Il 2017 rappresenta un anno cruciale per il futuro dell’Arabia Saudita: la monarchia wahabita, infatti, si troverà ad affrontare una serie di importanti questioni di natura strategica, politica ed economica che ne plasmeranno i destini futuri in maniera decisiva. E proprio all’incrocio tra le travagliate prospettive geopolitiche di Riyadh, le difficoltà economiche del regno e le accanite lotte di potere interne a Casa Saud viene a posizionarsi il radicale piano di trasformazione della struttura economica dello Stato denominato Saudi Vision 2030, varato ad aprile 2016 e da poco entrato a pieno regime con l’obiettivo di ridurre la dipendenza esistenziale dell’Arabia Saudita dalla rendita petrolifera, fatto che produrrebbe sul lungo periodo radicali cambiamenti alla struttura sociale interna. Come scritto da Joseph Cozza e Theodore Karasik sull’ultimo numero di Limes, “il contratto sociale saudita si basa sul fatto che il regno vive di rendita: anzi, costituisce il maggior esempio al mondo di Stato rentier“.strip_reporter_dayUna spesa pari al 13% del PIL in sussidi volti a cooptare il favore della popolazione in cambio dell’accettazione del ferreo controllo istituzionale sul regno non appare più sostenibile in una fase di acuta depressione dei prezzi del greggio; principale artefice di Saudi Vision 2030 è Muhammad bin Salman, figlio 32enne di re Salman e della sua terza moglie, secondo in linea di successione al trono e Ministro della Difesa, che attraverso l’implementazione del rivoluzionario programma di diversificazione economica mira a plasmare una nuova Arabia Saudita in cui, di riflesso, la sua stella tornerebbe a brillare dopo essersi appannata in seguito alle difficoltà insorte nelle operazioni militari in Yemen, per le quali Muhammad è responsabile in prima persona.Interesse nazionale e lotte di potere si confondono in terra saudita: non si può negare, infatti, che l’Arabia Saudita abbia perso buona parte del suo decisivo potere contrattuale in seno al mercato petrolifero mondiale e si ritrovi ora di fronte alla necessità di rimediare a una preoccupante situazione e a colmare la voragine di bilancio apertasi nel 2015 (98 miliardi di dollari, 15% del PIL), nonché costretta ad ammettere la sua incapacità di gestire adeguatamente la potenza di fuoco economica concessa dai profitti petroliferi per potersi trasformare in una nazione all’avanguardia nel mondo dei mercati finanziari, sulla scia di quanto fatto da Qatar e Emirati Arabi Uniti. Al tempo stesso, il ridimensionamento geopolitico dell’Arabia Saudita, accompagnatosi ai contraccolpi vissuti sul piano interno, ha portato la leadership del Paese a preoccuparsi seriamente circa la futura tenuta del regno. D’altro canto, è innegabile la natura assunta dal piano Saudi Vision 2030 nell’ottica di Muhammad bin Salman, che lo ritiene lo strumento ideale per poter scalzare il Ministro dell’Interno ed erede al trono designato, Muhammad bin Nayef, nella lotta per la successione che si prevede accanita nel momento in cui la guida di Casa Saud sembra destinata a passare a una nuova generazione dopo che, dal 1953 a oggi, il governo del regno è sempre stato appannaggio di uno dei figli del capostipite ʿAbd al-ʿAzīz. Sul piano concreto, Saudi Vision 2030 prevede innanzitutto un netto innalzamento della contribuzione del settore privato all’economia nazionale, dal 40 al 60%, destinato a realizzarsi principalmente attraverso l’incentivazione di settori quali la finanza, la raffinazione petrolifera, l’edilizia e il compound della Difesa, con Riyadh che prevede, entro il 2030, di poter armare buona parte delle sue forze di terra con mezzi di produzione nazionale. Al tempo stesso, come ricordato dal Professore dell’Università di Georgetown Paul Sullivan, “l’Arabia Saudita intenderebbe ridurre il suo tasso di disoccupazione a circa il 7 percento, rispetto all’attuale 11,6 percento. Il paese vuole aumentare la presenza delle donne nella forza lavoro fino al 30 percento del totale, rispetto a circa il 20 percento attuale”.Hassan Jivraj, sempre su Limes, ha quantificato in 71 miliardi di dollari il costo complessivo delle riforme che l’Arabia Saudita dovrebbe implementare al fine di garantire il decollo del suo ambizioso progetto: per procacciarsi tali ingenti risorse, Riyadh sta programmando la quotazione del 5% della compagnia petrolifera nazionale Aramco, che a detta di Mohammad bin Salman varrebbe tra i 2.000 e i 2.500 miliardi di dollari: l’Initial Public Offering (IPO) della compagnia, prevista per il 2018 o il 2019, sarebbe di conseguenza pari ad almeno 100 miliardi di dollari, divenendo automaticamente la più grande della storia. Importanti piazze finanziarie come Tokyo, Londra, Hong Kong e Singapore si stanno contendendo il diritto di poter fungere da base alla quotazione della maggiore compagnia petrolifera mondiale, asset strategico che l’Arabia Saudita prevede di privatizzare in misura esclusivamente residuale per poter dare impeto a Saudi Vision 2030, la cui portata ad ampio raggio è tale che, nell’ottica dei suoi fautori, un fallimento non può essere in alcun modo contemplato.