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Secondo dei documenti riservati visionati dal Guardian, l’Arabia Saudita potrebbe avere riserve di uranio sufficienti a dare il via alla produzione autoctona di combustibile atomico sufficiente per avviare un programma nucleare domestico.

Il quotidiano britannico afferma di aver visionato un rapporto riservato del 2019 compilato dal Beijing Research Institute of Uranium Geology (Briug) e dal China National Nuclear Corporation (Cnnc), in collaborazione col Saudi Geological Survey.

Il documento è il risultato di una lunga campagna di rilevamento geologico (in parte supervisionata dal Geological Survey of Finland) condotta nel tempo record di due anni che ha interessato 30mila chilometri quadrati di territorio: un risultato stupefacente considerando che per una superficie simile ci vogliono dai cinque agli otto anni.

Il lavoro dei geologi cinesi ha permesso di identificare riserve stimate che potrebbero produrre oltre 90mila tonnellate di uranio da tre importanti giacimenti nel centro e nord-ovest del Paese.

Che l’Arabia Saudita potesse avere minerali di uranio non è affatto una novità.

Abbiamo già avuto modo di raccontare recentemente, in occasione dell’allarme lanciato dall’intelligence americana proprio per la collaborazione sul nucleare tra Riad e Pechino, che l’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) aveva stimato che l’Arabia Saudita avesse potenzialmente circa 283.400 tonnellate di minerali contenenti uranio nei depositi di al-Jalamid, al-Khabra, Ghurayyah, Jabal Sayd e Umm Wu’al che attendono di essere sfruttate.

Il rapporto finito nelle mani del Guardian sembra quindi confermare non solo la presenza di giacimenti sfruttabili, ma soprattutto l’allarme lanciato da Washington: gli interessi della Cina sul reame di casa Saud sono diplomatici e commerciali. Da un lato Pechino vuole aiutare l’Arabia Saudita con il suo programma nucleare per rafforzare i legami con un alleato chiave degli Stati Uniti e cercare di scalzarne l’influenza, dall’altro è sempre alla ricerca di nuove forniture di uranio e soprattutto di acquirenti per le sue centrali nucleari.

Si tratterebbe comunque, in questa fase della prospezione, di “depositi dedotti”, stimati solo da indagini preliminari che utilizzano tecniche di rilevamento “macro”, non puntuali, attività quest’ultima che viene svolta solo in un secondo momento: sono necessarie infatti ulteriori esplorazioni per confermare la presenza di riserve di uranio sfruttabili commercialmente e quindi calcolarne il costo di estrazione. L’Arabia Saudita ha espresso apertamente la sua ambizione di estrarre uranio a livello nazionale già nel 2017 e l’anno successivo il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva assicurato che Riad avrebbe cercato di sviluppare o acquisire armi nucleari se l’Iran avesse continuato il suo programma atomico.

A spingere i Saud verso l’atomo è stato proprio il programma nucleare iraniano e soprattutto la firma del Jcpoa, l’accordo del 2015 che fissava i termini dell’utilizzo dell’energia atomica per Teheran, considerato da Israele e dall’Arabia Saudita “non risolutivo”. Considerazione fatta anche dall’amministrazione Trump che lo ha stracciato unilateralmente tornando ad elevare sanzioni sul regime degli Ayatollah. Gli emiri, a quel tempo, si sono sentiti in un certo qual modo traditi da Washington e pertanto hanno spalancato le porte ai cinesi, che hanno fornito la tecnologia per raffinare il minerale grezzo e trasformarlo nella cosiddetta yellowcake, un concentrato di uranio puro che viene gasificato sotto forma di esafluoruro di uranio (UF6) per poi a sua volta essere utilizzato nelle centrifughe per l’arricchimento. Il primo passo per l’utilizzo del minerale per scopi civili o militari.

Sembra infatti, come si legge nel rapporto dei servizi segreti statunitensi, che gli analisti abbiano anche identificato una struttura appena completata vicino a un’area di produzione di pannelli solari nei pressi della capitale saudita, che si sospetta possa essere uno dei numerosi siti nucleari non dichiarati.

L’indagine geologica del 2019 suggerisce che le riserve potrebbero potenzialmente fornire all’Arabia Saudita sia combustibile per i reattori che vuole costruire, sia surplus per l’esportazione.

In una parola Riad diventerebbe indipendente dal punto di vista di questa importante risorsa energetica e militare: un fattore chiave non solo per l’avvio di un programma per lo sfruttamento dell’energia atomica, ma anche per il suo possibile utilizzo come arma.

“Se stai prendendo in considerazione lo sviluppo di armi nucleari, più il tuo programma nucleare è indigeno, meglio è. In alcuni casi, i fornitori stranieri di uranio richiedono impegni di uso pacifico da parte degli utenti finali, quindi se il tuo uranio è autoctono, non devi preoccuparti di quel vincolo” è quanto ha affermato, sempre al Guardian, Mark Hibbs, analista di politica nucleare per il Carnegie Endowment for Peace.

Al di là della veridicità o meno del rapporto geologico, che lo stesso quotidiano britannico ammette di non poter confermare, l’Arabia Saudita non brilla certo per trasparenza allo stesso modo del suo vicino e rivale iraniano: secondo un accordo del 2005 con l’Aiea, Riad ha potuto evitare le ispezioni attraverso un protocollo sulle piccole quantità (Sqp), che stabilisce la rinuncia al monitoraggio dell’Agenzia fino al punto in cui il combustibile fissile viene introdotto in un reattore. Gli ispettori internazionali hanno cercato di convincere la monarchia saudita ad accettare ora un programma di monitoraggio completo, ma casa Saud finora ha respinto la richiesta al mittente.

Washington ha ragione, quindi, ad esprimere preoccupazione sulla trasparenza di Riad prima ancora che sulla possibilità – che a quanto sembra non è più solo tale – con la Cina, e non è escluso che il recente storico accordo con Israele, che per il momento vede coinvolti gli Emirati Arabi Uniti ed il Bahrein, possa essere messo sul piatto della bilancia della questione nucleare.

La Casa Bianca potrebbe, infatti, barattare il nucleare saudita a matrice cinese, ovvero concedendo a Riad il nulla osta per il suo programma atomico purché utilizzando tecnologie “occidentali” e con la promessa di un uso pacifico (e di un ombrello atomico statunitense che la metta al riparo da Teheran), con l’avvio di canali diplomatici ufficiali con Tel Aviv come avvenuto con le altre due monarchie del Golfo sue vicine di casa.