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Riva destra del Danubio, poco a Nord di Budapest, filari di albicocchi in bocciolo, qualche carro trainato da cavalli mastodontici; dalla campagna provengono i fumi della sterpaglia bruciata per far entrare nella terra l’aria di primavera. Qui passava il Limes romano, si sono fermati i mongoli e, nel castello più alto del Centro Europa, nel 1335, Carlo Primo d’Ungheria riunì per due mesi a consesso il re di Boemia e quello di Polonia per stringere un’alleanza antiasburgica; ma soprattutto per stabilire una strategia comune di fronte alle prime avvisaglie della minaccia islamica che di lì a poco si sarebbe trasformata in tragedia.Da allora le tre nazioni conobbero molte guerre, occupazioni, ebbero i confini smembrati e ridisegnati. Visegrad è oggi un villaggio ungherese di nemmeno duemila anime, ma sta diventando il nuovo simbolo politico e identitario di questa regione d’Europa, in un certo senso l’anti-Bruxelles.Eppure quando nel 1991 i leader di Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia Antall, Havel e Walesa, tutti e tre protagonisti del crollo di un altro patto, quello di Varsavia – decidono di ritrovarsi nel castello di Visegrad, l’obiettivo è prima di tutto accelerare l’integrazione con l’Europa democratica e capitalista. Erano tempi in cui la Storia scivolava via sul velluto come una palla da biliardo, l’economia di mercato subentrava morbida a quella centralizzata, la missione del ricongiungimento della grande famiglia europea si poteva dire compiuta. Il gruppo di Visegrad allora assomigliava a un circolo degli scacchi: la Cecoslovacchia si divise con una stretta di mano così che la Slovacchia si aggiunse alla partita.Ora sono i Quattro di Visegrad. Divenuti una ruvida e scorretta alleanza politica contro il «conformismo multiculturalista» dell’Unione, se ne fregano di essere giudicati anacronistici per la loro difesa ostinata delle radici cristiane e dell’integrità etnica e di essere considerati reazionari per la chiusura totale e implacabile all’islam, a costo di erigere muri come abbiamo visto in Ungheria nei mesi scorsi.Nell’ultimo incontro di qualche settimana fa i V4 hanno deciso di avviare un piano per chiudere le frontiere con la Macedonia e la Bulgaria. “Ricordatevi da dove venite gente, siete ingrati, avete succhiato fino all’ultimo cent di euro per farvi belli e moderni, e ora non accettate di condividere le nostre rogne… di accogliere la vostra quota di profughi”, li accusano da Bruxelles e, soprattutto, da Berlino. Ma loro tirano diritto, rispondono, come ha fatto il presidente ceco Milos Zeman, che “i profughi non erano nel contratto” e che sulla questione sono pronti a rompere con l’Ue: Varsavia, Praga, Bratislava e Budapest si rifiutano d’importare quello che definiscono un modello fallito, il multiculturalismo, vi fosse anche il rischio di diventare un’enclave illiberale, semi autoritaria.Non è questione di colore politico. I V4 sembrano sincronizzati in un unico movimento, sintonizzati sulle stesse onde storiche: “Ora la pancia rurale dell’Europa centrale dice che bisogna virare sull’identità cristiana e anti-islamica, sente nell’aria il richiamo di antiche parole d’ordine, ascolta il rumore della Storia, ancora forte in tutta questa regione post comunista e post asburgica. È una nevrosi collettiva che attraversa tutte le comunità centroeuropee”, dice il politologo romeno-francese Pierre Hassner.A Bratislava ha appena rivinto il premier Robert Fico, socialdemocratico e reduce del vecchio partito comunista. Sta comodamente al governo con i nazionalisti di estrema destra; infatti Fico nei mesi scorsi ha dichiarato cose che Marine Le Pen non oserebbe mai dire. Nel rifiutare le quote di ridistribuzione (insieme al premier ungherese Viktor Orban ha avviato un’azione legale contro la politica immigratoria della Ue) ha affermato che impedirà in ogni modo la formazione in Slovacchia di una comunità musulmana organizzata, che ogni musulmano sarà monitorato h24 e che sarà concessa accoglienza «solo ai profughi cristiani». «I migranti di religione musulmana non possono essere integrati punto e basta, è impossibile, anche perché non permetteremo mai la costruzione di moschee e perché non abbiamo i soldi per mantenerli visto che alla Germania costano ciascuno tra i 20 e i 30mila euro l’anno»; «l’idea di una Europa multiculturale è pura fiction», «noi, così come gli altri del V4, prima di tutto vogliamo proteggere la nostra gente, tutti gli attacchi in Europa sono di matrice islamica», dice il compagno Fico.La domenica sera a Bratislava, la vecchia Presburgo asburgica, regna il coprifuoco: strade vuote e chiese piene, stracolme. La barocca basilica dei Trinitari non riesce a contenere tutti i fedeli e così hanno installato altoparlanti e previsto la distribuzione di coperte. È la chiesa dei più tosti, come Milan Krajniak, devoto intorno al quintale di peso e titolare del popolare blog “L’ultimo Crociato”: “Senti amico” dice: “Più facile che nasca una moschea in Vaticano che qui da noi”.Gli unici musulmani accolti in Slovacchia (in un recente sondaggio l’85 per cento della popolazione si definisce cattolica praticante) sono circa 500 richiedenti asilo del centro di Gabcicovo, in quota però all’Austria, un favore tra ex asburgici. Per i V4 l’emancipazione politica è maturata con le elezioni di novembre in Polonia. La vittoria del conservatore nazionalista Jaroslaw Kacynski – da sempre un ammiratore di Orban, il pioniere del contrordine a Est – ha segnato la svolta, perché la Polonia è la “potenza” regionale, con quasi quaranta milioni di abitanti e una delle poche economie che hanno retto alla crisi economica. “L’unico beneficio dell’emergenza profughi è che ha fatto nascere una nuova realtà geopolitica”, dice Marton Gyongyosi del partito nazionalista ungherese Jobbik: «Ora tre piccole nazioni, grazie al peso della Polonia, possono emanciparsi dal ricatto europeo…”.Secondo l’Economist, “l’onda populista dei governi V4, destinata a montare con l’inasprirsi dell’emergenza profughi, potrebbe presto attrarre altri Paesi, prima di tutto Bulgaria e Romania, un domani i Baltici. E, dietro le quinte, l’Austria vede con simpatia questa ricomposizione che fa rinascere vecchie nostalgie”. Ciò che alimenta la preoccupazione dell’Europa occidentale è che nei quattro Paesi anche le opposizioni sono sostanzialmente allineate con i governi sulla questione immigrazione e sulla radicale chiusura alle politiche multiculturali. Richard Silìk, leader del partito liberista e libertario Sas, oppositore di Fico, dice che “è innegabile che l’islam non è compatibile con una società cristiana e democratica. In questa regione la fede cristiana è vissuta sempre più in modo radicale, non seguono la linea del Papa e dei vescovi”.Anche in Polonia, per il 98 per cento cattolica, le curie e le diocesi non riescono a far passare la dottrina dell’accoglienza. Addirittura Lech Walesa, nonostante i suoi problemi con il governo, che non avrebbe arginato le voci sul suo rapporto con i servizi comunisti prima di Solidarnosc, si mostra poco solidale: “La transizione dal comunismo è solo di 25 anni fa”, ha dichiarato al New York Times, “i nostri salari e le nostre case non sono ai livelli dell’Ovest, noi pensiamo di non aver nulla da spartire con i migranti, i quali spesso sono vestiti meglio di tanti polacchi”.Marzio G. Mian

Nel campo comunista di Goli Otok
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