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Direi a Netanyahu che l’attacco a Gaza “deve finire e devi farlo in fretta per far tornare il mondo in pace. Abbiamo bisogno di pace nel mondo… abbiamo bisogno di pace in Medio Oriente”. Così Trump in un’intervista a Mediabuzz, trasmissione di Fox News.

La tragica ambiguità della Casa Bianca

È la prima volta che Trump lancia un appello del genere dopo il 7 ottobre, anche se quel che ha detto è di fatto un’esplicitazione delle sue dichiarazioni pregresse, nelle quali aveva affermato che se fosse stato lui presidente la guerra di Gaza non ci sarebbe stata.

Le parole sulla pace potrebbero apparire banale propaganda elettorale, un semplice attacco politico a Biden che cela il vero sentimento del candidato repubblicano nei riguardi dell’invasione di Gaza. Perché da tempo i media hanno raccontato come verità rivelata la totale sintonia tra Netanyahu e Trump.

Non è così, anzi, da sempre i due sono in disaccordo, un disaccordo sfociato a volte in aspre conflittualità, ma rimasto sempre sottotraccia non volendo nessuno dei due rompere pubblicamente.

Senza andare a rinvangare esempi del passato, tale conflittualità si è evidenziata in maniera eclatante nel corso delle primarie del partito repubblicano, nelle quali i neocon repubblicani, legati a doppio filo con Netanyahu, hanno apertamente appoggiato la Haley contro Trump (dissidio non risolto dal ritiro della Haley).

La parole di Trump sono state peraltro molto coraggiose, dal momento che rischia di irritare parte non indifferente del suo elettorato, gli evangelicals, il cui messianismo s’intreccia e si confonde con quello degli ebrei ultraortodossi che hanno fatto di Netanyahu il loro profeta.

Bizzarro, ma anche no, che la posizione di Trump su Gaza vada a convergere con quella della sinistra del partito democratico, che urge un cambiamento della linea politica perseguita fin qui dall’amministrazione Biden su Gaza.

Una pressione tanto forte che sta creando seri imbarazzi all’interno nel partito, tanto che anche il suo establishment sta iniziando a dare segni di insofferenza, come denota la presa di posizione di Chuck Schumer, da sempre falco pro-Israele, che ha chiesto a Netanyahu di farsi da parte e indire elezioni. (Netanyahu ha replicato piccato).

Nonostante questo, la Casa Bianca persevera nella sua linea, dimostrando impotenza e connivenza con quegli ambiti statunitensi bipartisan che supportano in tutto e per tutto la guerra israeliana.

Nulla di novo sul fronte mediorientale

Sul fronte mediorientale nulla di nuovo: la mattanza dei palestinesi va avanti, come anche la stretta sulla popolazione civile. Ieri Save The Children ha comunicato al mondo che finora sono morti 13mila bambini, confermando così i numeri insostenibili annunciati dal ministero della Sanità di Gaza.

In un bollettino precedente, datato 8 marzo, Save The Children ammoniva: “A Gaza i bambini muoiono di fame e di malattie e non possono più aspettare. Finora sono morti 18 bambini e 2 adulti per malnutrizione e disidratazione”.

“Gli aiuti umanitari alternativi, come costruire un porto temporaneo al largo della Striscia [promesso dagli Usa ndr.], o avere solo la speranza che gli aiuti lanciati dagli aerei li raggiungano, non sono una soluzione”.

“[…] Questi metodi alternativi di consegna degli aiuti rischiano di essere costosi, inefficienti e soprattutto distraggono dalla soluzione principale: per salvare la vita dei bambini e delle famiglie a Gaza serve un cessate il fuoco immediato e definitivo. Continuiamo inoltre a chiedere l’accesso sicuro e senza restrizioni per gli aiuti umanitari attraverso tutti i valichi di frontiera e all’interno della Striscia” (richiesta avanzata, peraltro, dalla Corte di Giustizia internazionale dell’Aia).

Sulla fame che attanaglia Gaza, un articolo del New York Times del 16 marzo che inizia così: “Da gennaio a oggi, l’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha potuto documentare più di due dozzine di attacchi contro gli abitanti di Gaza in attesa degli aiuti disperatamente necessari”…

Di ieri la denuncia tranchant del ministro degli Esteri della Ue Josep Borrell: “Prima della guerra, Gaza era la più grande prigione a cielo aperto. Oggi è il più grande cimitero a cielo aperto”.

La situazione andrà a peggiorare, dal momento che Netanyahu ha formalizzato il prossimo attacco a Rafah, operazione che aumenterà al parossismo l’attuale catastrofe umanitaria e sulla quale la Casa Bianca aveva posto il veto, dichiarando che si trattava di una linea rossa da non oltrepassare. Il disprezzo di Netanyahu per il solenne ammonimento è esemplare dell’ambiguità con cui si sta muovendo l’amministrazione Usa, che non è conseguente alle proprie dichiarazioni. Un tragico mix di impotenza e connivenza.

Nel buio che incombe sul futuro, riprendono i colloqui sulla liberazione degli ostaggi, anche se la tempistica non lascia molte speranze, dal momento che dovrebbero finalizzarsi, semmai succederà, tra due settimane.

Sul punto, il ministro della Difesa Yoav Gallant appare vicino alle posizioni di Gadi Eisenkot e Benny Gantz, anche se questi ultimi sono stati più espliciti e determinati nell’affermare che la liberazione degli ostaggi è una priorità da conseguire anche a costo di stipulare un accordo con Hamas per una tregua duratura.

Se l’apparenza non inganna, la nuova postura di Gallant, falco della prima ora, è un passo significativo, Allo stesso tempo, è inutile coltivare false illusioni. Vedremo.

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