derivante dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale.
Non solo: gli Usa hanno esentato Riad dalle ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, le stesse che avvengono regolarmente in Corea del Sud per garantire alla comunità internazionale che nessuna tecnologia nazionale venga dirottata verso progetti di armamento. E ancora: mentre il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha più volte avvertito che il suo regno sarebbe pronto a costruire una bomba atomica se l’Iran lo facesse, il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha promesso che Seoul non perseguirà alcun programma nucleare nonostante le minacce nordcoreane, preferendo invece di affidarsi alle garanzie di sicurezza statunitensi.
Seoul ha sempre importato tutto il suo combustibile all’uranio come da accordi con gli Usa ma adesso, viste le garanzie concesse da Trump all’Arabia Saudita, potrebbe chiedere di dotarsi di capacità di arricchimento indipendenti e di riciclare il combustibile esaurito per ridurre il volume dei rifiuti da stoccare. Chissà se The Donald concederà un altro via libera o se i rapporti tra Corea del Sud e Stati Uniti subiranno un nuovo scossone.